In Nigeria torturato e ucciso il catechista che era stato sequestrato a febbraio
L’arcidiocesi di Kaduna conferma il decesso di Victor Paul, rapito in un assalto che aveva coinvolto oltre trenta persone.
Gli Stati Uniti annunciano il ritiro del contingente militare anti-Isis

È morto dopo quasi cinque mesi di prigionia, torturato e privato del cibo fino allo stremo. La vicenda del catechista cattolico Victor Paul riporta all'attenzione internazionale il dramma delle comunità cristiane della Nigeria, da anni esposte a una sequenza di rapimenti, attentati e uccisioni. L'arcidiocesi di Kaduna, riferisce l’ Agenzia Fides , ha confermato la morte del catechista, sequestrato il 9 febbraio scorso durante un assalto terroristico alle comunità di Kutaho e Kugur, nel distretto di Kagarko. Con lui erano stati rapiti la moglie, incinta, il loro figlio e altre trenta persone. Il bambino è stato ucciso dai rapitori, mentre per gli ostaggi era stato chiesto un riscatto.
Nei mesi successivi erano arrivati alcuni segnali di speranza. Il 5 aprile erano state liberate undici persone, tra donne e bambini, compresa la moglie del catechista. Il primo maggio erano tornati in libertà altri nove uomini e il 30 giugno erano stati rilasciati gli ultimi quattro sopravvissuti. Per Victor Paul e altre quattro vittime, invece, non c'è stato nulla da fare. «Il catechista è stato gravemente torturato e lasciato morire di fame, mentre gli altri sono stati brutalmente assassinati dai loro carcerieri», ha denunciato padre Christian Okewu Emmanuel, cancelliere dell'arcidiocesi di Kaduna. «Siamo profondamente grati a Dio che anche i restanti quattro uomini abbiano riacquistato la libertà. Mentre ci rallegriamo per il loro ritorno sani e salvi, i nostri cuori sono ancora colmi di dolore per la tragica perdita di coloro che non sono tornati vivi». Finora né il governo dello Stato di Kaduna né la polizia hanno diffuso una versione ufficiale dei fatti.
La notizia arriva mentre gli Stati Uniti hanno appena annunciato il ritiro della maggior parte del contingente militare inviato nei mesi scorsi in Nigeria per partecipare all'operazione congiunta contro lo Stato islamico nel bacino del Lago Ciad. Washington ha definito conclusa con successo la missione, che ha portato all'uccisione di uno dei principali leader dell'Isis, assicurando che continuerà la cooperazione con Abuja sul piano dell'intelligence. Il dispiegamento era maturato anche dopo le forti pressioni dell'amministrazione Trump sulle autorità nigeriane, accusate di non fare abbastanza per proteggere le comunità più vulnerabili dagli attacchi jihadisti, in particolare quelle cristiane.
La morte del catechista si inserisce in un quadro che continua a destare allarme. Se a lungo l'attenzione internazionale si è concentrata soprattutto sugli islamisti di Boko Haram e sui rapimenti di studenti nel nord del Paese, negli ultimi anni la violenza si è intensificata nella cosiddetta “Middle Belt”, la fascia di confine tra il nord a maggioranza musulmana e il sud prevalentemente cristiano. Qui operano le milizie etniche fulani, considerate da numerosi osservatori tra i principali responsabili delle stragi nelle aree rurali, anche se restano oggetto di dibattito i loro legami con le organizzazioni jihadiste del Sahel. Lo Stato di Benue è quello che ha pagato il prezzo più alto: circa mezzo milione di persone è stato costretto ad abbandonare le campagne. Dopo il massacro di Yelwata, il 15 giugno 2025, anche papa Leone XIV aveva richiamato l'attenzione della comunità internazionale: «Prego in particolare per le comunità cristiane rurali dello Stato di Benue, incessantemente vittime di violenza».
Secondo un rapporto del Catholic Secretariat of Nigeria, organismo della Conferenza episcopale nigeriana, tra il 2015 e il 2025 sono stati rapiti nel Paese africano 145 sacerdoti, undici sono stati uccisi e quattro risultano ancora dispersi. Un dato che restituisce la misura di una crisi che continua a consumarsi lontano dai riflettori e che, con la morte di Victor Paul, torna a interrogare la comunità internazionale.
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