Scegliere con chi stare per una civiltà dell’amore
La prospettiva dell'Enciclica è quella di un convinto passaggio alla necessità di orientare le passioni personali e gli affetti collettivi ad un nuovo approfondimento dell’intelligenza “naturale” della persona

Sorpresa. Il punto di ricaduta propositiva dell’Enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV arriva con il rilancio umanistico di una politica della “verità” e del “lavoro”: da trasformare però – a fronte della possibilità che l’Intelligenza artificiale ce le tolga di mezzo – in autentiche passioni del “bene comune”. Mossa inaspettata e strepitosa. Infatti, siamo nel tempo che si crede giulivamente liberato della post-verità, dove la passione per la verità degna dell’umano è rimossa, confusa con la pretesa di un regime totalitario. E siamo in un frangente economicistico in cui il lavoro dell’uomo, che i teorici prevedono sempre più marginale ai progressi delle macchine, non raccoglie da tempo passioni politiche all’altezza della dignità umana che deve incorporare.
La logica di questo approdo del testo di Leone XIV mi sembra una pista innovativa e interessante: provo a ricostruire il filo del discorso che lo giustifica. Il sottotitolo dell’Enciclica è preciso: il tema è «la custodia della persona umana», messa alla prova, appunto, «nel tempo dell’Intelligenza artificiale».
Dunque non si tratta semplicemente di un’istruzione sull’Intelligenza artificiale. La prospettiva, piuttosto, è quella di un convinto passaggio alla necessità di orientare le passioni personali e gli affetti collettivi ad un nuovo approfondimento dell’intelligenza “naturale” della persona: che non è semplicemente la funzione combinatoria dei dati dell’esperienza, bensì la insostituibile percezione etica del senso delle cose. Nella cura di questa qualità umana, dal canto suo, la fede evangelica iscrive l’apertura di un orizzonte di intelligenza “soprannaturale”, che approda alla destinazione di una felice convivenza umana con l’intimità dell’amore di Dio. Nessun “doppio robotico” sarà in grado di sostituire la verità di questa destinazione con la semplice durata di “protesi sostitutive” del corpo organico o di un “avatar virtuale” della sua continuità simulata.
Una prima sezione dell’Enciclica, formata dai capitoli 1 e 2, si impegna in una generosa e puntuale evocazione delle ragioni e dei modi che hanno generato nel magistero (soprattutto) moderno la continuità di una speciale applicazione del discernimento evangelico alla sfera del legame sociale.
Il soggetto promotore di questo sviluppo è rappresentato dai titolari del ministero petrino, soprattutto a partire da Leone XIII (la firma dell’Enciclica porta emblematicamente la data della Rerum novarum), fino ai giorni nostri. La ricostruzione della continuità di questo magistero mira evidentemente a confermare l’alto profilo cristiano di questo impegno, per nulla estraneo alla missione evangelica. Il capitolo 2 riassume sinteticamente i fondamenti teologici e i principi antropologici di questa dottrina. Il capitolo 3, infine, chiama in causa direttamente la provocazione rappresentata dalla novità della IA. Il Papa insiste, qui – un po’ controcorrente, mi pare – sull’intreccio umano di spirito e corpo, alieno alla macchina e all’algebra, che deve anzitutto riscoprire criticamente – e creativamente – la sapienza dei suoi limiti: ovvero della soglia oltre la quale la trasformazione dell’umano non lo arricchisce, ma lo perde. La cultura umanistica pensa in grande: non si limita alla formulazione di regole etiche – per altro sacrosante – per le applicazioni dell’IA.
I ragazzi hanno ragione di percepire la comunità tradizionale (familiare, civile, o parrocchiale che sia) non più all’altezza del sentimento di sé del nuovo individuo. Però, ignari, delle trappole di chi tende la rete delle nuove community virtuali, sono attratti dal sentimento di libertà del gioco di un dispositivo che consente di scegliermi il mondo premendo un tasto.
L’euforia di questa illusoria emozione si paga: e il suo carattere distruttivo, ormai, va in cronaca. Il capitolo 4 è visibilmente plasmato dall’enormità di questo problema di deformazione e di distacco delle generazioni: dove pochi sono i salvati e molti i sommersi. L’IA, spiega il Papa, può guidare indifferentemente lungo i due percorsi di formazione/deformazione del soggetto: da un lato mette realmente in contatto con un mondo più largo, arricchendo potenzialmente anche i soggetti più svantaggiati; dall’altro tende ad imprigionare la mente nei vincoli del dispositivo, accumulando assuefazione alla perdita di realtà. L’elenco delle priorità conseguenti a questa presa di coscienza, che papa Leone propone nel finale dell’Enciclica, è spiazzante e liberatorio rispetto ai miti in circolazione a riguardo del nostro futuro con IA. La prima priorità è quella che insiste nel rimettere in campo il tema della verità «come bene comune», che diventa anche passione civile a servizio della persona. Uno dei tratti più spettacolari e impressionanti dell’IA, in effetti, è proprio quello di far apparire verosimile anche il falso. La seconda priorità è il ritorno di una “cultura del lavoro” che associa alla trasformazione e alla produzione delle cose la passione e l’emozione dei contenuti relazionali della cooperazione e della solidarietà. La scuola e l’impresa non dovranno rassegnarsi al cinismo dell’economia finanziaria e alla prepotenza dell’automazione tecnica.
Nel capitolo 5, infine, appare la calda perorazione consuntiva di una nuova intelligenza del rapporto fra vita e destino. Le nervature di una nuova alleanza fraterna dell’umano, ispirata dall’utopia concreta della civiltà dell’amore, non devono soltanto battere la cultura della guerra: devono ispirare il dirottamento della volontà di potenza al servizio della dignità dell’affezione.
In apertura del testo, il Papa ricordava che la perversione dell’immaginario sociale è connessa con il pensiero unico imposto ai costruttori della torre di Babele (cfr. Genesi 11, 1-9): esso illude di un progresso illimitato dei liberi e uguali, ma prepara una selezionata specie di schiavi e replicanti. Dobbiamo lasciarci ispirare, invece, dal racconto di Neemia (cfr. Neemia 1-2), dove una comunità di esiliati ritrova determinazione e forza nella memoria commossa di una fede che, restituendo alla loro destinazione i dispersi, trova la sua casa migliore. È l’intelligenza umana, non il chatbot, che deve scegliere con chi stare.
Teologo
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