Sabastian Sawe, il primo uomo sotto le due ore: «Non salta mai la Messa»
Dal villaggio senza elettricità al record di Londra: la storia del maratoneta cresciuto nella fede cattolica della nonna e oggi benefattore della sua parrocchia

Da settimane ormai il nome di Sabastian Kimaru Sawe è associato soprattutto a un numero: 1h 59’ 30” (1 ora 59 minuti 30 secondi). Il tempo con cui, alla Maratona di Londra del 26 aprile 2026, l’atleta keniano è diventato il primo uomo a scendere sotto le due ore in una gara ufficiale. Tecnica, alimentazione, scarpe, metodologie di allenamento: attorno alla sua impresa si è discusso di tutto. Anche con paragoni suggestivi con gli animali più veloci del mondo, inclusi i ghepardi: per dire come non esiste creatura vivente sulla Terra con una combinazione di resistenza e velocità più potente di Sawe.
Molto meno però ci si è soffermati su un particolare che chi lo conosce considera decisivo, più dei tanti chilometri macinati per allenarsi: la sua fede cattolica vissuta con discrezione e assiduità. A partire da una consuetudine che nella sua comunità viene raccontata con una certa meraviglia. «Non salta mai la Messa», ripetono nella chiesa della Sacra Famiglia che fa parte della parrochia di Santa Giuseppina Bakhita a Lower Moiben, situata nella diocesi cattolica di Eldoret in Kenya.
La storia di Sawe è prodigiosa almeno quanto il suo record mondiale. Sabastian, oggi 31enne, è cresciuto nel remoto villaggio di Cheukta, sugli altopiani di Uasin Gishu in Kenya, in una casa con muri di fango e senza elettricità. Qui negli anni Novanta la terra oscillava tra polvere arida e inondazioni e la gente sopravviveva a stento coltivando mais. L’acqua proveniva dalla raccolta della pioggia e alle 19 si brancolava già nel buio. E così anche la famiglia di Sawe era dedita al lavoro dei campi per vivere. Punto di riferimento per il piccolo è stata la nonna Esther, chiamata affettuosamente Koko.
«È stata dura - ha spiegato Sawe al Runner’s World - ma non abbiamo mai sofferto la fame». La vita era modesta, ma la nonna colmava ogni vuoto con la fede. «Mi ha cresciuto lei, è sempre stata presente. Mi diceva sempre: “Andrà tutto bene”». A questi ricordi la sua voce trema ancora e l’emozione gli riga il volto. Sabastian “il bambino che correva sempre” come racconta sua madre, trascorreva le domeniche alla chiesa cattolica di Cheukta, seguendo gli insegnamenti di Esther. All’atletica è arrivato non subito ma il primo a scorgere in lui la velocità innata fu Julius Kemei, suo insegnante e preside della scuola. «Era un ragazzo molto timido – dice oggi - spesso si nascondeva nella cucina della scuola pur di non prendere parte alle gare studentesche. Però gli dissi: “Correre non è solo talento, è la tua fortuna e il tuo futuro”». Mai profezia fu più azzeccata. E quando iniziò a gareggiare a livello studentesco arrivarono le vittorie. Ogni successo accresceva la sua fiducia: «L’incoraggiamento a correre mi venne dal preside Kemei e da Koko, che ha sempre creduto in me». La strada però per affermarsi fu tutt’altro che semplice, nonostante il trasferimento a Iten, a 2.400 metri di altitudine, sull’altopiano della Rift Valley keniota, lì dove vengono scoperti i campioni mondiali dell’atletica. Ma i risultati non arrivavano e nel marzo del 2020 si ruppe persino un tendine. Poi arrivò il Covid, che bloccò gare, viaggi e opportunità. Il sogno sembrava al capolinea.
I parenti premevano perché cercasse un lavoro e presto sarebbe diventato anche padre. L’unica luce di quel periodo fu il suo matrimonio con Lydia e la nascita del primo figlio, Tyrese. Ma Sabastian la corsa ce l’ha nel sangue. Sua madre era una promettente velocista, il nonno paterno era un maratoneta e lo zio aveva praticato atletica a buon livello. E fu lui a spronarlo e a garantirgli i soldi per l’affitto, per le scarpe e per l’attrezzatura adeguata.
La svolta c’è stata però con l’allenatore attuale, l’italiano Claudio Berardelli con cui ha letteralmente spiccato il volo. Ha cominciato a trionfare alla maratona di Valencia nel 2024, l’ha fatto poi in tutte quelle seguenti a cui ha partecipato: Londra, Berlino e adesso ancora Londra con un primato epocale in una gara pazzesca in cui ha chiuso sotto le due ore anche il secondo arrivato l’etiope Kejelcha.Il suo coach Berardelli non finisce di stupirsi: «È anche un uomo speciale. Ho seguito tanti campioni: fisiologicamente è unico. E poi in lui c’è qualcosa che non comprendo del tutto. Di spirituale, forse. Ha una profondità d’animo e un’umiltà fuori norma. E un fuoco e una voglia che vanno oltre ogni limite». Più di qualche indizio viene dalla sua comunità d’origine. Il suo ex insegnante Kemei, oggi presidente del consiglio pastorale della parrocchia di Sawe, ad Aci Africa ha spiegato: «Sabastian non manca mai alla Messa. Viene in chiesa con tutta la sua famiglia. L’ultima volta che è stato qui, ci ha detto che sarebbe partito per Londra lo stesso giorno per una gara e ci ha chiesto di pregare per lui».
A Religion News Service il parroco, padre Pius Tuwei, ha confidato: «Quando l’ho benedetto, non avrei mai pensato che avrebbe ottenuto una vittoria di tale portata a livello mondiale. È stata una vera sorpresa per me quando ho saputo della sua vittoria». I parrocchiani però conoscono ormai da tempo la sua generosità.
Kemei ha rivelato che il campione sostiene concretamente la parrocchia con ogni tipo di donazione: tra le ultime, 100.000 scellini kenioti (circa 775 dollari) e un gregge di pecore. Ma ciò che gli sta più a cuore è il finanziamento di una nuova chiesa per accogliere il numero crescente di fedeli. «A volte si offre di completare i progetti da solo, dicendo che Dio lo ha già benedetto così tanto», ha aggiunto Kemei. Ma soprattutto è la sua testimonianza che sta aprendo nuovi orizzonti ai più piccoli: «Molti giovani della nostra parrocchia si rivolgono a lui per avere consigli. È una risorsa preziosa per la nostra chiesa. Sawe dimostra ai giovani che tutto è possibile con impegno e una solida fiducia in Dio».
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