Violenze e respingimenti: cosa hanno finanziato i soldi italiani alla Libia

Il bilancio di Sos Mediterranée e Irpimedia del programma Sibmmil: tra le donazioni, anche navi che sparano alle Ong. «Sul 44% del budget non abbiamo notizie»
March 16, 2026
Violenze e respingimenti: cosa hanno finanziato i soldi italiani alla Libia
Una nave della Guardia costiera libica intercetta persone migranti in mare / Sea-Watch (Chiara Bellamoli)
Nella notte tra il 23 e il 24 agosto scorsi, per venti minuti, una motovedetta della Guardia costiera libica ha sparato ininterrottamente contro la nave Ocean Viking della ong Sos Mediterranée, intervenuta nel Mediterraneo centrale per salvare 87 persone migranti. L’imbarcazione che ha compiuto l’attacco, nel tentativo di ostacolare i soccorsi e presumibilmente riportare in Libia i migranti, era la motovedetta Houn 664 donata a Tripoli dall’Italia nel 2023. Grazie a un bando da 3,3 milioni di euro, Roma aveva finanziato l’acquisto della nave che in tre anni ha intercettato in mare, tra i porti libici di Al Khoms e Misurata, almeno 321 persone e si è resa protagonista di svariati altri episodi di intimidazione e violenza a danno di migranti e soccorritori. Anche a questo sono stati destinati i 61,2 milioni di euro finanziati dal programma Sibmmil (Support to Integrated Border and Migration Management in Libya), che si è concluso lo scorso anno e per circa un decennio è stato il progetto più importante di collaborazione tra Italia e Libia, sostenuto dall’Ue. Oltre alla Houn 664, i soldi italiani hanno finanziato anche l’addestramento di equipaggi libici, la fornitura di equipaggiamento tecnico e la nascita del Centro di coordinamento marittimo di Tripoli, che a febbraio è stato accusato da due agenzie Onu di «intercettare migranti in mare» e ricondurli nei lager libici (operazioni definite pull back). A redigere il bilancio del programma Sibmmil, presentato oggi alla Camera, sono stati l’ong Sos Mediterranée e i giornalisti di Irpimedia, che non sono riusciti in realtà a completare il lavoro: «Non si hanno informazioni pubbliche e accessibili per 27,1 milioni di euro, pari al 44% circa del budget», denunciano gli autori del report “Finanziare la violenza: il costo nascosto delle politiche europee in Libia”.
A nulla sono valse le richieste di accesso agli atti inviate dagli autori del rapporto alle autorità italiane. «Hanno tutte avuto esiti negativi, anche dopo i ricorsi presentati dopo i primi dinieghi», spiegano i giornalisti di Irpimedia. Per il tracciamento degli altri 34 milioni di euro, invece, sono state consultate decine di bandi di gara di Guardia di finanza, Marina militare, Polizia e altre autorità. La conclusione? Che le spese del ministero dell’Interno hanno finanziato Tripoli in almeno tre modi: fornendo nuove imbarcazioni e mezzi terrestri per pattugliare le frontiere di terra, addestrando i loro equipaggi (anche in territorio italiano) e contribuendo alla nascita del nuovo Centro di coordinamento marittimo di Tripoli. Un risultato che, a dire il vero, era stato anticipato dagli stessi promotori del Sibmmil al momento della sua nascita nel 2017: tra gli obiettivi dichiarati – si legge in una nota riferita alla prima fase del programma – c’era, prima di tutto, «il potenziamento della capacità operativa delle autorità libiche nella sorveglianza».
Di fatto, però, questi finanziamenti si sono tradotti negli anni in un sostegno diretto agli equipaggi di Tripoli che intercettano i migranti in mare per riportarli nei centri di detenzione nordafricani. In particolare, il Sibmmil ha risposto alle richieste presentate dalle autorità libiche, che nel 2010 chiedevano almeno venti navi da pattugliamento e quaranta gommoni rigidi. Tra il 2017 e il 2018, l’Italia è riuscita ad accontentare Tripoli solo in parte: sei erano le imbarcazioni da 35 metri donate alla Guardia costiera libica nel 2022. Navi in seguito impiegate nei pull back, che negli ultimi anni sono cresciuti dai 9.200 del 2019 agli oltre 27mila del 2025. Non solo: alcune delle imbarcazioni donate dall’Italia alla Libia, negli ultimi cinque anni, si sono rese protagoniste anche di diversi episodi di intimidazione e violenza nei confronti delle ong che soccorrono migranti nelle zone di Ricerca e soccorso (Sar) del Mediterraneo centrale. Sos Mediterranée e Irpimedia ne hanno contati 24 – non tutti attribuibili alle imbarcazioni finanziate dall’Italia -, con un picco nel 2025 che, secondo un rapporto di Sea-Watch, è stato l’anno con più episodi noti: 18.
Il nesso tra i finanziamenti del programma Sibmmil e le violenze in mare degli equipaggiamenti libici, secondo la direttrice di Sos Mediterranée Valeria Taurino, è evidente: «L’Europa finanzia la Libia sapendo e accettando il rischio che, con le attrezzature fornite e con le conoscenze acquisite, compirà azioni illegali, violente e discriminatorie contro le persone migranti ma anche contro le navi del soccorso civile». L’appello della ong è a un cambio di rotta delle politiche europee: gli accordi con la Libia non sono «una necessità inevitabile – conclude Taurino – ma una scelta politiche precisa che normalizza la violenza e la violazione del diritto pur di tenere le persone lontane dall’Europa».

© RIPRODUZIONE RISERVATA