I giovani credono ancora nelle promesse, e non per scherzo
La richiesta che arriva da ragazzi e ragazze è semplice ma esigente: tornare a essere affidabili. Essere persone le cui parole hanno un peso perché corrispondono, nel tempo, alle intenzioni e ai fatti

Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cosa ci rivelano del nostro mondo
Promessa
[/pro-mès-sa/], s. f.
La parola promessa è densa di significato, è bellissima perché è legata al
futuro, all’attesa, sa di speranza, anche se contiene il rischio, certo, e la
possibilità della delusione. Parola che richiede una risposta. Esaudita nella
Bibbia è la promessa fatta da Dio ad Abramo (la Palestina come terra che
avrebbe raggiunto e poi raggiunta davvero dagli Ebrei dopo la liberazione dalla
schiavitù egiziana) da cui deriva l’espressione terra promessa. Termine
utilizzato spesso in contesti comuni: agli amici si può chiedere di mantenere
un segreto come promessa; ai genitori promettiamo di comportarci bene. Parola
che va dunque usata consapevolmente, perché capita spesso che non lo si faccia.Occorre essere sicuri o quantomeno determinati quando facciamo una
promessa: è una parola luminosa e poetica, risplende ma può nascondere insidie
e delusione. E che non sia una promessa da marinaio.
Evidentemente le ragazze e i ragazzi non trattano la promessa con leggerezza. Non è qualcosa che serve a prendere tempo, a liquidare una conversazione o a tranquillizzare, come a volte capita che gli adulti facciano con loro. Non è nemmeno quella forma più sottile, implicita, di quando si lascia intendere qualcosa senza dirlo apertamente, quando si crea un’aspettativa per poi disattenderla, pronti a rinnegarla come se non fosse mai esistita. Per loro è una parola che ha un peso. La definiscono “densa” e “bellissima” e in questa doppia attribuzione ritroviamo tutto il fascino, ma anche il senso di responsabilità che le riservano. La legano al futuro e all’attesa, e così ci dicono che ha a che fare con il loro rapporto con il tempo. Il futuro non è solo ciò che arriva comunque, inesorabile e inevitabile, è un orizzonte che si costruisce anche attraverso le parole. Promettere significa mettere in relazione nel tempo, creare un legame tra ciò che viene detto oggi con ciò che accadrà domani. In questo senso emerge una fiducia e una consapevolezza del potere e del valore della parola che alcuni adulti hanno consumato o reso incerto.
Allo stesso tempo alla promessa associano un altro lemma: speranza. Oltre a essere un impegno, la promessa, è anche apertura, desiderio che qualcosa di buono accada davvero. C’è una tonalità molto calda, un grande investimento affettivo che rende questa parola viva. Ed è proprio per questo che essa espone, che se ne può uscire feriti. Infatti compare quasi subito il tema del rischio. La promessa contiene in sé la possibilità della delusione. Senza idealizzazioni, senza vederla come una garanzia, i ragazzi sanno che può essere tradita, che può non reggere nel tempo. Tale consapevolezza, non pare una riflessione astratta, sembra nascere piuttosto dall’aver incrociato qualcuno che si è sbilanciato e non ha mantenuto. Un passaggio particolarmente interessante riguarda il fatto che la promessa “richiede una risposta”. Lungi dall’essere un atto solitario che si esaurisce in chi la formula, coinvolge sempre l’altro, lo chiama in causa. È chiara la visione relazionale: promettere significa entrare in rapporto, significa impegnarsi con l’altro, attivare un legame con reciproco impegno. Non è una dichiarazione unilaterale, è un passo a due che sancisce un patto tra chi si impegna su un punto e chi risponde accordando la sua fiducia. Si tratta di un atto transitivo, non ingenuo, in cui fidarsi coincide con ritenere l’altro affidabile tanto da potercisi affidare.
Significativo è anche il riferimento alla Bibbia e alla promessa fatta ad Abramo. I più giovani dimostrano di collegare questa parola a una tradizione alta, fondativa. Non la riducono a un uso puramente strumentale e quotidiano, ne riconoscono la profondità culturale e simbolica che va oltre la contingenza. La promessa può essere un atto che inaugura un legame, che apre una direzione, che perdura nel tempo, un atto generativo. Ci ricordano che promettere tocca qualcosa di originario, legato al senso stesso dell’essere in relazione. Troviamo pure un altro elemento implicito: nella promessa biblica non si dà un controllo sull’esito immediato. Tra il dire e il compiersi si apre uno spazio lungo, fatto di attesa, fatto di fedeltà che non viene meno. Accettare una promessa significa anche accettare il tempo della sua realizzazione, richiede di stare, di esserci, di continuare a credere nella parola prima che sia verificata. E questo vale tanto nelle grandi narrazioni, quanto nelle relazioni più quotidiane. Di fatti, subito dopo, le ragazze e i ragazzi riportano la promessa dentro la vita di tutti i giorni: tra gli amici, con i genitori, nei piccoli patti. Cambia solo la scala, non la natura. Ogni promessa, anche la più piccola, tiene insieme tempo e fiducia, per altro gli elementi che rendono possibile il permanere in una relazione.
Arriva poi molto netto il richiamo a promettere con consapevolezza. Qui il discorso diventa quasi una critica. Ci segnalano che talora si promette senza pensarci, con leggerezza, e insistono sulla necessità di essere sicuri e determinati quando lo si fa. Chiedono a ognuno serietà, una presa di responsabilità. Coerenza. Proprio perché quella promessa, “luminosa e poetica”, è carica di tanto fascino e apre un tale spazio bello, denso di senso e attesa, non deve illudere, non deve creare aspettative che non verranno soddisfatte. Vive e si nutre di credibilità. Non a caso la definizione si chiude con l’immagine della promessa da marinaio, quella fatta con superficialità e presto dimenticata. È chiaro che i ragazzi sanno di che cosa stanno parlando, di sicuro hanno già incontrato lungo la loro via marinai più o meno avanti con l’età. Per noi adulti, il messaggio è difficile da aggirare. Ogni promessa fatta con leggerezza non è solo una incoerenza, piccola o grande, è un segnale che indebolisce la fiducia nel linguaggio e, di riflesso, nelle relazioni. I ragazzi ci stanno dicendo che le parole costruiscono la realtà, non la commentano soltanto. Se le svuotiamo, svuotiamo anche i legami che pretendiamo di custodire. Forse, allora, dovremmo promettere meno e mantenere di più, ma soprattutto promettere solo ciò che siamo disposti a sostenere nel tempo. Da parte nostra significa anche accettare che non sempre possiamo rassicurare subito, che a volte è più onesto dire “sai, è difficile che questo che desideri accada” oppure “non ne sono in grado” o “non credo di riuscirci”. Significa restare dentro ciò che si è detto, anche quando costa fatica. Significa evitare la frase fatta della narrazione filmica, soprattutto americana, traducibile in quell’irragionevole “andrà tutto bene” a priori.
La richiesta indiretta che arriva dai ragazzi è semplice e insieme esigente: tornare a essere affidabili. Persone le cui parole hanno un peso perché corrispondono, nel tempo, alle intenzioni e ai fatti. Se prendiamo sul serio l’invito, la promessa non si permetterà più di essere un espediente o una scorciatoia per tornare a essere ciò che loro hanno già capito che è: un impegno, una obbligazione, un modo concreto di costruire fiducia e, quindi, rapporto. Loro, con una certa tenerezza, si richiamano alla serietà quando ci promettono di comportarsi bene. Noi, da parte nostra, ripromettiamoci di comportarci bene con loro.
Luigi Ballerini è scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta
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