Bip, il bar della parrocchia dove al bancone ci sono le persone con disabilità

Nel cuore di Milano, un bar nato dalla comunità parrocchiale trasforma formazione, lavoro e relazioni in occasioni concrete di autonomia per le persone con disabilità
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July 11, 2026
Bip, il bar della parrocchia dove al bancone ci sono le persone con disabilità
Lo spazio del Bar Bip, a Milano /Tullia Diena
L’inclusione ha il rumore della macchina del caffè, di un banco da preparare, delle brioche da sistemare, di un turno che comincia. Ha il ritmo concreto del lavoro, non quello astratto dei buoni propositi. Al Bar Bip, aperto il 20 maggio negli spazi della parrocchia del Rosario a Milano, la disabilità entra così nella vita quotidiana: dentro un servizio, una cucina, un rapporto con i clienti. Sui gradini che conducono al locale c’è scritto: «Togli l’asterisco. Guarda davvero». Indica il senso di un progetto nato per spostare la disabilità dal perimetro dell’assistenza e del tempo libero a quello dell’operatività: imparare un mestiere, rispettare un orario, stare in relazione con chi arriva per una colazione, una pausa pranzo, un aperitivo.
Alle spalle non c’è un’iniziativa improvvisata. C’è il gruppo Bip, attivo da circa quarant’anni nella parrocchia del Rosario, per affiancare le persone con disabilità: una rete di volontari, famiglie, uscite, vacanze, momenti di aggregazione e relazioni costruite nel tempo. Per anni il cuore dell’esperienza è stato il tempo libero, vissuto come spazio di amicizia e familiarità. Poi, dentro quella storia, è maturata un’esigenza nuova: provare a costruire qualcosa che non fosse soltanto incontro, ma anche formazione, lavoro, autonomia possibile.
L'ingresso del bar /Tullia Diena
L'ingresso del bar /Tullia Diena
A dare forma al progetto sono stati Roberto D’Ambrosio, Ambra Trussardi, Enrico Varenna e Antonio De Franciscis, i quattro fondatori che hanno trasformato l’esperienza del gruppo in un percorso più strutturato. «Il gruppo Bip nasce da un’amicizia – di Roberto, allora giovane parrocchiano e ora presidente della cooperativa, e Marco, giovane disabile – ed è diventato nel tempo un gruppo che si occupa del tempo libero dei nostri ragazzi», racconta Trussardi, una delle fondatrici. Oggi il bar, spiega, segna il passaggio successivo: non sostituire il volontariato, ma affiancargli un progetto capace di offrire ai ragazzi un’occasione concreta di crescita.
Per arrivarci è servita una forma giuridica adeguata: una struttura capace di firmare contratti, cercare contributi, organizzare lavori, assumere personale e costruire percorsi formativi. È nata così una cooperativa sociale di tipo B, pensata per l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate.
Il Bar Bip è stato ricavato in una sala del complesso parrocchiale, legata allo studentato e utilizzata in passato per riunioni, studio, corsi e attività comunitarie. Con i lavori è diventata uno spazio di circa cento metri quadrati, con una quarantina di posti, aperto al pubblico. Nella fase di avvio i ragazzi con disabilità coinvolti sono undici, tra assunti, tirocinanti e volontari. I turni coprono cinque giorni di apertura, dalle 8 alle 22, e vengono costruiti tenendo conto delle possibilità di ciascuno: molti fanno dieci o dodici ore alla settimana, alcuni arrivano a venti, pochi a trenta.
Ragazzi al lavoro all'interno del Bar Bip /Tullia Diena
Ragazzi al lavoro all'interno del Bar Bip /Tullia Diena
A coordinare il bar è Alessandro Luciani, 29 anni, figlio di una volontaria storica del gruppo Bip. Ha studiato design, ma lavora da anni nella ristorazione. Quando il progetto ha iniziato a prendere forma, ha lasciato il lavoro in un altro bar della zona per seguirlo dall’inizio. Oggi accompagna i ragazzi nella formazione, nei turni e nel rapporto con i clienti. Tra i primi assunti ci sono Ginevra e Christian. Quest’ultimo era già inserito in un tirocinio in un’altra realtà e, dopo l’avvio al Bar Bip, è stato assunto: oggi lavora anche in cucina, con crescente autonomia. Gli altri percorsi formativi sono seguiti attraverso il collocamento mirato e il supporto del Consorzio Mestieri Lombardia e del Consorzio Sir. Il tirocinio, spiega Trussardi, non è pensato come mera presenza a rotazione, ma come una tappa per costruire competenze e arrivare, quando possibile, all’assunzione. Attorno al lavoro retribuito continua a muoversi una rete ampia di volontari, che aiuta nei turni, nelle pulizie, negli acquisti, nell’organizzazione. È una struttura ibrida, in cui la professionalità necessaria a far funzionare un locale convive con la cura delle relazioni. Per molti ragazzi il bar è anche uno spazio riconoscibile, dove fermarsi anche fuori dall’orario di lavoro, salutare, incontrare qualcuno.
Il Bar Bip non è però un luogo chiuso nella comunità di origine. È aperto al quartiere e alla città. Chi entra trova colazioni, pause pranzo, aperitivi, famiglie, vicini, persone arrivate per passaparola o curiosità. I primi numeri hanno sorpreso anche i promotori, così come a sorprendere è stata anche la “reazione” di alcuni clienti: dopo aver conosciuto il progetto, hanno chiesto di dare una mano come volontari.
È qui che l’esperienza assume un valore più largo. In molte città, Milano compresa, bar e ristoranti aprono e chiudono rapidamente. A volte sono format replicabili, legati a proprietà lontane, poco radicati nella storia dei quartieri e nelle relazioni quotidiane che li attraversano. Il Bar Bip si muove nella direzione opposta: nasce da una comunità, conosce il territorio, costruisce abitudini, restituisce valore al luogo in cui opera. Su una parete interna del Bar Bip si legge: «Bip è il suono della censura. L’asterisco è il suo segno. Per anni l’asterisco ha coperto parole, storie, persone». Qui si prova a toglierlo senza dichiarazioni solenni: mettendo la disabilità dentro un luogo ordinario, visibile, attraversato. Non nascosta, non trasformata in slogan, ma riconosciuta nella vita comune.

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