In India ogni giorno vengono denunciati 80 stupri di bambine: la piaga del patriarcato che non guarisce mai

L'omicidio di una 11enne riporta alla luce un'emergenza che il Paese non riesce a fermare. Il nodo dell'impunità
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July 15, 2026
Una delle innumerevoli manifestazioni contro la violenza sulle donne in India degli ultimi anni
Una delle innumerevoli manifestazioni contro la violenza sulle donne in India degli ultimi anni
Uscita di casa la sera del 4 luglio per partecipare alla festa di compleanno di un’amica in un villaggio vicino, una bambina di 11 anni è stata sequestrata sottoposta a violenza sessuale da un gruppo di uomini, legata in un sacco e gettata ancora viva in uno stagno da cui è stata recuperata cadavere il mattino dopo dalla famiglia. Quello verificatosi a Baruipur, nello Stato nord-orientale di West Bengal, in India, è l’ultimo ad apparire sulla stampa locale e sulle agenzie internazionali, esempio particolarmente efferato di una casistica di aggressioni sessuali nel Paese asiatico definibile ormai come «endemica». Sono le stesse fonti della polizia a segnalare che gli episodi denunciati quotidianamente sono oggi oltre 80, con la certezza ribadita dagli attivisti che sarebbero molti di più ma in tanti casi non sono denunciati per evitare che la vittima, anche quando sopravvissuta, sia sottoposta a ulteriore vergogna o ad accuse infamanti. Nonostante le pene severe incluse negli ultimi anni nel codice penale indiano, che arrivano fino a quella capitale per casi di stupro di gruppo che si concludono con la morte della vittima, una serie di concause impedisce una riduzione del fenomeno.
Il patriarcato e la misoginia, soprattutto nelle campagne, restano determinanti nel definire la condizione femminile, mentre le autorità di pubblica sicurezza faticano a investigare le segnalazioni perché limitate da organici ridotti e scarsa preparazione specifica. Spesso sono inoltre permeate dallo stesso scetticismo o disinteresse che si registra in vaste aree della popolazione: non soltanto in quella meno colta o meno privilegiata, ma anche – all’opposto – nelle caste superiori o tra quanti, ricchi e potenti, ritengono che sia proprio “diritto” sfruttare le minori tutele di cui godono le donne e la maggiore esposizione al rischio di abusi. Né il crescente livello culturale medio, né la maggiore diffusione delle informazioni via social hanno intaccato privilegi e immunità, come pure l’idea radicata che la morte di una donna, spesso una bambina, sia in fondo preferibile a una salvezza appesantita dalla vergogna che peserà per tutta la vita su di lei e sulla famiglia. Nonostante la vigilanza delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani e una maggiore attenzione dei mass media, l’ondata di sdegno che si era sollevata con la brutale uccisione della giovane Nirbhaya su un autobus di Delhi il 16 dicembre 2012 e i successivi provvedimenti legislativi approvati sotto la pressione dell’opinione pubblica, sembra essersi dissolta sulle rive dei tanti problemi irrisolti del Paese, dell’egoismo del benessere e della superficialità di atteggiamenti veicolati da internet. D’altra parte, se gli osservatori segnalano che il problema non è necessariamente politico ma ha radici nella limitata evoluzione di mentalità a ogni livello della catena di responsabilità, l’impegno ufficiale preso dopo il 2012 di creare entro quest’anno 2.600 tribunali speciali con rito abbreviato per i reati sessuali ha visto finora la creazione di soli 755 corti di giustizia, di cui 410 esclusivamente dedicate agli abusi sui minori. A fronte di questa carenza di iniziativa, le cifre sono preoccupanti e in peggioramento. Dal 2010, in India i crimini contro le donne sono più che raddoppiati arrivando a 29.536 registrati nel 2024, mentre quelli sui minori si sono moltiplicati di oltre sette volte. Quasi 70mila nell’ultimo decennio. 

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