Dall’Iliade al tennis: se lo sport
rivela (e racconta) chi siamo

Ventotto secoli fa, la Grecia usava due strumenti per definirsi: l’epica e gli agoni sportivi. Oggi, da Agassi a Foster Wallace, l’attività atletica ha sempre interpretato il nostro tempo
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May 22, 2026
Dall’Iliade al tennis: se lo sport
rivela (e racconta) chi siamo
Lottatori greci scolpiti sulla tomba di un atleta (510 a.C.). Sono conservati al Museo Archeologico Nazionale di Atene /Alamy
Il Salone Internazionale del Libro di Torino finisce sempre per raccontare qualcosa di più dei libri. Racconta il nostro Paese, le sue ossessioni, le sue paure, le sue passioni collettive. Dunque, non è un dettaglio che l’edizione 2026, da poco conclusa, abbia registrato numeri giganteschi (oltre 250.000 visitatori, migliaia di incontri) e che dentro a quella gioiosa folla ci sia ormai stabilmente lo sport. Non più ospite eccentrico, ospitato in salette periferiche, ma con una propria e completa dignità che ha fatto sì che lo sport sia definitivamente entrato nel cuore della narrazione contemporanea. Occupa scaffali, festival, classifiche, dibattiti. E soprattutto pone una domanda seria: perché abbiamo sempre più bisogno di raccontare lo sport? Forse perché prima di essere industria o intrattenimento globale, lo sport è stato uno dei modi attraverso cui gli esseri umani hanno provato a capire sé stessi.
La Grecia di ventotto secoli fa usava due strumenti per definirsi: l’epica e gli agoni sportivi. Omero e Olimpia. Da una parte Iliade e Odissea, dall’altra i Giochi Olimpici, il tutto in una quasi perfetta contemporaneità: letteratura e sport erano due lingue dello stesso racconto umano. Infatti, il primo grande narratore sportivo dell’Occidente è l’Omero del XXIII canto dell’Iliade, quello dei giochi funebri organizzati da Achille in memoria di Patroclo. La posizione di quel canto non è casuale: arriva dopo l’apice della violenza, la morte di Ettore e il vilipendio del suo cadavere trascinato nella polvere dall’ira di Achille e prima della scena più umana del poema, l’abbraccio fra Achille e Priamo, il padre che ottiene finalmente la restituzione del corpo del figlio. In mezzo a quei due canti, esattamente in mezzo, Omero colloca lo sport, come se l’agone fosse il passaggio necessario per uscire dalla disumanizzazione della guerra e ritrovare una possibilità di riconoscimento reciproco. Dentro il canto XXIII dell’Iliade c’è già tutto: il tifo, il talento, l’inganno, la tecnica, il dolore, il prestigio sociale, la paura della sconfitta, il fato e persino il fair play. Nel combattimento di pugilato fra Epeo ed Eurialo c’è la prima riflessione occidentale sul rapporto fra violenza e regola. Epeo, con arroganza, minaccia di massacrare il rivale, usa il linguaggio della guerra, promette ossa spezzate e sangue, ma dopo il colpo del Ko, le sue stesse mani diventano “generose”, si prendono cura dell’avversario sconfitto, lo sorreggono, lo consegnano, incosciente, ai suoi amici. In un paio di esametri, insomma, Omero racconta tutta la differenza fra la guerra e lo sport. Il conflitto accetta un codice, il riconoscimento dell’altro, la sublimazione della violenza. Forse è proprio da lì che nasce la forza narrativa dello sport: dalla sua capacità di mettere in scena il conflitto senza arrivare alle estreme conseguenze. Lo sport permette all’essere umano di attraversare simbolicamente la guerra senza precipitare nel caos assoluto della guerra vera.
Per molto tempo, tuttavia, una parte della cultura italiana ha considerato la letteratura sportiva una specie di genere minore. Come se il corpo fosse meno nobile della mente, come se raccontare un rovescio lungolinea, una fuga sullo Stelvio o una partita sotto la pioggia significasse rinunciare alla complessità del mondo. Poi qualcosa è cambiato. In Italia esiste ormai chiaramente un prima e un dopo Open , l’autobiografia di Andre Agassi, pubblicata da Einaudi nel 2011 e scritta insieme a J.R. Moehringer. Non soltanto perché era un libro scritto benissimo, ma perché mostrava che lo sport poteva diventare grande letteratura non-fiction. Ecco la differenza decisiva: alcuni magnifici romanzi sportivi esistono, ma spesso la fiction sportiva non decolla perché lo sport reale possiede già una struttura narrativa perfetta: l’attesa, il fallimento, la resurrezione, il corpo, il tempo, il limite, la sconfitta. Quando la realtà è già così potente, inventarla rischia paradossalmente di renderla meno credibile, mentre la non-fiction scritta con dignità letteraria riesce a conservare quella che Edgar Allan Poe chiamava “la maestà del vero”.
N ello stesso tempo, in Italia, è cambiata la geografia del racconto sportivo: i due sport più letterari del Novecento attraversano oggi una crisi clamorosa. Il ciclismo, che era stato capace di attrarre a sé le parole di Dino Buzzati, Indro Montanelli, Anna Maria Ortese, Gianni Mura, sembra avere smarrito la sua centralità simbolica. Il calcio, che aveva avuto come narratori Giovanni Arpino, Pier Paolo Pasolini, Gianni Brera, continua a occupare spazio mediatico, ma molto meno quello della passione dei tifosi. Il presente, anche letterario, appartiene al tennis e non è difficile capire perché: il tennis è uno sport individuale e insieme profondamente mentale. È geometria, solitudine, ossessione, memoria, controllo del corpo. Gianni Clerici parlava dei “gesti bianchi”, definizione perfetta per descrivere eleganza e rigore. David Foster Wallace, tennista vero prima ancora che romanziere, aveva capito che il tennis non era soltanto uno sport, ma anche una scuola di scrittura: DFW usa il campo da tennis come un laboratorio filosofico dove osservare il tempo, lo spazio, la precisione, l’angoscia, la bellezza, il vento. La trigonometria e il tornado, come recita il titolo di un suo romanzo. Oggi il tennis produce così tante storie perché vince, certo, ma anche perché racconta l’individuo contemporaneo: tendenzialmente solo, ossessionato dalla performance.
E domani? Quali sport diventeranno letterari? Forse quelli capaci di raccontare meglio le contraddizioni del nostro tempo. Gli sport di endurance estrema, dove il tema non è più vincere, ma resistere. Gli sport femminili, che stanno producendo una nuova grammatica narrativa del corpo e del potere. Gli sport di combattimento estremi, come le arti marziali miste, così amate dai leader autoritari del nostro tempo. Non è un dettaglio che l’attuale direttore della comunicazione della Casa Bianca, Steven Cheung, provenga proprio dalla UFC, la più potente federazione mondiale dei combattimenti nell’ottagono. Non è soltanto una curiosità; è il segno di un immaginario contemporaneo nel quale combattimento, aggressività, esposizione pubblica e costruzione della narrazione politica si mescolano senza soluzione di continuità. La politica studia da sempre lo sport per imparare a produrre consenso, spettacolo, appartenenza e gli sport da combattimento estremi raccontano perfettamente il nostro tempo: polarizzato, muscolare, ipercompetitivo, costruito attorno alla figura del vincitore assoluto e del disprezzo dell’avversario. Ogni epoca sceglie gli sport che meglio la rappresentano, la Grecia scelse l’agone perché aveva bisogno di dare forma al conflitto. Il Novecento italiano scelse il ciclismo e il calcio perché erano il racconto popolare della fatica collettiva. Oggi scegliamo il tennis perché viviamo nell’epoca dell’individuo esposto, misurato in ogni istante della sua prestazione. Il motivo per cui continueremo a raccontare lo sport, in ogni caso, è sempre lo stesso da quasi tremila anni: dentro una gara cerchiamo qualcosa che assomigli alla vita. E spesso lo troviamo.

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