I feriti della Flotilla ancora in Turchia sono 50. Sanzioni a Israele, qualcosa si muove
A Istanbul è rimasto anche un italiano, Ruggero Zeni. Da Kallas via libera alle misure contro Ben-Gvir, ma c'è da convincere 27 Paesi dell'Ue. Lettera dei "Preti contro il genocidio": «Stop al silenzio su Gaza»

C’è anche un italiano, il 69enne Ruggero Zeni, tra la cinquantina di attivisti della Flotilla ricoverati a Istanbul. «Non abbiamo parlato con lui. Per il momento sappiamo solo che è ricoverato a Istanbul perché ieri sera non era in condizioni di affrontare il viaggio», ha detto all’ Ansa il fratello Danilo Zeni. Il caso è seguito dal consolato italiano.
Nel frattempo, arrivano le testimonianze degli attivisti tornati in Italia. «Tecnicamente, siamo stati in un campo di concentramento galleggiante», hanno detto in conferenza stampa Dario Salvetti e Antonella Bundu, spiegando di essere a conoscenza «dell'uso di taser su persone bagnate, al collo o sui genitali, sappiamo di molestie sessuali, sappiamo che hanno sparato sulle persone con dei pallini». Dichiarazioni che ragionevolmente finiranno nell’inchiesta aperta dalla Procura di Roma. I magistrati hanno acquisito le immagini pubblicate dal ministro israeliano Itamar Ben-Gvir per capire se si riconosca qualche italiano. E hanno cominciato a sentire le voci degli attivisti, compreso il deputato Dario Carotenuto (M5s). La squadra di avvocati della Flotilla sta lavorando a un'integrazione della querela e valuta una denuncia per tortura. Eppure, il Servizio penitenziario di Israele ieri ha respinto tutte le accuse, dicendo di aver trattato i 450 detenuti «nel rispetto della legge e con pieno riguardo dei loro diritti fondamentali».
Sul fronte politico qualcosa si muove. La prossima settimana, infatti, saranno formalizzate le sanzioni per i coloni violenti – appena tre, oltre a quattro entità – approvate nell’ultimo Consiglio Affari Esteri. Mentre l’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, Kaja Kallas, ha accettato la richiesta del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, di discutere le sanzioni contro Ben-Gvir. La questione sarà trattata ufficialmente al Consiglio Affari Esteri del 15 giugno e, in via informale, settimana prossima nel vertice di Cipro tra i ministri degli Esteri dell’Ue. «In tali riunioni informali non vengono prese decisioni», ha però messo in chiaro il portavoce della Commissione per gli Affari Esteri, Anouar El Anouni, aggiungendo che le sanzioni sono adottate «all’unanimità» dai 27 Paesi dell’Ue.
Impresa non facile, anche se il vento attorno all’esecutivo Netanyahu sembra cambiare a Bruxelles, seppur tra mille cautele. Di fronte a vertici europei piuttosto silenti, El Anouni ha quantomeno condannato come «degradante e sbagliata» la condotta di Ben-Gvir, giudicata «indegna di chiunque ricopra una carica in una democrazia». Italia, Regno Unito, Francia e Germania – cui si sono aggiunti Canada, Australia, Nuova Zelanda, Norvegia e Paesi Bassi – hanno chiesto formalmente al governo israeliano di fermare l’espansione degli insediamenti e la violenza dei coloni, rispettare la custodia della Terra Santa e revocare le restrizioni economiche ai palestinesi.
I Paesi Bassi, da soli, hanno approvato l'embargo ai prodotti degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. E l’Irlanda ha chiesto all’Ue di far sua l’iniziativa. In Italia, invece, Giorgia Meloni – incontrando il premier irlandese Michael Martin a Palazzo Chigi – non è andata oltre la ferma condanna delle violenze dei coloni e degli insediamenti in Cisgiordania. Mentre Riccardo De Corato (FdI) ha annunciato un'interrogazione alla Camera sui costi dell’assistenza alla Flotilla, «con particolare riferimento alle spese sostenute per il rientro in Italia». A onor del vero, Tajani aveva già chiarito giovedì che il biglietto di ritorno era a carico degli attivisti. La vicenda scuote anche il mondo cattolico. In vista dell’assemblea generale della Cei al via lunedì, la rete internazionale “Preti contro il genocidio” (2.200 sacerdoti, 25 vescovi e due cardinali in 58 Paesi), ha scritto una lettera aperta per chiedere ai vescovi «una parola evangelica chiara sulla tragedia del popolo palestinese», in quanto «il nostro silenzio non è neutrale. Le ambiguità dei governi, delle istituzioni e talvolta anche delle comunità cristiane rischiano di diventare complicità». Da qui la missiva, inviata non «per contrapporci, ma per condividere una ferita. Non scriviamo per giudicare, ma perché il dolore di Gaza, della Cisgiordania, del Libano e di tutta la Terra Santa non ci lascia più dormire tranquilli».
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