Trump “incagliato” a Hormuz. Ma avrà un "piano C" per uscire dal pantano Iran?
Tra gli analisti c'è il sospetto che il presidente Usa si sia infilato in un cul-de-sac. Ora spunta anche un piano di Teheran per ucciderlo

Perché, dopo neppure tre settimane di tregua, Stati Uniti e Iran sono tornati a farsi la guerra? È la domanda che sta interrogando il mondo intero. Risposte certe non ce sono. La cronaca del fuoco incrociato scoppiato in seguito gli attacchi sferrati dai pasdaran alle navi che transitavano nello Stretto di Hormuz lungo la rotta omanita, non iraniana, è caratterizzata da una suggestione registrata da diversi analisti: se lo scenario mediorientale, oggi, è perfettamente sovrapponibile a quello di mesi fa, significa che il Memorandum d’intesa del 17 giugno, di fatto, non ha mai convinto nessuna delle due parti. Washington e Teheran lo avrebbero adottato solo perché entrambe hanno disperatamente bisogno di una pausa nei combattimenti. I nodi chiave del conflitto sono infatti ancora tutti irrisolti.
Il New York Times segnala, per fare un esempio, l’ambiguità dell’articolo 5 del Memorandum: quello sullo Stretto di Hormuz. Il paragrafo recita: «La Repubblica Islamica dell’Iran adotterà tutte le misure possibili per garantire, con il massimo impegno, il passaggio sicuro delle navi commerciali, senza alcun addebito per un periodo limitato ai soli 60 giorni, dal Golfo Persico al Mare di Oman e viceversa». Gli americani lo hanno interpretato come uno strumento per attribuire all’Iran la responsabilità di garantire la sicurezza dei traffici nel passaggio. Gli iraniani, invece, lo hanno visto come un riconoscimento del loro diritto a controllarlo. Il caso è emblematico, scrive il quotidiano, «di ciò che accade quando le parti attenuano deliberatamente le loro divergenze» senza risolverle.
L’opinione pubblica americana si chiede se, questa volta, l’uso della forza e il ritorno alla strategia delle sanzioni possano produrre risultati diversi. Ci si domanda inoltre se Trump, dopo il fallimento dell’operazione “Epic Fury” e il crollo della “pace provvisoria” sancita dal Memorandum, abbia un “piano C” per provare a trascinare il Paese fuori dal pantano mediorientale. Anche in questo caso, per ora, non ci sono risposte. Quello che negli Stati Uniti in pochi osano ammettere con chiarezza è proprio che il presidente si è infilato in un “cul de sac”. «Potremmo averla combinata davvero grossa andando in Iran», ha commentato Joe Rogan, un podcaster conservatore molto seguito dal popolo Maga. «I sostenitori di Israele – ha aggiunto – sono gli unici a pensare che sia stata una buona idea».
Il ruolo del governo israeliano in questo contesto non è secondario. Secondo fonti della Cnn , il premier Benjamin Netanyahu «vorrebbe veramente partecipare ai raid Usa» contro l’Iran, proprio come ha fatto agli inizi della guerra, ma l’Amministrazione non vuole perché teme di perdere il controllo del conflitto. Sarebbero arrivate da Tel Aviv, inoltre, le informazioni di intelligence che segnalano l’esistenza di un nuovo piano messo a punto dal regime per far fuori Trump. Il tycoon, ieri, ha glissato sull’idea che si tratti di una strategia con cui Israele vuole influenzare le sue decisioni. Nelle ultime settimane i rapporti tra Trump e Netanyahu si sono incrinati proprio sull’opportunità di proseguire o meno la guerra contro l’Iran: il primo ha cercato una via d’uscita; il secondo ha fortemente sostenuto la necessità di continuarla. The Donald, ieri, si è limitato a sottolineare: «Sono nella lista iraniana delle persone da eliminare da molto tempo. Se dovesse succedere qualcosa, bisognerebbe bombardarli con una potenza mai vista, ho già lasciato istruzioni».
Il titolare della Casa Bianca ha annunciato anche che tra Washington e Teheran ci saranno ulteriori negoziati. «Ci ha chiesto di proseguire i colloqui. Abbiamo accettato di farlo, ma abbiamo chiarito, senza mezzi termini, che il cessate il fuoco è terminato». Axios ha anticipato (ma il regime ha smentito) che un nuovo giro di trattative potrebbe tenersi la prossima settimana in Svizzera. I mediatori del Qatar, ieri, sono volati a Teheran proprio per incoraggiare la ripresa del dialogo. Funzionerà? I bombardamenti Usa di mercoledì e giovedì sull’Iran (ieri non ce ne sono stati) e la retorica sulla fine della tregua di certo non conciliano il confronto che, pure, Trump sta cercando. C’è chi tra le dichiarazioni contraddittorie del tycoon legge il tentativo di parlare, contemporaneamente, alle due anime dell’intellighenzia iraniana spaccata tra gli oltranzisti della guerra al nemico (come i pasdaran) e i moderati in cerca di una soluzione alla crisi. La frattura è emersa con particolare evidenza durante le esequie dell’ex Guida suprema Ali Khamenei. I video circolati nei giorni delle cerimonie funebri hanno registrato contestazioni rivolte ai principali negoziatori: il presidente Masoud Pezeshkian è stato messo in salvo dalla scorta che lo ha sottratto alla furia della folla; il ministro degli Esteri Abbas Araghchi è stato insultato da un gruppo di persone che lo accusavano di arrendevolezza e colpito da una pietra lanciatagli contro al motto “morte a chi scende a compromessi”.
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