Addio Marocco, ma l'Africa resta ai Mondiali: il sogno della Francia multiculturale (più forte di ogni razzismo)

I Bleus vincono 2-0 e raggiungono la semifinale grazie a Mbappé, simbolo di una nazionale costruita sull'incontro di storie, migrazioni e radici africane, mentre fuori dal campo infuriano polemiche e insulti
Google preferred source
July 10, 2026
Addio Marocco, ma l'Africa resta ai Mondiali: il sogno della Francia multiculturale (più forte di ogni razzismo)
L'abbraccio tra Mbappé e Doue dopo uno dei gol al Marocco
Chi è stato in Marocco avrà sicuramente sentito il proverbio: «La prima volta per vedere, la seconda per conoscere, la terza per restare». Crossando quel detto popolare sul Mondiale di calcio della nazionale marocchina, la prima volta ai Mondiali di Qatar 2022 il Marocco ha visto che poteva giocarsela fino alla semifinale, alla seconda ai Mondiali 2026 si è fatta conoscere e apprezzare meglio pur dovendo uscire ai quarti di finale, a allora forse alla terza, nel 2030 quella dei campionati in “casa” (si disputeranno tra Marocco, Spagna e Portogallo) magari la Nazionale dell’Atlante potrà restare fino in fondo alla competizione e far sognare il suo popolo perennemente nel pallone. Per il momento il Marocco saluta e si deve arrendere ancora allo strapotere della Francia. Come tre anni fa, i Bleus battono gli ex coloniali con un perentorio 2-0. Decide il match sempre lui, Kylian Mbappè che firma la sua ottava rete personale e raggiunge Leo Messi in vetta alla classifica dei cannonieri. Fenomeno, un “10” modernissimo “MbaPelè” come gli anni da cui onora con le sue prestazioni da fuoriclasse la nazionale francese. Con una sua magia ha aperto le porte per la semifinale di martedì 14 luglio in cui la Francia se la vedrà contro la vincente di Spagna-Belgio. La squadra di Didier Deschamps torna in campo il giorno della Presa della Bastiglia (14 luglio 1789) per tentare di andare a prendersi questo Mondiale che a detta di molti gli venne “scippato” in Qatar dall’Argentina.
“Scippato, truccato e complotto”, sono i tre termini che rimbalzano continuamente in questo mondiale trumpiano. Ma come visto, neppure la terna arbitrale argentina ha fermato l’ascesa imperiosa dei francesi. Anche il complottismo perde 2-0. Così come perde ancora l’Africa che non riesce nell’impresa di veder trionfare una sua selezione alla Coppa del Mondo. In Marocco questa volta speravano nella vittoria contro gli ex dominatori. Settant’anni fa il Paese nordafricano ottenne l’indipendenza dalla Francia. Settant’anni dopo capitan Hakimi, colonna del Paris Saint Germain, sperava di liberarsi anche dal tabù di non aver mai sconfitto i maestri francesi e fa scoppiare la gioia dei quasi 3milioni di connazionali che vivono nell’Hexagone. Il ct Mohamed Ouahbi, figlio di genitori marocchini ma cresciuto a Bruxelles e con passaporto belga, ai Mondiali ha portato 19 calciatori figli come lui della “diaspora” marocchina in terra di Francia. Sono i “figli di rientro”, quelli che a un certo punto dopo aver risposto alle convocazioni di tutte le Under francesi hanno fatto la scelta: giocare per la nazionale dei propri avi.  La stellina del Lille del neoallenatore Davide Ancelotti, Bouaddi, il più giovane di sempre a esordire in una competizione Uefa, a soli 16 anni e tre giorni, è arrivato a questo Mondiale da talento delle nazionali giovanili di Francia, ma il richiamo del sangue e delle radici famigliari uniti alla sicurezza di trovare un posto da titolare a 18 anni nel Marocco gli ha fatto compiere il grande passo. Quella contro la Francia è stata la peggior partita di Bouaddi, ma con quattro assenze pesanti nello scacchiere di Ouahbi, a cominciare dall’uomo in più Ismael Saibari (appena passato dal Psv al Bayern Monaco), il Marocco nulla poteva contro Mbappè e i suoi fratelli.
La voce dei padroni della Fifa dicono che l’Africa non vincerà mai un Mondiale. Niente di più falso, perché la Francia attuale è quanto di meglio abbia espresso il gene africano sul pianeta football. La formazione stellare dei Bleus in campo è colored per il 99%, tranne il milanista Rabiot. La maggioranza dei ragazzi del pallido e aristotelico ct Deschamps è frutto della fame e della voglia di riscatto dei figli della banlieue e dell’antico colonialismo. Qualche esempio a conferma: il portierone Maignan è nato nella Guyana francese, l’ex Pallone d’oro Dembelè è di madre mauritano-senegalese e papà del Mali, l’elegante gazzella Olise è di ceppo nigeriano-algerino e il fantastico Mbappè è nato da madre algerina e papà camerunense. Una Francia orgogliosamente composta da tante stelle nere e quindi figlia di mamma Africa. Una nazionale più forte di tutto, anche del razzismo, specie quello manifestato dalla senatrice paraguaiana Celeste Amarilla che per sfogare la rabbia dell’eliminazione agli ottavi del Paraguay contro i Bleus ha rivolto pesanti insulti razzisti a Mbappè («da piccolo giocavi con le scimmie») che da Pallone d’Oro in pectore ha risposto: «Con la tua irresponsabilità e il tuo sfacciato razzismo, il mondo ha già dimenticato il percorso e lo sforzo storico dei tuoi giocatori in questo Mondiale». Lezione appresa da un campione del mondo con la Francia nel 1998, Lilian Thuram (papà di Marcus uno dei 26 gioielli di Deschamps) che da anni gira per le scuole per insegnare fin da piccoli che la mamma di tutta l’umanità è Lucy, una donna vissuta oltre 3 milioni di anni fa in Africa. E nell’America di Trump e dei complottismi che contaminerebbero anche l’industria del calcio, Thuram ricorda che «il razzismo è una sorta di doping dell’economia. Permette di accelerare e legittimare l’accesso alle risorse e giustifica lo sfruttamento». Palla al centro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire