Luca Carboni: «La fede non mi ha mai abbandonato»

di Luca Carboni
Il cantautore bolognese si racconta in un libro e dedica pagine sincere al suo rapporto con il sacro, in particolare lo speciale legame con la Madonna di San Luca
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May 11, 2026
Luca Carboni: «La fede non mi ha mai abbandonato»
Il cantautore Luca Carboni, pronto per il prossimo tour e in uscita con l'autobiografia "Luca non parlava mai" (Sem)
Per gentile concessione della casa editrice Sem, pubblichiamo alcuni stralci dell'autobiografia Luca non parlava mai (pagine 256, euro 18,00: nelle librerie da domani 12 maggio) che Luca Carboni dedica al suo personale rapporto con la fede.
Nascere un’altra volta. Anche malato come sono non farei cambio con nessuno. Un’idea di felicita. Faccia da kemio. Faccio la chemio. Vivo tra i colori. La sorpresa di sorprendersi. Il cibo dell’ospedale spesso fa schifo ma li e consolante. Fare l’amore con un posto…  Vengo da una famiglia molto religiosa che mi ha insegnato a sperare, a credere in un’altra vita, che mi ha aperto una finestra sul mistero, sul divino. Così, da piccolo avevo sempre paura che da un momento all’altro mi apparisse un angelo, Dio o il diavolo, a chiedermi qualcosa. La mia mamma era la catechista di tutte le persone del quartiere quartiere, di tutti i miei amici, conoscenti, e io quasi me ne vergognavo. Per reazione, ho avuto dei periodi in cui la fede l’ho vissuta tiepidamente, in cui l’ho messa un po’ da parte per cercare altre cose. Tuttavia, non è mai uscita da me. E’ stata sempre lì, nascosta, ma presente. Lucio Dalla diceva che non amava la canzone ideologica, la canzone dichiaratamente politica: preferiva le canzoni che raccontavano storie, l’uomo nelle sue fragilità, nei suoi dubbi, più che nelle certezze. Ecco, la sua visione, anche se da un altro punto di vista, era anche la mia. Questo per dire che la fede non è mai entrata nelle mie canzoni in modo esplicito. Però, chi sa leggere tra le righe, la trova, vede da dove arrivo. Caro Gesù parla con ironia anche di quello. Come il “Dio cattivo e noioso” di Silvia lo sai. Insomma, nei miei testi ci sono sempre accenni a quello che ho vissuto e che, intuivo, altri potessero vivere. Oggi prego molto. Negli ultimi anni, già prima della malattia, il mio rapporto con la fede si è intensificato. Per me la preghiera è importante. Non conta la chiesa – anche se ci vado, la frequento –, conta di più che il posto in cui sono mi apra dal punto di vista spirituale. Per me la chiesa è il mare, la chiesa è la natura. Chiesa, per me, è dove cammino al mattino, magari guardando e cercando San Luca.
Prego soprattutto da quando è nato mio figlio Samuele. Lo faccio anche a messa, certo, ma mi piace molto farlo in contesti più laici. Recitare il rosario, parlare con la Madonna, per me sono consuetudini dolci, che sanno di primavera. A Bologna, a un certo punto, esplode un profumo di tigli potentissimo: quando lo senti, sai che è primavera, che è maggio, il mese mariano. Da bambino, quel profumo e quell’atmosfera io li associavo alla Madonna. Nella parrocchia, alla sera, dicevano il rosario. In quel mese profumatissimo si usciva dopo cena, ed era un chiaro miracolo… Ho un ricordo mistico di quel tempo che si mischiava laicamente alla gioia di vivere della primavera. A marzo, invece, facevo il giro delle benedizioni pasquali, di casa in casa, durante la Quaresima. Per noi chierichetti quelle erano giornate interminabili: ogni palazzo, tutti i condomini, appartamento per appartamento. Le chiese, in quel periodo, conoscevano il territorio molto più del comune. Ho sempre pensato che la benedizione delle case avesse un po’ questo doppio scopo: benedire, certo, ma anche guardare da vicino come le persone realmente vivessero, come stessero. A me, tra l’altro, piaceva da matti vedere le case, le case degli altri, mi piaceva scoprire che ogni abitazione aveva il suo odore, il suo colore, che c’erano le case tristi e c’erano le case allegre… Va considerato che nei giorni precedenti alle benedizioni, si andava, con altri ragazzini, a mettere nelle buchette della posta gli avvisi su quando saremmo passati col parroco, perciò la gente si preparava, sistemava tutto per l’occasione. Era raro trovare porte che non si aprivano: all’epoca, molte donne erano casalinghe, oppure tante famiglie, così come la nostra, vivevano con i nonni, e generalmente in casa c’era sempre qualcuno. Fummo tuttavia sconvolti quando scoprimmo che nel palazzo di fianco al mio, in via Berti, all’ultimo piano, un pensionato abitava con delle galline, per avere le uova.
Comunque, a proposito della mia vita da chierichetto. L’ho fatto anche da grande, l’ho fatto fino al mio primo album. L’ho fatto pure al matrimonio di Gaetano Curreri: Lucio Dalla era il testimone, io servivo la messa. Sull’altare, con il camice.
I miei genitori mi hanno chiamato Luca per la devozione alla Madonna del santuario che protegge dall’alto la nostra città. Il Santuario della Beata Vergine di San Luca, così si chiama, perché si pensava che l’immagine di Maria e del Bambino fosse stata dipinta dall’evangelista stesso, e io quel legame stretto e profondissimo che parte dal mio nome e s’arrampica fino a lassù, fino a quel luogo caro, l’ho sempre sentito. Forse anche per questo e stata una meta abbastanza frequente dei miei giri sui colli, pomeridiani e serali: spesso mi allontanavo dal traffico della città ascoltando le musicassette con i “provini” (demotape) di nuove canzoni. Guidavo, pensavo ai testi, scrivevo, buttavo giù i miei appunti, registrandoli sul walkman oppure accostando un attimo la macchina, la dove c’era un bel panorama, per riportarli sul taccuino o sul bloc-notes. Ecco, alla fine io mi ritrovavo spesso lassù, a San Luca. Meta inconscia di ogni mio pensare e vagare. E’ capitato, negli anni, anche di dare appuntamento ai giornalisti proprio a San Luca. Per fare le interviste chiacchierando seduti sul muretto dei portici, o prendendo un caffè da Vito, il bar pizzeria vicino al santuario, che nei giorni feriali era tranquillo, intimo. Perciò, quando Cesare Cremonini mi ha mandato il provino di quella canzone meravigliosa, chiedendomi di cantarla con lui, di condividerla, mi è sembrato un segno, mi sono davvero molto emozionato. Ho accettato subito, ma avevo il terrore di non essere all’altezza, di non riuscirci. Perché dalla malattia e dall’operazione io non l’avevo più fatto. Non avevo più cantato. E’ stata perciò una nuova prima volta. San Luca mi aveva già salvato quella notte in autostrada, ma, grazie a Cesare, lo ha forse fatto ancora: restituendomi la voce, mettendomi davanti una canzone e un’occasione speciale da cui ricominciare. Le registrazioni del primo giorno, riascoltate la mattina dopo, non mi convincevano. Non mi piaceva il mio approccio. Il suono della voce non era male, ma ci sentivo dentro molta insicurezza, timidezza e, chissà, forse anche la paura che mi aveva attraversato, di non riuscirci più. Di non poter cantare mai più. Così, l’indomani l’ho registrata ancora, poi ancora, e ancora. Anche Cesare ha voluto ricantare la sua parte. Alla fine, abbiamo aggiunto doppiaggi e cori. Ce l’avevamo fatta, ma per arrivare alla versione che è uscita, che tutti hanno poi ascoltato, ho avuto bisogno di tempo. Lo stesso tempo in salita che ci vuole per arrivare al santuario. Un tempo di fatica, come è stato quello che mi è servito per affrontare la malattia, che però mi ha poi condotto fino a questa nuova vita.

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