Le tenebre dell'Avana
Nei confronti di Cuba la “Dottrina" trumpiana compie uno scatto ulteriore: dal “regime change” al “regime collapse”: il collasso mediante il soffocamento economico. L’idea è sigillare l’isola al flusso di risorse estere da cui dipende. E attendere. Una riedizione contemporanea dell’assedio medievale

L’emergenza umanitaria come laboratorio geopolitico. È quanto accade, giorno dopo giorno, nella Cuba al tempo della “grande carestia energetica”, causata dall’interruzione – su pressione Usa – delle forniture di petrolio da cui dipende oltre il 60 per cento del fabbisogno nazionale. Il blackout o “apagón” è una dimensione esistenziale per gli ormai poco più di nove milioni di abitanti. Non indica solo l’assenza di luce bensì di qualunque pulsione vitale. Movimento, comunicazione, lavoro, assistenza sanitaria, istruzione, igiene minima: la paralisi è totale. La crisi è in atto da un decennio per un mix di fattori: indurimento delle sanzioni americane, pandemia e contrazione del turismo, clamorosi errori di gestione da parte del governo dell’isola. Dalla fine di gennaio, però, lo stop alle esportazioni di greggio dall’estero – tranne eccezioni “autorizzate” da Washington – ha inferto, a un sistema in equilibrio precario, un colpo potenzialmente decisivo.
Non è la prima volta che gli Stati Uniti impiegano le pressioni economiche per mutare gli assetti di potere in Paesi vicini e lontani. Dal primo intervento nel Regno delle Hawaii nel 1893, sono stati decine e decine i cambi di regime made in Usa, perseguiti mediante azioni dirette o “coperte”. Solo in America Latina, nel giro di un secolo, ne è stato realizzato con successo uno ogni ventotto mesi. Se durante la Guerra fredda si trattava, almeno ufficialmente, di operazioni segrete, all’inizio del nuovo millennio, George W. Bush ha fatto degli interventi diretti per “esportare la democrazia” uno dei pilastri della politica estera. Nei confronti di Cuba, ora, tuttavia, la “Dottrina Donroe” – neologismo trumpiano per indicare il diritto alla propria interferenza nell’intero Continente – compie uno scatto ulteriore. Dal “regime change” si assiste al “regime collapse”: il collasso dell’apparato politico, istituzionale e amministrativo mediante il soffocamento economico. Una strategia teorizzata già un anno fa dall’ex inviato per l’America Latina, Mauricio Clavert-Carone. «Misure chirurgiche e creative» – le aveva definite – per riconquistare la nazione caraibica senza ricorrere alle armi. Il segretario di Stato, Marco Rubio, lo ha ribadito davanti commissione Affari esteri del Senato qualche mese fa: «Ci piacerebbe vedere un cambio di regime a Cuba. Questo non significa che saremo noi a provocarlo». Almeno non formalmente. L’idea è sigillare l’isola con una barriera impenetrabile al flusso di risorse estere da cui dipende. E attendere. Una riedizione contemporanea dell’assedio medievale. Come in quest’ultimo caso, è la popolazione a sopportare il peso schiacciante della fame, in senso lato. Uno stremo permanente dilania le relazioni sociali, la vita civile, i progetti individuali e collettivi. Le tenebre che, dopo il tramonto, calano sull’Avana dolente, satura di rifiuti e vuota di gente sono la rappresentazione visiva del sentire generale. Il «dilemma è brutale – ha detto María Elvira Salazar, deputata repubblicana e voce degli esuli della Florida –: o alleviamo la sofferenza nel breve periodo o liberiamo Cuba per sempre».
Più che la libertà, in realtà, l’obiettivo dell’Amministrazione sembra la resa. La riconquista dell’isola ribelle come premio di consolazione dopo il flop mediorientale. Un traguardo ambito – per quanto rappresenta in termini simbolici per il Sud globale – e, al contempo, facile da ottenere, per la debolezza strutturale e internazionale del Paese. Nessuno sa come sarebbe Cuba con il disgelo avviato da Barack Obama e Raúl Castro se quest’ultimo avesse proceduto sulla via delle riforme, resistendo alla paura di perdere il controllo. E, soprattutto, se sulla “primavera” non fosse bruscamente calato l’inverno del primo mandato di Donald Trump. È paradossale, però, che ancora una volta i destini del Paese siano nelle mani dei demolitori della normalizzazione faticosamente raggiunta nel 2014. Da una parte c’è il duo Trump-Rubio. Dall’altra, l’interlocutore di Washington all’Avana è Raúl Guillermo Rodríguez Castro alias “El Cangrejo”, nipote di Raúl ed esponente di spicco di Gaesa, il conglomerato militare, creato dallo stesso Raúl, che gestisce almeno il 40 per cento dell’economia cubana e frena ogni apertura per non avere concorrenza. Con queste premesse, è difficile pensare che il negoziato riguardi la democrazia. E che l’agonia inaccettabile dei cubani sia un mezzo per raggiungerla.
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