Gutenberg 72 è "MEGA". Quando la scala cambia tutto

Nell'inserto culturale di domani un viaggio nell’ipertrofia contemporanea: quando lingua, fabbriche, fede e metropoli mostrano come l’eccesso sia diventato modello
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May 21, 2026
Gutenberg 72 è "MEGA". Quando la scala cambia tutto
Il nuovo Gutenberg prende avvio da una parola che non indica più soltanto una dimensione, ma una tendenza del presente: mega. Non semplicemente il grande, ma il gigante, l’ipertrofia, l’eccesso che invade il linguaggio, l’industria, l’architettura, la religione, le città e trasforma la grandezza in modello. È questa la domanda che attraversa il numero: che cosa accade quando la scala smette di essere una misura e diventa un criterio di organizzazione del mondo?
Ad aprire il monografico è Raffaele Simone, che affronta il tema sul piano del linguaggio. L’eccesso si manifesta anzitutto nelle parole: nei titoli di giornale, negli slogan pubblicitari, nell’enfasi dei leader politici. L’iperbole risponde a un bisogno di espressività, ma a forza di essere usata perde precisione e finisce per deformare il reale, sostituendo alla descrizione un sistema di amplificazioni continue.
Il cuore del numero è il reportage di Alberto Caprotti da Zhengzhou, dove la megafactory della cinese BYD appare come una delle figure più compiute del nuovo gigantismo industriale. Non soltanto per le dimensioni, quasi equivalenti a una città, ma per la concentrazione di produzione, logistica, residenza, servizi e controllo in un unico organismo. La fabbrica diventa così una forma totale, capace di suscitare ammirazione per la sua perfezione tecnica e insieme interrogativi sempre più netti sul tipo di vita che incorpora.
Su un altro piano si muove Leonardo Servadio, che segue il gigantismo navale dalle caravelle di Colombo ai megayacht, alle petroliere, ai portacontainer, alle navi da crociera e alle portaerei. Il mare diventa qui il luogo dove la modernità ha spinto più avanti la corsa alla grandezza, fino a toccarne i limiti: quelli tecnici, ambientali, economici e perfino percettivi, in un paesaggio sempre più occupato da macchine smisurate.
Con Massimiliano Padula il discorso entra nel campo religioso. Le megachiese mostrano come la logica della grande scala possa ridefinire anche la fede: grandi auditorium, media, leader carismatici, centralità dell’emozione e della prosperità, fino a una forma di cristianesimo spettacolarizzato che dagli Stati Uniti si estende al Sud globale.
A chiudere il monografico è Giovanni D’Alessandro, che torna alla Londra di T.S. Eliot e alla Terra desolata. Qui il “mega” prende la forma della metropoli moderna, della folla, della sproporzione urbana che inghiotte l’individuo. La City letta attraverso Eliot, Dante e Baudelaire diventa così la figura letteraria di una grandezza che non libera, ma schiaccia, e che proprio per questo continua a parlare al presente.
Nella sezione Percorsi l’apertura è affidata a due testi che guardano alla cultura in zona di guerra come spazio fragile ma necessario. Mohamed Al-Hessi racconta il teatro a Gaza come pratica di resistenza, ascolto e sopravvivenza civile, capace di restituire voce a donne e bambini dentro la devastazione del presente. A questo si affianca il contributo di Shirin Zakeri, Minoo Mirshahvald e Ehsan Kashfi, che sposta il discorso sulla diaspora iraniana e sulla libertà accademica, mostrando come anche lontano dal Paese l’esilio non coincida affatto con uno spazio neutro, ma resti attraversato da polarizzazioni, delegittimazioni e nuove forme di pressione ideologica.
Il percorso successivo ruota attorno all’anzianità, osservata da due angolazioni diverse ma complementari. Riccardo Michelucci presenta i racconti di Slavenka Drakulic, che portano in primo piano vecchiaia, malattia, trasformazione del corpo e silenzi domestici con una scrittura sobria, lontana dal sentimentalismo. Fulvio Fulvi, invece, segue al Franco Parenti Terzo tempo, dove una coppia anziana interpretata da Paolo Hendel e Lucia Vasini prova a immaginare un’altra forma del vivere insieme, sottraendo l’ultima stagione della vita alla sola logica del declino e dell’isolamento.
Chiude la sezione una pagina singola in cui Gianni Santamaria legge Il fascismo delle cose. Oggetti e consumi nel Ventennio di Emanuela Scarpellini. Il regime viene osservato non soltanto attraverso eventi, parole d’ordine e apparati, ma attraverso oggetti, consumi, cibi, cosmetici, simboli e documenti che hanno veicolato una propaganda diffusa, meno gridata ma profondamente incorporata nella vita quotidiana.

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