Emmanuel Tourpe: «Politica, alta forma di carità»
Il filosofo propone una teoria sociale cristiana oltre liberalismo, comunitarismo e polarizzazione ideologica: l'amore come prima virtù teologale e fondamento del legame sociale

Un trittico d’alluminio di Keith Haring nella chiesa di Saint Eustache a Parigi raffigura una serie di corpi in movimento: alcuni cadono, altri sembrano rinascere, oppure sostengono gli altri. È l’emblema della comunione possibile fra essere umani feriti dal dolore del mondo e uno dei simboli scelti da Emmanuel Tourpe nel suo Politique de l’amour. Une théorie sociale chrétienne edito di recente da Cerf (pagine 340, euro 24,90). Un saggio molto rilevante – che sarà tradotto in Italia dalla Libreria editrice vaticana - per i cristiani e non solo. Filosofo che ha insegnato in varie università, da Lovanio a Bruxelles a Strasburgo, oltre ad aver diretto la programmazione del canale televisivo culturale europeo “Arte”, Tourpe ha ricevuto nel 2025 il Grand Prix catholique de Littérature. Lo abbiamo intervistato.
Prendiamo di petto la sua proposta di teoria sociale cristiana in un mondo che vive una situazione di policrisi. Lei si chiede come reagire da cristiani e rilancia non solo l’idea del bene comune ma la pratica quotidiana, specificando che non si tratta solo di bene comune ma di bontà comune. Può spiegare cosa intende?
«L’idea di “bene comune”, che permea il nostro discorso cristiano, è carica di ambiguità. Può essere intesa nel senso dell’estrema sinistra anarchica (”la proprietà è un furto”), o nel senso della sinistra anticapitalista, o persino della destra radicale. In Francia, l’imprenditore cattolico Vincent Bolloré ha fondato un think tank, “L’Institut de l’espérance”, che utilizza questo concetto per giustificare proposte politiche saldamente allineate all’estrema destra dello scacchiere politico. Il “bene comune”, in fin dei conti, è diventato un concetto vuoto, sfruttato da tutte le ideologie. Noi cattolici ne siamo in parte responsabili: insistendo sull’oggettività esteriore di ciò che può creare legami nella società, abbiamo perso di vista ciò che, prima di ogni altra cosa, deve fondare il desiderio di connessione che risiede nelle nostre anime. Che senso ha sventolare la bandiera del “bene comune”, come fanno tutti i partiti politici, quando il nostro contributo specificamente cristiano è quello di coltivare, nei cuori e nell’intimità delle nostre vite, le condizioni della sua possibilità, mettendo in luce una bontà condivisa, una volontà interiore di amare, di unire, di costruire comunità? Per un cristiano, il significato dell’azione è chiaro: è carità. L’amore, la prima virtù teologale, è il nostro programma politico. Politico nel senso più antico e nobile».
Lei si ricollega alla polemica della fine del secolo scorso fra liberali e comunitari che vide Rawls e Nozick da una parte e Taylor, McIntyre e Sandel dall’altra, arrivando poi a Walzer e Habermas. Cosa ci insegna questo dibattito fra intellettuali?
«Questi autori avevano previsto l’attuale abisso di coesione sociale. Tutti avevano compreso il dramma contemporaneo che si sta consumando oggi, riassumibile come uno scontro quasi apocalittico tra l’universale e il particolare: tutto ciò che la modernità aveva stabilito – l’Io, la ragione, la libertà – sotto un ideale di universalità è ora completamente messo in discussione dallo scontro tra individualismi narcisistici, dalla tirannia delle emozioni e dalla patetica riduzione della libertà di liberarsi dai vincoli alla libertà di fare ciò che si vuole. Lo shock è immenso, ma era anche prevedibile perché la modernità, come avevano già osservato Oswald Spengler e la Scuola di Francoforte, porta in sé le proprie contraddizioni. Gli autori che lei cita – ma anche altri a cui sono legato, come Jean-Claude Michéa, Christopher Lasch e Francis Wolff – hanno tentato di curare le nostre società liberali dai sintomi sempre più evidenti dei loro mali già negli anni Settanta; ognuno di loro ha proposto la propria soluzione e il proprio rimedio. Nessuno ha avuto successo – nemmeno Habermas, l’ultimo dei moderni. Semplicemente perché la maggior parte di loro ragionava ancora in termini di modernità, cercando disperatamente di “salvare l’universale” per preservare la coesione sociale. Oggi, dopo il loro scacco, sembra che l’unica alternativa al liberalismo caotico sia la soluzione illiberale o postliberale. Molti cristiani, e persino cattolici, soprattutto negli Stati Uniti, nutrono questa convinzione. Io la ritengo estremamente pericolosa, persino diabolica. Non è opponendosi alla modernità liberale che si promuove una teologia politica cristiana. La mia proposta, radicata nelle profondità del pensiero di Sant’Agostino, è che solo la carità ha una forza analogica nella società, trasformando l’Io moderno così come gli individui postmoderni».
Perché critica le idee di John Milbank, considerandole un passo indietro?
«Il mio lavoro vuole andare oltre la teoria sociale di John Milbank ed ha analogie con le opere di altri autori del filone Radical Orthodoxy come Adrian Pabst o William T. Cavanaugh. Credo che questa corrente di pensiero trascuri eccessivamente le questioni di universalità. Milbank, a mio avviso, non ha integrato tutte le dimensioni dell’analogia cristiana nel suo pensiero, il che ha reso la sua opera piuttosto sterile in ambito politico. Cavanaugh, figura di spicco degli ambienti anarchici cristiani, tende a opporsi al ripiegamento del cristianesimo sullo Stato-nazione. Pabst sostiene che la dottrina sociale della Chiesa sia una soluzione alle impasse liberali, ma non ha individuato l’essenza e il fondamento, cioè l’essere come amore, dell’intera dottrina sociale della Chiesa. In generale, mi sembra che questi autori non colgano a sufficienza, della modernità liberale, ciò che essa è in grado di preservare in termini di valore. Sono più inclini all’opposizione, mentre io – forse in modo più dialettico – cerco piuttosto di rinnovarla. I cristiani sono parte del mondo e devono trasformarlo dall’interno. Dobbiamo essere il “lievito nell’impasto”».
Lei mette in guardia da una doppia tentazione: il comunismo di sinistra e il comunitarismo di destra. Si tratta di altre vie da evitare?
«Non è più possibile continuare a vivere politicamente con scontri ideologici militanti, con visioni del mondo unilaterali che privilegiano la propria logica interna rispetto alla giustizia e al diritto. Quando il Papa ha chiesto ai cattolici americani lo scorso autunno se ci fosse coerenza nell’essere pro-vita di giorno e a favore della pena di morte di notte, stava indicando qualcosa di profondo: noi cristiani – e a mio parere, nessun cittadino, a prescindere dalla fede – non dovremmo limitarci a categorie politiche preconfezionate. L’era dei partiti politici, che ora si dilaniano a vicenda nei parlamenti di tutto il mondo, deve rinnovarsi verso una nuova era: un’era di discernimento, di capacità di giudicare qui e ora ciò che è bene, senza sottomettersi a “programmi politici” astratti. Da questa prospettiva, sì, il comunismo di sinistra e il comunitarismo di destra sono mezze misure, ognuno dei quali si trasforma in un mostro ideologico man mano che diventa assolutista. È tempo di tornare alla phronesis di Aristotele, al discernimento di Ignazio. Mi piace l’idea, presente negli Esercizi Spirituali, che si debba fare un’”elezione” interiore per poter scegliere. Quando esprimiamo il nostro voto, quando andiamo alle “elezioni”, facciamo, nudi, questa “elezione” interiore che permette alla vita politica di essere la continuazione della vita spirituale attraverso altri mezzi?».
In un capitolo vengono messe sotto accusa la teoria del gender, la cultura woke e la cancel culture, che hanno negli ultimi anni dominato il panorama culturale anglosassone e non solo. Può chiarire il suo pensiero?
«Si tratta di tre buone idee degenerate. Buone intenzioni che spianano la strada all’inferno. Dimostrano cosa può diventare la virtù della giustizia quando non è connessa e alimentata dalla virtù della carità. Fino agli anni Ottanta, il gender è stato uno strumento per la parità di genere: ora è diventato un concetto vuoto, dove tutte le differenze sessuali si sono dissolte. L’opera di sabotaggio condotta dall’opera di Judith Butler, del 1990, Gender Trouble, è passata quasi inosservata all’interno della Chiesa: ora serve alle peggiori forme di disordine sociale. Il wokismo è stato uno strumento formidabile nella lotta sociale contro la discriminazione nelle scienze sociali degli anni Sessanta. Alla fine si è trasformato in una mentalità vittimistica, un pozzo senza fondo: non è altro che la perfetta illustrazione del “risentimento” nietzschiano. Da questo punto di vista, condivido le analisi del cardinale Christophe Pierre in un recente articolo sulla Nouvelle Revue Théologique, dal titolo “Woke Culture and Post-Liberalism”. Per quanto riguarda la cancel culture, è nata dalla legittima richiesta di accountability, ovvero che ogni funzionario o figura pubblica dovesse essere esemplare e chiamata a rispondere delle proprie azioni. Ben presto, questa richiesta si è trasformata in un tribunale di Mosca permanente, persino all’interno della Chiesa, dove il minimo tweet o lettera di accusa è sufficiente a distruggere carriere, vite e reputazioni. La Chiesa si è talvolta dimostrata incredibilmente ingenua nel sottomettersi a tale distorsione del concetto di giustizia, arrivando talvolta a calpestare la legge stessa».
Due pensatori cristiani cui lei si riferisce sono Maurice Blondel e Jacques Maritain: qual è il loro apporto al cambiamento necessario da recuperare?
«Blondel e Maritain sono figure ben note, ampiamente lette dalle generazioni precedenti. L’influenza di Blondel su molti teologi del Concilio è innegabile, così come il ruolo dell’opera Umanesimo Integrale di Maritain. In modi distinti ma in definitiva sinfonici, riconoscevano che la fede non poteva essere separata dalla vita sociale o politica. Da questo punto di vista, credo che siano figure essenziali e che debbano essere riportate all’attenzione del pubblico per le giovani generazioni: capivano che la politica è una questione interiore che coinvolge le anime. Possiamo dunque concepire una nuova teologia politica, o anche semplicemente una teoria sociale cristiana, basandoci unicamente su questi due pensatori classici? Non credo. In primo luogo, perché la metafisica su cui fondano il loro pensiero politico rimane piuttosto classica: una metafisica dell’”essere come amore” presuppone un salto speculativo per il quale nemmeno il tardo Blondel era preparato. In secondo luogo, perché le questioni poste oggi sono inquadrate in categorie completamente nuove: penso in particolare alle sfide poste da teologie politiche esecrabili come quelle di Peter Thiel negli Stati Uniti o di Ivan Ilyn nella Russia di Putin».
Ripropone come modello la figura di Giorgio La Pira: è attuale anche oggi?
«Figure come La Pira dimostrano con l’esempio che “la politica è la più alta forma di carità”, come già affermava Pio XI e come ha recentemente ribadito papa Leone XIV nel suo messaggio ai parlamentari europei del Ppe. Ce ne sono altri, primo fra tutti Robert Schuman. Ma dobbiamo affrontare la realtà: la politica corrompe, le tentazioni politiche sono simili alle tre tentazioni del deserto: ricchezza, gloria e potere. Beato, e soprattutto santo, colui che manifesta le Beatitudini nella vita politica. E devo tristemente rilevare come le due principali figure ecclesiastiche della vita politica francese, i cardinali Richelieu e Mazzarino, siano riuscite a incarnare ambiguità insostenibili. Se la politica è la forma più alta di carità, è anche la forma più alta di tentazione. E la Chiesa farebbe bene a fornire un sostegno speciale a coloro che si lanciano nella mischia: senza preparazione, senza guida, saranno schiacciati da strutture di peccato che la semplice devozione personale non può dissipare. Sono essenziali figure di riferimento, come quelle di San Luigi o Baldovino IV di Gerusalemme, che rimangono fonte di ispirazione: ma non sorgeranno spontaneamente. Sta a noi creare il quadro per questo: quando avremo una Scuola Cattolica di Amministrazione che prepari i futuri alti dirigenti alla vita spirituale e alla lotta interiore tanto quanto all’eccellenza professionale?».
Non c’è il pericolo che la sua proposta sia solo un’utopia? Come è possibile estendere alla società intera il modello di condivisione – e di comunione dei beni – realizzato dalle prime comunità cristiane? Infine: il suo discorso non rischia di riguardare solo i cristiani?
«Io sostengo un realismo ricco di ideali, o un’utopia che funzioni. Questa posizione si colloca a metà strada tra due comportamenti che si possono osservare frequentemente: un entusiasmo idealistico destinato inevitabilmente a sfociare nella frustrazione di fronte a ciò che si afferma, oppure un pragmatismo che degenera nel cinismo. Una volta, nella mia tesi di dottorato ormai piuttosto datata, parlai di “realismo trascendentale”. La proposta che l’amore, analogia della carità, diventi il fondamento della vita politica, e non solo per i cristiani, è quanto mai attuale. Abbiamo provato di tutto: società razionali, comunità affettive... niente ha funzionato. Figure di sinistra come Claire Lejeune in Francia invocano l’amore come nuovo modo di pensare la politica. Si moltiplicano i segnali di un appello generale a cambiare il quadro della convivenza, non più basato su un contratto sociale ma su un contratto morale; e, al di là di qualsiasi nozione contrattuale, a fondare la convivenza sulla “volontà di vivere insieme”, guidata dalla determinazione alla comunione, l’unica forza capace di costruire una società. Non dobbiamo cedere alla disperazione: l’umanità è capace di fare del bene. Siamo creati a immagine di Dio, un Dio amorevole. Solo l’amore è degno di essere politico».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






