Ranucci e Lavitola, dall'amicizia alle bombe: tutti i dubbi che hanno portato alla sospensione di “Report”
Le indagini sull'attentato e il rapporto del giornalista con l'ex editore hanno spinto la Rai a sospendere le repliche estive del programma in attesa di chiarimenti. Che mancano ancora

Da vittima di un attentato intimidatorio a protagonista di una «vicenda delicata e complessa» (copyright Rai) che va chiarita. Sigfrido Ranucci incassa la sospensione delle repliche estive di Report e non accetta di far buon viso a cattivo gioco. Quindi contrattacca, da par suo. Dicendo, e anche non dicendo. Sceglie l’arma dei social, postando il «colophon» dell’Avanti! che fu. Correva l’anno 1996, e il direttore Valter Lavitola, il «caro amico» che gli avrebbe fatto piazzare una bomba sotto la macchina (e sotto casa), dirigeva il quotidiano socialista. Ai suoi ordini, una squadra di grandi firme. Coordinatore, tal Fabio Ranucci. «Ma non è mio parente» giura il conduttore più discusso dell’estate italiana. Che poi annota: «Questo era Lavitola. Guardate i nomi dei giornalisti». Fabrizio Cicchitto, Gianni Baget Bozzo, Lino Jannuzzi, Renato Brunetta, Margherita Boniver tra gli altri. In questi torridi giorni, non solo per il termometro, non è la prima volta che Ranucci chiama a raccolta i colleghi, cogliendo peraltro solidarietà piuttosto tiepida, per usare un eufemismo. Lavitola, dice il Sigfrido nazionale, gli è stato presentato da Guido Ruotolo (storico inviato di Raitre), che non nega e sottolinea con un infastidito «non ci vedo nulla di male», salvo poi smarcarsi alla Messi: «In quel ristorante (quello di Lavitola) sono andato saltuariamente, ma da quello che leggo, lui lo frequentava quasi settimanalmente…». Ranucci, peraltro, si era già affrettato a dire che il numero di Lavitola figurava (figura) nell’agenda di tanti direttori di giornale. E allora? Il multiforme imprenditore salernitano sarebbe personaggio al di sopra di ogni sospetto, pare di intendere, nonostante i precedenti penali.

Eppure, secondo la Dda gli avrebbe fatto mettere un ordigno davanti alla villetta. Non un petardone di Capodanno, ma esplosivo vero. Appena si è saputo della perquisizione a casa Lavitola, Ranucci è caduto dalle nuvole: «È un amico, non farebbe mai del male a me e alla mia famiglia». Poi le cose sono cambiate. A riprova della sua fedeltà, Lavitola ha tirato fuori un sondaggio artigianale che avrebbe fatto per captare la popolarità del conduttore, l’interessato ha ridimensionato sottolineando che mai sarebbe sceso in politica nonostante le lusinghe ricevute da destra (!) a sinistra. Poi, per spiegare il loro stretto rapporto, Ranucci si è avventurato in un accenno agli affetti più cari di Lavitola: «Provavo tenerezza per questo padre di un figlio con autismo». Passaggio non gradito dal salernitano, ex (?) massone e frequentatore di lungo corso del sottobosco della Repubblica, quello che attecchisce in salotti romani e stanzoni di potere. Fonte preziosa, Lavitola, ma anche uomo dalle mille conoscenze, abituato a viaggiare nel seguito berlusconiano salvo poi tentare di ricattare il Cavaliere per un giro di escort. Uomo di difficile lettura, da maneggiare con cura, che suscita grandi interrogativi. Alcuni dei quali se li pone da sé: «Io e Ranucci saremmo stati due stupidi a farci l'attentato da soli. E io altrettanto a farglielo come atto d'amicizia a ottobre per poi fare un sondaggio a giugno su di lui come candidato del campo largo». Ma del resto, pare di capire, sarebbe proprio questo il dubbio che ha portato mamma Rai a sospendere il programma d’inchiesta, spiegando che la scelta è stata fatta «a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico», suscitando lo scontato vespaio politico, equamente diviso tra ultrà di Report e cordiali nemici della trasmissione.
Una storia complicata, che i carabinieri stanno ancora cercando di decifrare. Venerdì è stata perquisita l'abitazione di Gomes Clesio Tavares, il cittadino camerunense di 49 anni - factotum di Lavitola - ritenuto l'intermediario che ha tenuto i rapporti con la banda avellinese autrice materiale dell'azione dinamitarda del 16 ottobre. I carabinieri si sono recati in un appartamento di un comune del Nolano dove l'uomo, che si troverebbe in Camerun da mesi, vive assieme alla compagna. Anche la donna è stata ascoltata in una caserma come persona informata sui fatti. Da chi indaga, la figura di Gomes è ritenuta centrale. «Non l'ho fatto scappare, non l'ho spedito in Camerun - ha sostanzialmente detto l'ex editore - lui sta spesso lì e ciò è riscontrabile dal suo passaporto». Ma proprio Lavitola, è emerso, era pronto a lasciare l'Italia, sempre in direzione Africa. L'indagato aveva già acquistato il biglietto aereo e la perquisizione domiciliare - la sera del 4 luglio - è scattata dopo che gli investigatori lo hanno visto uscire di casa con un trolley.
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