OpenAI rende milionari 600 dipendenti: azioni cedute prima della Borsa

I dipendenti hanno venduto azioni per 6,6 miliardi di dollari. Una distribuzione di ricchezza senza precedenti, che anticipa quello che potrebbe essere il ciclo di quotazioni in Borsa più grande della storia
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May 11, 2026
OpenAI rende milionari 600 dipendenti: azioni cedute prima della Borsa
/ REUTERS
Più di 600 persone. Sei virgola sei miliardi di dollari. Una vendita di azioni che, prima ancora della quotazione in Borsa, ha già riscritto le regole della distribuzione della ricchezza nell'industria tecnologica. Il Wall Street Journal rivela oggi che nell'ottobre scorso OpenAI ha aperto ai propri dipendenti, attuali ed ex, una finestra di liquidità senza precedenti: ognuno poteva vendere fino a 30 milioni di dollari di quote sul mercato secondario privato. Circa 75 persone hanno raggiunto il tetto massimo, e la media tra chi ha partecipato si è attestata intorno agli 11 milioni a testa. Cifre che non hanno paragoni con altri boom tecnologici recenti. Il dato più significativo è soprattutto la platea: centinaia di lavoratori, non soltanto fondatori o top manager, che si sono ritrovati milionari prima ancora che la società mettesse piede su un mercato regolamentato, cedendo stock option a grandi investitori privati.
In precedenza, OpenAI richiedeva ai propri dipendenti di attendere due anni prima di poter vendere le proprie quote, il che significa che per molti di coloro che erano entrati in azienda dopo il lancio di ChatGPT quella di ottobre era la prima occasione concreta di monetizzare. Il limite per le vendite individuali era stato alzato da 10 a 30 milioni di dollari, segnale di una domanda degli investitori tutt'altro che sazia. Chi lavorava in azienda quando furono emesse le prime azioni, sette anni fa, ha visto il valore delle proprie quote moltiplicarsi di oltre cento volte.
La ricchezza improvvisa, però, non è priva di conseguenze. A San Francisco i prezzi degli affitti continuano a salire, e la città, già abituata alle storture della gentrificazione tecnologica, si trova a fare i conti con una nuova ondata di nuovi ricchi. Alcuni dirigenti di alto livello si sono impegnati in donazioni filantropiche, insieme a dipendenti comuni che non si aspettavano di trovarsi di fronte a un patrimonio in grado di cambiare la loro vita. Ma la disuguaglianza che cresce intorno ai campus dell'intelligenza artificiale è un tema che le élite della Valley faticano a mettere a fuoco, intente come sono a celebrare il proprio successo.
C'è poi una dimensione strategica nell'operazione. La guerra per i talenti nell'IA è ormai feroce: Meta ha offerto pacchetti retributivi multimilionari ad alcuni dei migliori ricercatori del settore. In questo contesto, le stock option liquidabili prima della quotazione sono diventate una delle armi più efficaci per la fidelizzazione. OpenAI offre stipendi annuali che superano i 500.000 dollari per alcuni ruoli tecnici e distribuisce compensi basati su azioni di gran lunga superiori rispetto ad altre aziende tecnologiche. La vendita di ottobre va letta anche come un messaggio ai dipendenti: l'attesa verrà ricompensata, e non bisogna aspettare il debutto in Borsa per toccare con mano quella ricchezza.

La quotazione dell'anno

Tutto questo è solo un prologo. La storia vera, almeno per i mercati finanziari, deve ancora cominciare. OpenAI, Anthropic e SpaceX si preparano a quello che potrebbe essere il ciclo di quotazioni iniziali - le cosiddette Ipo, initial public offering - più grande della storia, con una capitalizzazione combinata stimata da LPL Financial intorno ai 3.000 miliardi di dollari. OpenAI punta a quotarsi nel quarto trimestre del 2026, in parte per precedere la rivale Anthropic sui mercati pubblici, con una valutazione obiettivo vicina ai mille miliardi di dollari. Per dare la misura: Meta valeva 104 miliardi quando andò in Borsa nel 2012, Uber 82 miliardi nel 2019. I ricavi di OpenAI sono cresciuti del 225% nel 2025, toccando i 13 miliardi di dollari, e la società stima di più che raddoppiarli nel 2026. Eppure, il rapporto prezzo/fatturato implicito si aggira intorno a 65 volte, e la profittabilità non è attesa prima del 2030, con perdite proiettate per 14 miliardi di dollari nel solo anno in corso. "Una volta superata questa fase di entusiasmo, in cui tutti vogliono avere queste azioni, sarà fondamentale per queste aziende dimostrare concretamente quali sono i loro utili", evidenzia Anthony Saglimbene, chief market strategist di Ameriprise.
Anthropic non è da meno. La società che sviluppa Claude ha chiuso a febbraio scorso un round da 30 miliardi di dollari a una valutazione di 380 miliardi, e secondo Bloomberg starebbe trattando un nuovo round che la porterebbe sopra i 900 miliardi in vista di una quotazione prevista per ottobre. Il suo fatturato annualizzato supera i 19 miliardi di dollari, con una quota del 32% nel mercato enterprise dei grandi modelli linguistici. I costi di addestramento, però, sono destinati a salire vertiginosamente: 42 miliardi di dollari stimati entro il 2029, con il pareggio di bilancio fissato per quell'anno.
Poi c'è SpaceX, il colosso di Elon Musk, il più vicino al debutto in Borsa. La società ha già depositato in modo riservato la documentazione per l'Ipo, puntando a una valutazione tra 1,75 e 2mila miliardi di dollari e a una raccolta di 75 miliardi, cifra che supererebbe il record assoluto di Saudi Aramco nel 2019. Il roadshow è previsto per giugno sul Nasdaq, con 21 banche coinvolte e un'allocazione del 30% riservata agli investitori retail, una percentuale inusuale per operazioni di questa scala. L'anno scorso SpaceX ha registrato una perdita di quasi 5 miliardi di dollari su ricavi per oltre 18,6 miliardi.
Bank of America avverte che i tre debuttanti potrebbero creare pressioni al ribasso sui titoli del cosiddetto Magnificent Seven, le sette grandi tech americane - Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Nvidia, Meta e Tesla - che da sole pesano per circa un terzo sull'indice S&P 500: i fondi passivi, costretti ad assorbire i nuovi ingressi, dovranno liberare capitale vendendo posizioni esistenti. Una dinamica che potrebbe ridisegnare gli equilibri dell'intero mercato azionario americano, già dominato in modo storicamente anomalo da una manciata di grandi nomi tecnologici. "La storia dimostra che non tutti i primi leader in una nuova tecnologia finiscono per essere vincitori nel lungo periodo”, ricorda Rodney Comegys, chief investment officer di Vanguard Capital Management. Un monito che, nel frastuono dell'entusiasmo, rischia di passare inosservato.

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