Nonno Remo, 75 anni e in chemio, salva la vita a due braccianti: «Ho fatto solo il mio dovere»
L'anziano capitano di navigazione ha visto tre operai pachistani scivolare nel canale davanti a casa, nel Ferrarese. La corsa in garage, le corde lanciate oltre l'argine: «Se avessi avuto le gambe di una volta, li avrei salvati tutti»

Al piccolo Tommaso, che ad agosto tornerà a trovarlo ai Lidi, qualcuno avrà già spiegato che il nonno è diventato un eroe. Remo, invece, gli racconterà probabilmente soltanto di tre ragazzi che non sapevano nuotare, di un canale che conosce da una vita e di due corde prese di corsa dal garage. Perché lui continua a pensare di aver fatto solo il proprio dovere. Anche se il “dovere” significa rischiare la vita con 75 anni sulle spalle, un tumore e una chemioterapia in corso. «Ho visto subito la malparata» racconta. «Un ragazzo era scivolato nel tentativo di recuperare l’auricolare del telefono finito in acqua. Gli altri due si sono buttati per aiutarlo. Ma nessuno dei tre sapeva nuotare».
Erano circa le 19 di giovedì sera a San Giovanni di Ostellato, nel Ferrarese, a pochi chilometri da Comacchio e dal Lido delle Nazioni. I tre giovani braccianti pachistani, che lavorano in una vicina azienda di produzione di pomodori, si sono trovati improvvisamente prigionieri della corrente. Il primo è annegato quasi subito, scomparendo sul fondo, a quasi 4 metri di profondità. Gli altri due sono rimasti in balia dell'acqua, cercando di aggrapparsi alle lastre di cemento e chiamando aiuto, fino a quando Remo Mosca è arrivato sull’argine da casa sua. Aveva visto tutto dal balcone. È anziano, ha un brutto male che sta combattendo da gennaio, un fisico che oggi non è più quello d'un tempo: «Se avevo le gambe più sane li salvavo tutti e tre - dice -. Però più di così non potevo correre». Sì, perché Remo s'è messo a correre: è sceso in garage, ha preso due corde ed è tornato subito verso il canale. Nessun parapetto, nessuna sicurezza: un passo falso poteva trascinare dentro anche lui. Ma ha lanciato la fune e ha tirato fuori uno dopo l’altro due ragazzi, con la forza delle sue braccia.
«Prima si interviene, poi si chiama» spiega lui, come se nulla fosse. «È inutile telefonare mentre uno sta andando giù». Soltanto dopo ha chiamato il 112: nel giro di un'ora ecco vigili del fuoco, carabinieri, soccorritori e persino l’elicottero. Per il terzo ragazzo, però, non c’era più nulla da fare: la corrente lo aveva trascinato fino a una curva del fosso, poco più avanti, dove è stato recuperato. È stato Remo a indicare il punto, conosce bene quei canali: per 43 anni ha lavorato sull’acqua, prima sul Po, poi come manovratore nelle conche, quelle strutture che regolano i dislivelli permettendo il passaggio delle imbarcazioni, fino a diventare capitano di navigazione interna. «Quando hai bisogno, devi sapere cosa fare» continua, confessando di essersi già trovato in una situazione analoga vent’anni fa, insieme al padre: «Abbiamo salvato un ragazzo allo stesso modo, proprio davanti casa».
La sua vita oggi scorre più lenta di allora. La malattia lo costringe al riposo, il 21 agosto dovrà sottoporsi a nuovi esami per capire se le cure hanno funzionato. Remo nel frattempo cura il suo orto, il prato, i campi, ha due figli maschi che lo aiutano (uno più vicino, uno a Milano), il fratello. E poi c'è la sua inseparabile moglie, Emanuela, che sul terrazzo ha assistito al rocambolesco salvataggio: «Era sconvolta, non stava ferma - racconta -. Si è calmata solo quando sono arrivati i soccorritori. Uno dei comandanti dei vigili del fuoco mi si è avvicinato e mi ha detto “Ciao Remo”. “Come fa a sapere il mio nome?” gli ho chiesto io, stupito. “C'è scritto sul cappello” mi dice. È lei, Emanuela, che lo cuce, su tutti quanti i cappelli. Lì abbiamo sorriso, siamo tornati in noi». Poi la domanda: «Quanti anni hai Remo?». «Settantacinque». E la sorpresa di sentirsi dire: «Sei un eroe ad aver salvato quei due ragazzi». Al “capitano” di San Giovanni interessa poco, in ogni caso. Preferisce parlare degli operai pachistani che vivono e lavorano a pochi passi da casa sua, nelle grandi serre della zona. «Sono brave persone, non hanno mai dato problemi». E racconta anche di come, a suo giudizio, l'azienda lavori seriamente e abbia contribuito a stroncare rapidamente i fenomeni di caporalato che in passato avevano interessato la zona. La sua “impresa”, d'altronde, nasce dal suo saper guardare gli altri, accorgersi delle loro difficoltà, fare quello che serve: «Quando hai bisogno non passa mai nessuno» dice nonno Remo pensando a quei minuti sull’argine e al traffico delle macchine. «Quel giorno, per fortuna, c’ero io».
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