Gustav Thöni e i suoi dodici nipoti: «La famiglia è la mia vittoria più bella»
La leggenda dello sci: «Con mia moglie festeggiamo 51 anni di matrimonio: sono orgoglioso delle mie vittorie, ma soprattutto della mia famiglia»

Tutto cominciò quando era ancora solo un bimbo: «Avrò avuto più o meno tre anni, e forse non sapevo camminare neppure troppo bene, quando mio nonno Georg, papà di mio papà, mi mise ai piedi dei lunghi attrezzi che lui utilizzava con grande maestria. Aveva imparato a usarli durante la Prima guerra mondiale, guardando gli austriaci: li chiamava “sci” ed era stato uno dei primi ad adottarli a Trafoi (Bolzano), strappando qualche sorriso ai compaesani. Ai miei occhi non erano altro che due assi di legno (di frassino) di circa ottanta centimetri di lunghezza, le cui punte lui aveva piegato nell’acqua bollente. Per attacco aveva messo una sorta di staffa di cuoio».
Iniziò così la leggenda di Gustav Thöni, classe 1951, icona dello sci nazionale, leader della Valanga Azzurra che negli anni Settanta travolse d’entusiasmo l’Italia ben oltre i confini di questo sport. Una carriera stellare: quattro Coppe del Mondo generali, un oro e due argenti olimpici, oltre a cinque titoli mondiali. Ricordi indelebili di un fuoriclasse sempre schivo e riservato che ha deciso ora di confidarsi a cuore aperto nell’autobiografia Una scia nel bianco (Rizzoli, pagine 208, euro 29,90).
Un ritratto in cui emerge lo spessore di un campione forte anche dei legami familiari che ha saputo costruire nel tempo. Innamorato dei propri luoghi da cui non si è mai voluto distaccare. Siamo al passo dello Stelvio, ai piedi dell’Ortles, il gigante delle Alpi Retiche che si staglia maestoso anche sull’albergo di famiglia. Ortles era anche il cognome di Ludwig, il suo bisnonno che qui nel 1875 edificò la prima pensione oggi diventata un rinomato family hotel. Uno spazio dedicato della struttura custodisce ora anche un museo con tutte le coppe e i cimeli di Gustav il campionissimo, il bambino a cui un giorno nonno Georg mise ai piedi quegli sci artigianali: «Fu la cosa più bella che potesse capitarmi: ne rimasi stregato. Scivolai e scivolai più volte per il pendio dolce dietro l’albergo che ha come sfondo la chiesa, sotto lo sguardo divertito del nonno». Una figura decisiva: «Quando mia madre badava all’albergo, ho vissuto tanto tempo coi nonni. Ma è stato mio padre a insegnarmi a sciare. Lui è stato sempre un uomo d’altri tempi. Non ha mai approfittato del mio successo, è rimasto sempre fedele a sé stesso, continuando a lavorare come maestro di sci fin quando poté. Veniva a vedere le gare ma senza mai intromettersi nelle scelte degli allenatori».
Un mondo di ricordi segnato dalle scorribande con il cugino Rolando sciatore di talento anche lui e dalla grande amicizia col parroco di allora “don Gilli”. «Mi piaceva fare il chierichetto e non significava solo servire alle funzioni domenicali, ma anche partecipare alle processioni, soprattutto a quella che dal santuario delle Tre Fontane Sante portava l’immagine della Madonna miracolosa fino alla chiesa parrocchiale, dove rimaneva tutto l’inverno, fino a Pentecoste».
Seguirono anni di trionfi e record ma in realtà guardandosi indietro oggi c’è un primato di cui va molto fiero: «Quest’anno festeggerò con mia moglie Ingrid 51 anni di matrimonio. Con lei al fianco, ho costruito una famiglia straordinaria, che ogni giorno mi riempie la vita e il cuore. Io poi ero sempre in giro lei ha tirato su le mie tre figlie accettando la mia passione per lo sci». Non sorprende allora che la vittoria più bella non sia una medaglia ma l’annuncio che sarebbe diventato papà per la prima volta, diventato anche un capitolo del libro.
Un’emozione che continua adesso guardando i suoi nipoti: «È bello vederli giocare e divertirsi, ti fanno ritornare al tempo in cui anch’io avevo la loro età. E poi tutti e 12 sono sciatori. Per la verità la piccolina ancora no, ha solo 4 anni, ma ha già provato la discesa tra le gambe del papà… Speriamo facciano tutti dello sport e guardino meno i telefonini».
Una vetrina per le discipline invernali sono state anche le Olimpiadi di Milano Cortina di cui Thöni è stato tedoforo: «Abbiamo dato una bella immagine dell’Italia. Certo lo sci rimane uno sport costoso soprattutto per chi non abita in montagna. Ma le vittorie avvicinano sempre tanti giovani. Penso alle imprese di Brignone, Goggia, Franzoni e Paris… Ma in prospettiva abbiamo nuovi talenti come Anna Trocker».
Parola di uno che anche da allenatore ha lasciato un segno indelebile contribuendo all’esplosione di Alberto Tomba: «Avevamo formato un team molto affiatato. Alberto è un amico, ci sentiamo spesso anche oggi». E tuttavia l’alone lasciato da Gustav è ancora palpabile: «Mi ha colpito all’uscita del film La valanga azzurra due anni fa tutta la gente in piedi al cinema emozionata… Sono orgoglioso delle mie vittorie ma anche di vedere realizzate le mie figlie». Oggi i suoi slalom sono altri: «Facciamo spesso i “taxisti” dei nostri nipoti» dice divertito. E aggiunge: «Ho avuto tutto, tanto. Mi sono divertito facendo quello che più mi piaceva, sciare. Ho conosciuto tanta gente, stretto amicizie importanti, profonde. Ma al centro di tutto ho messo Ingrid, le mie figlie, la mia famiglia, lo sci, la mia terra, i miei valori».
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