Le milizie libiche sparano contro la nave di Sea Watch, a bordo c'erano 90 migranti
L'imbarcazione aveva soccorso 90 persone, quando è stata raggiunta da 15 colpi da parte di una motovedetta tripolitana. L'ong: «Attacco finanziato dall'Italia»

Ancora una volta, le milizie libiche hanno sparato contro le navi che soccorrono persone in mare. Una motovedetta tripolitana stamani ha esploso almeno quindici colpi in direzione della nave Sea-Watch 5 della ong Sea Watch, che aveva appena soccorso 90 migranti in acque internazionali. Terminata la raffica, ha poi iniziato a seguire l’imbarcazione di Sea Watch per alcune miglia, minacciando l’abbordaggio se l’imbarcazione carica di migranti non avesse invertito la rotta riportando le 90 persone a Tripoli. La Sea-Watch 5 si è comunque diretta «a tutta velocità» verso nord, come ordinato dalla Germania (Stato di bandiera della nave), e si è messa in salvo. Le persone a bordo sarebbero ora fuori pericolo e la nave naviga in attesa dell’indicazione di un porto sicuro di sbarco da parte delle autorità italiane.
Non è la prima volta che le milizie tripolitane aprono il fuoco contro le navi di ricerca e soccorso in mare. L’obiettivo è sempre lo stesso: portare a termine respingimenti illegali verso la Libia e trascinare i migranti indietro nei lager tripolitani. L’organizzazione Justice Fleet, che riunisce tredici ong tra cui Sea Watch, a novembre 2025 aveva contato 60 «brutali aggressioni» in mare negli scorsi dieci anni. Per questo motivo, le ong hanno interrotto le comunicazioni con il Centro di coordinamento per il soccorso (Jrcc), ritenuto responsabile degli attacchi alle navi delle organizzazioni di soccorso: «Quando comunichiamo il nostro ingresso nella zona Sar (Ricerca e soccorso, ndr) libica – ha spiegato Giulia Messmer, portavoce di Sea-Watch - e la posizione operativa delle nostre navi, il Jrcc è a conoscenza di tutto e può inviare la milizia libica a sparare o a portare a termine respingimenti illegali delle persone migranti in Libia, che non è un luogo sicuro per i rifugiati».
La cosiddetta guardia costiera libica, però, da anni viene finanziata direttamente anche dall’Unione europea e dall’Italia. La motovedetta responsabile della sparatoria contro la Sea-Watch 5, in particolare, «insieme a un’altra imbarcazione più piccola, è stata donata nel 2023 dal governo italiano alla Libia per le operazioni di cattura e respingimento nel Mediterraneo», denuncia la ong. Il riferimento di Sea Watch è alla serie di donazioni dell’Italia alla Libia, finanziate con i fondi del programma europeo Sibmmil. Tra queste compaiono, appunto, anche alcune motovedette responsabili di centinaia di respingimenti illegali nel Mediterraneo centrale. L’accusa dell’ong è diretta: «Siamo vittime di un atto di pirateria finanziato dal nostro Paese», commenta Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch Italia. Allertate dell’aggressione in mare da Sea Watch, però, «le autorità italiane – continua la ong – se ne sono lavate le mani, affermando che la situazione non è di loro competenza».
«Non si tratta di un episodio isolato: con le nostre operazioni testimoniamo quotidianamente episodi di violenza in mare perpetrati dai libici ai danni delle persone in fuga, nell’impunità totale – conclude Linardi –. Il Mediterraneo ormai è diventato un parco giochi per criminali sostenuti dagli interessi complici dell’Unione europea».
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