Aziende a lezione di inclusione (anche) per i lavoratori con malattie croniche

In Europa un quarto degli adulti ha una patologia non curabile. Le implicazioni sulla vita professionale al centro di uno studio dell’Ircc Besta, che con la formazione aiuta a strutturare linee guida per mitigarle
May 10, 2026
Aziende a lezione di inclusione (anche) per i lavoratori con malattie croniche
Arianna Salvatori
Avere una malattia cronica significa soffrire di una condizione che spesso dura tutta la vita. Un disturbo che non ha cura, e che si tende a tenere nascosto anche in ambito lavorativo. Da questa invisibilità, poi, si genera la paura: il timore di essere stigmatizzati o penalizzati nel proprio percorso professionale. E così, dalla paura, nasce il silenzio.
Eppure, a soffrire di questa invisibilità non sono in pochi: un adulto su quattro in Europa. E i numeri sono in costante crescita, trainati in particolar modo dall’aumento delle malattie mentali. Rispetto ad altre patologie, tuttavia, non sono certificate. Ed è per colmare il divario che nasce Workbox for Inclusion: un corso di formazione online e gratuito per le aziende con l’obiettivo di rafforzare l’integrazione nel mondo del lavoro delle persone affette da malattie croniche.
Il programma, che fa parte della Joint Action europea JACARDI, è stato sviluppato dalla Fondazione IRCSS Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano ed è il risultato di un lavoro di ricerca durato 3 anni. «Abbiamo usato quello che noi chiamiamo un modello biopsicosociale», spiega la dottoressa Matilde Leonardi, direttrice della SC di Neurologia, Salute Pubblica, Disabilità della Fondazione, «ovvero abbiamo studiato l'impatto delle malattie sulla vita delle persone, sulla società e sull’economia».
La scelta di avere come target il mondo del lavoro, nasce dall’idea che non potendo curare la malattia, sia importante ragionare sul contesto nel quale la persona vive. «E l'ambiente di lavoro, così come la scuola, sono i due ambienti primari di vita delle persone», commenta Leonardi.
Il training si può svolgere registrandosi online su workboxforinclusion.eu e dura solo due ore. È composto da tre parti: si inizia con un questionario di autovalutazione dell’inclusività di 40 domande. Poi si continua con la valutazione di quella che si chiama “workability”, ovvero la capacità di interfacciarsi con persone che hanno una determinata condizione di salute. Se questa risulta essere bassa vengono suggeriti i cosiddetti “accomodamenti ragionevoli”, ovvero aggiustamenti che possono supportare i lavoratori affetti da malattie croniche. Uno di questi, ad esempio, è lo smartworking. «Ma se già prima del Covid lo smart era promosso proprio per le persone con malattie croniche, adesso si è tornati leggermente indietro. Da alcuni viene considerato solo un mezzo per una vita comoda», racconta Leonardi.
Altri aggiustamenti possono riguardare le postazioni di lavoro, per persone affette ad esempio da mal di schiena, ma anche la promozione di momenti di inclusività tra colleghi: «Infatti il problema del lavoratore con malattia cronica normalmente è lo stigma, cioè la paura che gli altri pensino che tu sia assente perché sei più pigro e di poter gravare sul loro lavoro», spiega la dottoressa.
La terza parte del corso, infine, è un piano d’azione diviso in sette parti: alimentazione, attività fisica, ergonomia, salute mentale e benessere, riposo e recupero della fatica, ambiente lavorativo, consumo di fumo e alcool. Lo scopo di questa parte è valutare qual è il benessere che un'azienda può dare ai propri lavoratori a prescindere dall'eventuale condizione di salute. Le azioni suggerite sono 127: alcune sono a costo zero, mentre altre richiedono un investimento.
Il corso è aperto a tutte le aziende: dalle pmi alle grandi imprese. Infatti, anche se le grandi imprese rispetto alle piccole hanno più strutture interne dedicate al tema “diversity and inclusion”, spesso queste non riguardano le persone con patologie croniche. «Anzi, paradossalmente i malati cronici nelle aziende familiari si trovano meglio, perché spesso sono quelle che hanno i migliori accomodamenti ragionevoli», sostiene Leonardi. «Si lavora di meno, si cerca di dare più flessibilità oraria, ci si viene incontro, ci si aiuta, si crea un ambiente solidale».
E questo modello di lavoro, anche se può spaventare sul fronte produttività, alla fine paga. «Se la persona si sente capita sa che non deve giustificarsi perché è assente, quindi può essere trasparente. E quando sta bene lavora a mille».
Con la crescita delle malattie croniche, non si può far finta che non ci sia l’esigenza di ripensare al modello di lavoro. Workbox for Inclusion è un punto di partenza che può fare riflettere le aziende su cosa sia necessario attuare per migliorare il benessere e l’inclusività di tutti. Perché, come dice la dottoressa Leonardi «occorre comprendere che la fragilità è connaturale all'essere umano». E il lavoro, dev’essere pronto ad accoglierla.
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