Il mito di Meleagro nell'arte, dall'antica Grecia a Picasso
Il gesto della "disperazione" per la morte dell'eroe mitologico, viene analizzato in una mostra alla Fondazione Rovati di Milano. Con un omaggio ad Aby Warburg

Si può costruire una mostra sulla fortuna iconografica di un movimento? La risposta affermativa - la offre la Fondazione Rovati di Milano, dove è stata appena inaugurata Storia di un gesto. Il mito di Meleagro dall’arte classica a Warburg, a Picasso. Un progetto raffinato, curato da Salvatore Settis e in linea con il programma originale che caratterizza questa fondazione privata. Sin da quando ha aperto al pubblico la sua sede in corso Venezia, nel 2022, ha ospitato diverse rassegne sul dialogo tra arte antica (etrusca soprattutto) e contemporanea. Il taglio di questa mostra - aperta fino al prossimo 2 agosto, orari: www.fondazioneluigirovati.org- è dedicato ad un gesto particolare, che ritorna in una serie di opere antiche di varie tipologie come sarcofagi, vasi. Si tratta del cosiddetto gesto “della disperazione”: protagoniste, alcune figure che accorrono sulla scena principale con le braccia gettate all’indietro e il corpo spezzato dal dolore.
Cuore dell’esposizione è un sarcofago romano del II secolo d.C. esposto per la prima volta al pubblico: raffigura la morte di Meleagro, il mitico cacciatore della Calidonia la cui vita era legata a un ciocco di legno. È una delle vicende più cupe e violente della mitologia greca, racconta Settis, che culmina quando la madre dell’eroe, Altea, in preda all’ira perché Meleagro le aveva ucciso i suoi due fratelli, decide di bruciare il pezzo di legno, ponendo così fine alla vita del giovane. Si tratta di uno dei temi più ricorrenti nella cultura greca e romana, citato nell’Iliade nonché soggetto principale di alcune tragedie (andate purtroppo perdute) di Sofocle ed Euripide. Ad essere raffigurata qui è la scena finale con la sepoltura di Meleagro, mentre accorre una donna disperata che getta le braccia all’indietro, forse la sua nutrice. Il percorso parte proprio con questo sarcofago esposto nella prima sala e ricomposto per l’occasione: il lato frontale proviene dalla collezione milanese Brenta-Torno, i due laterali dal museo Archeologico di Firenze. Accanto è esposta una piccola coppa d’argento proveniente da Pompei con un soggetto simile, la morte di Semele: anche qui è raffigurata una donna che accorre disperata, sempre con le braccia all’indietro.
Il tema della mostra, però, è molto più ampio come si vede nelle sale seguenti, e si allarga alla sopravvivenza delle immagini delle emozioni nell’arte occidentale (non manca nel percorso un omaggio al celebre Atlante di Aby Warburg, lo studioso che per primo, all’inizio del ‘900, studiò il mito di Meleagro). Ed è proprio il sarcofago milanese a fare da trait d’union tra i vari secoli: è noto agli studiosi che nel Medioevo si trovava a Firenze, dove fu visto e studiato dagli artisti che riprodussero il particolare della donna disperata. Un video alla fine riepiloga efficacemente questa iconografia che scompare in età tardoantica, per poi ricomparire dopo quasi un millennio nel 1265: attorno a quella data Nicola Pisano scolpisce nel pulpito del Duomo di Siena, nel pannello raffigurante la Strage degli innocenti, proprio una donna nella stessa posa. Da allora, il gesto del dolore torna in altre opere celebri: negli affreschi di Giotto nella cappella degli Scrovegni a Padova (in una delle scene più famose, la Deposizione) e nella basilica inferiore di San Francesco ad Assisi (la Crocifissione) e nella predella della pala dei Magnoli di Domenico Veneziano. E si arriva ad un capolavoro dell’arte del ‘900 quale Guernica di Pablo Picasso: anche qui, in primo piano, c’è una figura femminile che corre con le braccia all’indietro a simboleggiare il terrore dei civili durante i bombardamenti nella cittadina basca. In mostra sono esposti alcuni disegni preparatori più il manifesto della storica esposizione milanese del 1953 a Palazzo Reale, dove Picasso espose un altro suo celebre dipinto, Il massacro in Corea.
Un gesto che rievoca subito gli orrori delle guerre di oggi: da esperienza individuale, legata alla morte di un eroe mitologico, diventa emblema di una tragedia collettiva. Per Giovanna Forlanelli, presidente della fondazione Rovati, «il “gesto della disperazione” emerge così nella sua dimensione più profonda: non un semplice motivo iconografico, ma una forma attraverso cui la storia continua a rendersi visibile».
Il mito di Meleagro, però, è giunto anche ai giorni nostri più indirettamente, legato allo sport. C’è infatti un’altra curiosità legata alla sua vicenda: il mito racconta anche il suo amore per la cacciatrice Atalanta, che lo aiutò ad uccidere il feroce cinghiale che seminava il terrore nella terra di Calidone. Quando il 17 ottobre 1907 nacque la “Società Bergamasca di Ginnastica e Sports Atletici”, i fondatori, nello scegliere il nome della squadra di calcio, presero proprio quello dell’invincibile compagna di Meleagro, Atalanta, simbolo di velocità.
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