La bambina che nessuno vedeva. «Da oggi mi chiamerò Fatima»
Storia di un abbandono e di una nuova famiglia che si trasformano in impegno attivo. Fatima Sarnicola racconta in un libro gli anni in orfanotrofio in Lituania e l’accoglienza di una coppia italiana. Oggi ha creato un network tra aspiranti genitori e figli

Senza nome, senza età. Senza una mano da stringere all’uscita da scuola. Senza una voce che la accompagnasse dolcemente nell’abbandono del sonno. La sua storia è uguale a quella di tanti bambini adottati all’estero; ma è anche diversa, perché lei, giovane donna biondissima, alta e snella, è riuscita a entrare nelle profondità della sua infanzia, fino a incontrare dentro di sé, nell’abisso dei suoi ricordi, gli odori, i gesti e i maldestri tentativi di cura della madre biologica. Più doloroso ancora è stato scavare in quello che è accaduto dopo la separazione dalla madre, quando a due anni di vita è entrata in un orfanotrofio di una Lituania gelida, povera e crudele. Il vuoto di affetti, i maltrattamenti, le delusioni, perfino un abuso sessuale fuori dalle mura dell’istituto. E poi le discriminazioni in classe, quando tutti gli altri bambini avevano un abbraccio al termine delle lezioni e lei, “la bambina dell’orfanotrofio”, solo freddo e solitudine.
Molto tempo dopo, quando una mamma e un papà italiani sono andati a prenderla per portarla con sé ad Agropoli insieme a una sorellina più piccola, ha scoperto che il suo nome era Milvyde, che era nata il 1° novembre 1998 e che aveva 8 anni. Quella bambina impaurita è rimasta lì, nei boschi della Lituania; il suo cuore ghiacciato ha faticato a riscaldarsi, ha conosciuto lotte interiori e fragilità, ricadute nel dolore e voli alti nella felicità. Il suo nome da figlia l’ha scelto da sola, quando quel papà senza capelli e dallo sguardo colmo d’amore le raccontò che da giovane era rimasto coinvolto in un brutto incidente con la moto. Nella tasca, proprio vicino al cuore, aveva la foto della Madonna di Fatima; quella foto lo aveva protetto, salvandogli la vita. «Allora io voglio chiamarmi Fatima», aveva detto lei. «Questo nome mi è piaciuto da subito: avevo 8 anni ed era la prima volta che mi sentivo vista da qualcuno. Fatima era voltare pagina, cancellare Milvyde, la Lituania e assumere una nuova identità, una nuova vita da italiana», racconta lei, oggi 28enne, ad Avvenire.
Fatima Sarnicola ha raccontato la sua storia in “La bambina che nessuno vedeva”, in libreria da pochi giorni, per una felice combinazione il primo titolo di una nuova casa editrice, ON, nata da una costola di Alpha Test (pagg. 240, euro 16,90). Un libro scritto attingendo a ricordi sepolti e ai diari, le poesie, le lettere scritti ininterrottamente fin da bambina. Quando il desiderio di famiglia era «dolore fisico, come avere fame, una fame di abbracci, di nome detti con dolcezza, di qualcuno che ti rimbocchi le coperte perché sei sua, e non perché è il suo turno di sorveglianza». Quando immaginava «una tavola apparecchiata, un posto vuoto che mi aspetta, una candela accesa». Quando gli anni passavano, e lei ne aveva già 8 e nessun papà e mamma arrivavano all’orfanotrofio per lei, eppure, ora lo sa e lo ripete a tutti gli aspiranti genitori adottivi, «il mio bisogno di amore era grande come quello di un bambino di 2 anni». E poi, ancora: «Mi chiedo perché per essere amata io abbia dovuto combattere una guerra contro la fame, il freddo e il silenzio dell’orfanotrofio. Perché l’amore, per me, non è mai stato un diritto di nascita, ma un trofeo da conquistare tra le macerie?». Per Farima «è stato emotivamente difficile scrivere questo libro, ma la mia mente aveva urgenza di dar voce alle emozioni chiuse dentro di me. Ci tenevo a lasciare un segno. Ora sento di aver chiuso quel capitolo», continua. Il libro completa il tragitto di Fatima: da quando nel 2022 ha iniziato a usare TikTok e Instagram per raccontare la sua storia, è diventata in breve tempo una testimone dell’adozione internazionale, un punto di riferimento per centinaia di ragazzi e coppie.
Oggi sono attivi due gruppi Telegram da lei creati, “Cuori adottivi”, seguito da 200 persone, coppie in attesa di adozione e genitori adottivi, e “Noi siamo una famiglia”, seguito da 170 ragazzi adottati, che si scambiano consigli, storie, riflessioni, la rivista mensile digitale AdoptLife, che si può scaricare a partire da Instagram e raccoglie informazioni sul mondo dell’adozione, e uno sportello online dedicato al post-adozione. «Le persone devono essere informate sulla complessa realtà dell'adozione – dice Fatima -. Molte non comprendono cosa significhi essere abbandonati e le conseguenze che questo può comportare. Sono all'oscuro dei delicati procedimenti dell'adozione e, addirittura, della differenza tra affido e adozione. Voglio essere parte del cambiamento verso una maggiore consapevolezza. AdoptLife si fonda su tre pilastri: divulgazione, sensibilizzazione e incentivazione. Non voglio solo condividere informazioni, ma suscitare empatia e promuovere attivamente l'adozione». Con le poco più che ventenni Elena Mastrolia ed Elena Favaretto e molti altri collaboratori, Fatima ha costruito una comunità di professionisti – tutti molto giovani: psicologi, giuristi, educatori - che offrono consigli e consulenze e di genitori e ragazzi che raccontano le proprie storie.
L’esposizione mediatica di Fatima, che da Agropoli si è trasferita a Torino per completare la specializzazione post laurea in Nutrizione, ha dato frutti inattesi: attraverso i social è stata contattata da altri ragazzi adottati dalla Lituania, che condividevano la sua stessa storia, scoprendo così che la madre biologica ha avuto 14 figli. Tutti vivono in altre famiglie e Fatima è l’unica di tutti loro bionda e chiara di carnagione, eredità di un padre finlandese di cui non ha mai saputo nulla. Il suo percorso, anche dopo l’arrivo in Italia, è stato tortuoso e raccontandolo in diversi eventi pubblici ha potuto sciogliere i dubbi, le angosce e le difficoltà di tante famiglie adottive. Con i suoi podcast “Storie di adozione”, accessibili in tutte le principali piattaforme audio, a partire dal 2023 ha fatto parlare decine di ragazzi abbandonati e poi adottati, aiutandoli a condividere i loro vissuti senza sentirsi giudicati. Anche Fatima ha voluto ripercorrere fino in fondo la sua storia. «Sì, sono tornata in Lituania. Ho voluto rivedere la grande struttura grigia dell’orfanotrofio, la scuola, la povera casa dove vivevano i miei zii. Ho raggiunto attraverso i social la mia madre biologica, ma lei ha negato di aver mai avuto figlie femmine. È stato per me un nuovo rifiuto ed è stato molto triste sapere che la sua situazione non era cambiata». Ma Fatima è andata avanti, ancora e sempre, e ai ragazzi adottati come lei oggi suggerisce, dalle pagine del suo libro: «Portate dentro due storie, due nomi, due inizi. Non siete spezzati, siete profondi».
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