Il caso Venezia dice (a sorpresa) che il centrodestra è in salute. Legge elettorale, no a forzature
Il verdetto relativo alla città della Laguna e a Reggio Calabria dà ragione alla premier, che ora è chiamata a una prova di responsabilità con l'opposizione sul versante della riforma per il sistema di voto

Chi parlava di un centrodestra in difficoltà dopo gli ultimi e non pochi inciampi del Governo nazionale, è stato sostanzialmente smentito dalla non trascurabile tornata di elezioni comunali appena conclusa. Si può dire che la coalizione guidata da Giorgia Meloni non sembra aver perso il contatto con il Paese, anzi si dimostra a livello territoriale piuttosto solida.
Su tutti spiccano i risultati ottenuti nelle due piazze più importanti, Reggio Calabria e Venezia. La città calabrese è stata strappata al centrosinistra già al primo turno, con la vittoria a valanga di Francesco Cannizzaro. Mentre il capoluogo del Veneto, l’unico capoluogo regionale sui 18 “in palio”, non è stato ceduto al campo molto largo che sosteneva il senatore dem Andrea Martella e che vedeva possibile un successo, complici anche le traversie giudiziarie del sindaco uscente di centrodestra Luigi Brugnaro. Insomma, aveva ragione la premier (e non soltanto lei, nella squadra di Governo) a dire che il risultato del referendum sulla riforma della giustizia non poteva essere interpretato come un verdetto politico sull’operato dell’esecutivo e della maggioranza che lo sostiene. A Venezia, per esempio, vinse il No con una percentuale perfino superiore alla media nazionale. Mentre a Reggio Calabria, in controtendenza con il resto della regione, prevalse il Sì, ma di strettissima misura. Segno che quando gli elettori devono decidere a chi affidare la realtà amministrativa più vicina, il Comune appunto, fanno scelte e ragionamenti diversi.
Anche non votando, come indica il calo consistente (quasi il 5%) della partecipazione, dato da non sottovalutare. Ma parimenti da non sottovalutare è la tentazione che a questo punto potrebbe presentarsi al centrodestra: quella di forzare la mano sulla riforma della legge elettorale, pensando (come per altro è già successo in passato anche a coalizioni di segno opposto) di poter elaborare un sistema che le assicuri la vittoria alle elezioni politiche del 2027. Tentazione da evitare. Intanto perché in genere non è andata bene a chi ha provato a farlo. E poi perché si rischia di fare pasticci, anche grandi, a livello costituzionale e di buon senso. L’esperienza insegna. L’Italia non è un Comune, alle politiche non si vota per eleggere un sindaco ma un Parlamento, perché fino a prova contraria restiamo una democrazia parlamentare. Il presidente del Consiglio lo sceglie il capo dello Stato, certo in base alle indicazioni uscite dalle urne. Ma il principio del “chi vince piglia tutto” non è un’opzione. Occorre conciliare rappresentanza e governabilità. Perciò, se riforma elettorale deve essere, le due principali coalizioni dovrebbero cercare seriamente il più ampio consenso possibile, abbandonando per una volta slogan e tatticismi.
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