Padre Barzaghi: Dio si nasconde
nella grammatica

Per il teologo domenicano «la grammatica
è il riflesso nell’anima dell’ordine delle cose. E quest’ordine è nell'intelligenza creatrice»
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July 7, 2026
Padre Barzaghi: Dio si nasconde
nella grammatica
Una lezione all'Università medievale /Wikimedia
Padre Giuseppe Barzaghi, domenicano, è noto per molti motivi: la Scuola di Anagogia che ideò a Bologna alla fine degli anni ’90 sotto gli auspici del cardinale Biffi; il suo personale contributo al tomismo contemporaneo, il tomismo anagogico appunto; le affollate predicazioni nella basilica di San Domenico a Bologna; gli esercizi estremi di riduzione del complesso all’essenziale (come La Somma Teologica in un Soffio, di pagine 36) et cetera. Il suo Filosofia della Grammatica (sottotitolo Dai nomi alle cose e dalle cose ai nomi) è l’ultimo di una lunga serie volumi pubblicati dalle Edizioni Studio Domenicano. Un tema inusuale e uno scavo profondo ben 368 pagine.
Padre Barzaghi, la grammatica è la parte penitenziale dello studio di una lingua. Per convincere uno studente del contrario lei da dove partirebbe?
«Bello! Cominciamo con un esordio ascetico! In effetti lo studio come tale è una forma di penitenza. Ma la penitenza è in qualche modo un riscatto: un far vedere ciò di cui si è capaci. Lo si dice usualmente: “ti sei riscattato brillantemente, hai riacquistato consapevolezza, dignità…”. Insomma, è un qualcosa di positivo fondamentalmente. Come la disciplina. Ecco forse l’idea di disciplina è il modo più bello per intendere lo studio e dunque anche la grammatica. La grammatica è la disciplina delle parole: mettersi nella scia di un maestro come un buon discepolo è la vera disciplina, ci si allena. E, una volta allenati, tutto diventa facile spontaneo e dilettevole. Il punto di partenza è sempre la coscienza del reale che vive di paragoni, affiancamenti: in greco si dice paraballo , da cui viene “parabola”, da cui viene “parabolare”, da cui per contrazione viene “parolare” e infine “parlare”. Capisce che dentro una “parola” c’è un mondo?»
Molta filosofia del Novecento, e anche attuale, ritiene che il compito del filosofo sia anzitutto chiarire limiti e funzionamento del linguaggio piuttosto che indagare l’essere. Non teme di essere poco à la page?
«La filosofia del Novecento… il compiacimento della catastrofe. Nemmeno si riesce a trovarvi una scuola di pensiero. Lei sta parlando con uno che è stato qualificato come “l’ultimo Scolastico”: penso che immagini già la mia risposta. La filosofia è l’unica disciplina che assaggia le cose nel loro sapore più profondo ( filo-sofia , o amore-della-sapienza, vuol dire questo), tanto da essere l’unica che se ne rende conto. Ridurre tutto in briciole a martellate (sente che in due parole faccio risuonare la diagnosi di Kierkegaard e l’invettiva di Nietzsche? Sono i prodromi del Novecento) non mi sembra un programmino degno di considerazione: è come il ma’ o il bo’ dell’insipiente. Gli Scolastici sollevano problemi e propongono soluzioni. Con la grammatica noi rispecchiamo l’universo nelle parole. E questo vuol dire che non è possibile uno studio della grammatica senza la filosofia dell’essere, che sola sa che cosa comporti l’idea di uni-verso: unità del molteplice e la molteplicità dell’uno. Insomma, l’ordine delle cose. Scoprire le similitudini tra le cose è il compito della filosofia: gli Scolastici la chiamano analogia dell’ente. È lì che si scopre che il mondo non è al di fuori delle parole e le parole non sono qualcosa di totalmente diverso dal mondo. È una questione di consapevolezza, quel riscatto di cui si parlava prima: la realtà non è superiore all’idea, perché il sostenere il contrario è pur sempre un’idea! E le parole sono il vestito delle idee. Un buon grammatico è come un grande stilista: non impone, ma vede il disegno del reale».
Oggi l’intelligenza artificiale permette di tradurre e comporre testi con enorme finezza e precisione. Perché la grammatica non può essere vista come un semplice linguaggio macchina?
«Occorre precisione per esprimersi, per farsi capire; ma prima ancora occorre esattezza nell’adeguarsi alla realtà che si intende esprimere. La cosiddetta “intelligenza artificiale” è più un artefatto che una intelligenza: l’intelligenza è coscienza di coscienza, sapersi sapenti, autocoscienza. E questo appartiene allo spirito: lo sapeva già Avvicenna, l’ha argomentato Tommaso d’Aquino e ora lo riconoscono anche i neuroscienziati come Damasio. La grammatica non è un meccanismo. La grammatica è sempre una invenzione speculativa perché, nella adeguazione originaria tra spirito e mondo (dall’anima non si esce né si entra, perché è in qualche modo tutte le cose, come si dice nella Scuola), l’esattezza di una impronta sensibile si riflette in una precisione descrittivamente efficace con continue analogie, similitudini, evocazioni che fanno la vera intelligenza, cioè una lettura intima (intus-legere). Noi riusciamo a intenderci anche quando non siamo capaci di spiegarci».
In che modo san Tommaso c’entra con la grammatica?
San Tommaso è grande in tutto, anche se non ha detto tutto. La sua grandezza principale è nella capacità espositiva. Io chiamo “minimalismo intellettuale” il suo modo di procedere. La verità sta nel giudizio, cioè nella proposizione fatta del legame tra soggetto e predicato: se non è chiaro il legame, aggiungo “il perché”; se non è chiaro il perché, faccio “l’esempio”. Insomma, tre parole e una immagine! Le grandi lezioni di grammatica di san Tommaso si trovano nelle acrobazie che deve fare nell’esporre le proposizioni che riguardano l’unione delle due nature nell’unica persona del Verbo, o quelle che riguardano le tre persone nell’unica natura di Dio. Qui l’intelligenza artificiale non saprebbe... che pesci pigliare. Si chiama “grammatica speculativa”».
C’è un elemento della grammatica italiana che rivela qualcosa di sorprendente sulla struttura del reale?
«Le preposizioni, anche se non si tratta solo della grammatica italiana, sono un uncinetto incredibile che sa intessere i legami più dettagliati. Le preposizioni indicano la causalità cioè i diversi tipi di dipendenza o relazioni tra le cose nel loro essere viste. Con le preposizioni noi mostriamo il reticolato della realtà, ciò che la rende intelligibile… e ci fa sentire intelligenti: sappiamo dire “il perché”».
Scrive Nietzsche ne Il Crepuscolo degli Idoli: «Temo che non ci libereremo di Dio perché crediamo ancora alla grammatica». Aveva visto giusto?
«Direi proprio di sì. Basta riprendere quanto ho appena detto: la grammatica è il riflesso nell’anima dell’ordine delle cose. E quest’ordine è nella intelligenza creatrice. E con una punta di ironia, potremmo dire che anche Nietzsche la riconosce e la ringrazia, perché se non ci fosse l’intelligenza creatrice non ci sarebbe la grammatica che lo aiuta a dire in modo corretto le sue fesserie...».
«In principio era il Verbo»: se c’è una filosofia ci può essere anche una mistica della grammatica?
«Certo che lei l’ha congenita bene l’intervista: la grammatica, tra ascetica e mistica! La risposta è sì. E la mistica della grammatica è la poesia. Nella poesia si parla di licenza poetica, è vero, ma proprio perché poetica questa licenza è una eccellenza: ci si può permettere di tutto, ma a ragion veduta, il che significa che l’intelligenza è stimolata al massimo grado. Tutto è concetto, immagine, suono, ritmo e silenzio. Proprio come nel Verbo eterno, pronunciato dall’eterno silenzio, per citare Ignazio d’Antiochia. È Aristotele che dice che il filosofo e il poeta in qualche modo si assimilano, perché entrambi sono rivolti a ciò che è meraviglioso. Tutto è poetico, cioè evocativo, uscito dalla voce che imita e immagina. Nel suo gioco più fanciullesco, perché inesorabilmente originario e originale. Pensi che la prima lezione di grammatica me l’ha impartita la mia mamma, quando avevo due anni, con una filastrocca sulle vocali. Senta un po’: sembra un omino i col puntino, è matto u a gambe in su, corococò corococò l’uovo è tondo come l’o, va col bastone a col pancione, ma chi è più bello? e con l’occhiello! Mi ha già perdonato questa memoria fanciullesca, vero? Ma anche questo è importante grammaticalmente. La sequenza foneticamente corretta è proprio questa: i u o a e; e non a e i o u. Non confondiamo l’ordine fonetico con l’ordine alfabetico, direbbe don Camillo».
Padre Giuseppe Barzaghi
Padre Giuseppe Barzaghi

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