Dall'intesa ai bombardamenti: così è riesplosa la crisi tra Usa e Iran
Il Memorandum firmato il 17 giugno è ormai svuotato dai fatti. Dopo gli attacchi iraniani nello Stretto di Hormuz, Washington torna a bombardare. Teheran risponde con una raffica di droni contro le basi Usa nel Golfo e minaccia di chiudere lo Stretto

«Per quel che mi riguarda il cessate il fuoco è finito». Lo chiarisce senza mezzi termini il presidente americano Donald Trump commentando, a margine del vertice Nato di Ankara, la ripresa del fuoco incrociato tra Stati Uniti e Iran nel Golfo Persico. Dopo un paio d’ore il tycoon ha già cambiato idea: «No – rassicura – la guerra contro Teheran non sta ricominciando». La chiave per capire a che punto è la crisi in Medio Oriente non sta nella retorica dell’antitesi di Trump ma nei fatti. Lo scorso 17 giugno, lo ricordiamo, il presidente Usa firmava a Versailles, in Francia, il Memorandum d’intesa che sigillava la pace provvisoria con Teheran: un documento in 14 punti che contemplava la fine immediata delle ostilità su tutti i fronti del conflitto, Libano compreso, e l’avvio di negoziati finalizzati al raggiungimento di un accordo definitivo entro 60 giorni. La tensione è rimasta congelata fino a quando i pasdaran sono tornati ad attaccare le navi che attraversavano lo Stretto di Hormuz, riaperto dopo mesi di stallo, lungo le rotte non autorizzate dal regime. Tra lunedì e martedì, almeno tre imbarcazioni commerciali sono finite nel mirino di missili e droni iraniani. Tra queste, la petroliera saudita Weydan e la nave cisterna qatariota Al Rekayyat. I governi di Riad e Doha hanno mal digerito l’affronto bollandolo come «inaccettabile».
La situazione è precipitata quando gli Stati Uniti hanno deciso di rispondere all’offensiva iraniana contro le navi nello Stretto con la revoca della licenza, datata 21 giugno, che consentiva a Teheran la vendita temporanea del petrolio. A seguire, inoltre, un massiccio attacco notturno. Diverse esplosioni sono state udite, a sud, sulla costa di Sirik e sull’isola di Qeshm, punti nevralgici dello strategico tratto di mare tra Iran e Oman, oltre che nella città portuale di Bandar Abbas. Il Comando delle forze armate degli Stati Uniti (Centcom) ha fatto sapere che sono stati colpiti circa 90 obiettivi militari, tra cui diversi sistemi di difesa aerea del regime. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha fortemente condannato l’offensiva americana e le conseguenti «gravi violazioni» del Memorandum di giugno. «L’era del bullismo e dell’estorsione è finita. Non porta da nessuna parte», ha tuonato, aggiungendo: «Noi non ci arrendiamo».
Lo scenario che ha poi preso forma ricorda quello dei primi tempi della guerra mossa da Usa e Israele contro Teheran il 28 febbraio: sirene antiaeree sono state attivate in Kuwait e Bahrein. Una nota delle Guardie della Rivoluzione ha segnalato che in questi due Paesi sono stati colpiti «85 installazioni militari statunitensi chiave». Nelle ore successive Teheran ha rivendicato una nuova ondata di attacchi con droni contro installazioni statunitensi nel Golfo. Secondo un comunicato diffuso dalla televisione di Stato, sono stati presi di mira un sistema missilistico Patriot in Kuwait, un sito di antenne satellitari in Qatar e depositi di carburante dell’esercito americano in Bahrein. I Pasdaran sostengono di aver impiegato «un gran numero di droni di vario tipo» e hanno ribadito che «le Forze armate iraniane non permetteranno in alcun caso che gli obiettivi e le aspirazioni dello sciocco presidente degli Stati Uniti si realizzino». Dal Bahrein, tuttavia, le autorità hanno riferito di aver intercettato e respinto diversi attacchi aerei iraniani.

I bombardamenti degli Usa sono proseguiti anche ieri. L’agenzia di stampa Mehr ha registrato esplosioni anche a Bushehr e dintorni. Il sito, a sud-ovest dell'Iran, è di grande importanza perché ospita l’unica centrale nucleare civile del Paese e si trova vicino all'isola di Kharg, il principale terminal petrolifero dell’Iran. Un raid al porto di Mahshahr avrebbe ucciso un alto funzionario pasdaran, Mohammadreza Khazini. Secondo il ministero della Salute iraniano, gli attacchi statunitensi delle ultime ore hanno provocato almeno 14 morti e 78 feriti in cinque province del Paese. I raid avrebbero inoltre colpito anche infrastrutture strategiche. Le Ferrovie della Repubblica islamica hanno annunciato la sospensione della linea Teheran-Mashhad, attribuendo il blocco a un «attacco criminale del nemico statunitense-israeliano» contro due ponti ferroviari nelle province orientali. Secondo i Pasdaran, l'obiettivo sarebbe stato quello di ostacolare l'afflusso di persone ai funerali della Guida suprema Ali Khamenei. Sono stati organizzati collegamenti sostitutivi su strada per i passeggeri rimasti bloccati.
Washington e Teheran sono tornati a farsi la guerra anche con le parole. Trump, da Ankara, ha parlato del regime degli ayatollah come di un governo «malato e bugiardo». Ricordando la repressione interna e le migliaia di persone uccise, ha inveito: «... e poi ci stupiamo di quello che fanno in politica estera. Sono persone pessime». Sul futuro dei negoziati, The Donald non si è espresso in modo categorico: «Non voglio sprecare il mio tempo, se i negoziatori vogliono continuare a parlare... ma a me loro non piacciono». Sul fronte opposto, il quotidiano ultraconservatore Kayhan ha incitato il regime ad assassinare il presidente Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Che ne è, ci si chiede, del Memorandum? I raid e le dichiarazioni di entrambe le parti ne hanno, di fatto, minato le fondamenta. Le mosse militari evocate non fanno sperare in una de-escalation, anzi. «Potremmo prendere il controllo dell’isola di Kharg. E non c’è niente che possano fare al riguardo», ha sottolineato Trump commentando l’ipotesi di un’invasione di terra. «Potremmo ripristinare il blocco dello Stretto applicandolo solo all'Iran», ha aggiunto. Teheran ha risposto a tono: «Saremo noi che chiuderemo Hormuz a ogni nuovo attacco». Ci risiamo.
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