Anni di Piombo, poca memoria e tante zone grigie. Perché la violenza politica non è sconfitta

Oggi è la giornata dedicata alle vittime del terrorismo, 48 anni dopo il ritrovamento del corpo di Aldo Moro. Tra le nuove generazioni, prevale la scarsa conoscenza e si fa una gran confusione sulla matrice delle stragi e sui gruppi eversivi. Gli storici: nelle scuole non se ne parla, ma i segnali di nuove tensioni sociali dovrebbero metterci in guardia
May 9, 2026
Anni di Piombo, poca memoria e tante zone grigie. Perché la violenza politica non è sconfitta
Una rivolta guidata da Autonomia Operaia in un tentativo di occupazione delle case nel 1976 a Milano
La violenza politica resta un fantasma. Oggi riaffiora, come un incubo che credevamo cancellato, tra proiettili sparati, aggressioni antisemite, spedizioni punitive, insulti, cori e striscioni. Sono segnali preoccupanti, che chiedono di tenere alta la vigilanza, soprattutto sulle nuove generazioni. Gli estremismi incombono, dai raid post-fascisti alle frange estreme dei cortei pro-Pal, e forse la ragione di tutto questo va ricercata nella memoria che non c’è più (o non c’è mai stata). Nel decennio lungo e terribile del terrorismo, tra il 1969 e il 1982, in Italia morirono 350 persone e 1.100 furono ferite. Proprio gli Anni di Piombo rappresentano un enorme scheletro nell’armadio della Repubblica. Sappiamo di doverci fare i conti, ma tendiamo a rinviare, a giustificare, a generalizzare. La giornata di oggi, dedicata alla memoria delle vittime del terrorismo, è stata istituita per volere dell’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il 9 maggio 2007. Al suo apice, nel 2009, riuscì a unire in una simbolica stretta di mano Gemma Calabresi e Licia Pinelli, sopravvissute con il loro carico di dolore a quella stagione di odio. Allora perché oggi non possiamo ancora considerare quei segni di riconciliazione come un patrimonio comune?
Il dato più drammatico riguarda giovani e giovanissimi, spesso protagonisti nei cortei dove più alta è la tensione sociale. Molti di loro non sanno nulla del nostro recente passato, fatto di stragi e azioni eversive. Anche la generazione precedente, che oggi ha tra i 30 e i 40 anni, era poco informata. Nel 2006 ci fu un sondaggio condotto su 1.024 studenti milanesi tra i 17 e i 19 anni: per il 60% degli intervistati la bomba a Piazza Fontana era stata messa dalle Brigate Rosse, per il 20% la colpa era della mafia. Meno del 10% era a conoscenza della “pista nera”. Nel 2014 una ricerca presentata all’Università Cattolica, condotta tra 700 persone, sottolineava come le ultime generazioni percepissero già l’assenza di un processo condiviso di costruzione della memoria. Due anni fa, un sondaggio della Fondazione Vittorio Occorsio, che sta meritoriamente lavorando con un centinaio di scuole sulla conoscenza di quella stagione, metteva in evidenza una certa confusione da parte dei ragazzi nell’inquadrare ideologicamente i fenomeni eversivi: solo il 49% collocava ad esempio le Brigate Rosse all’estrema sinistra, mentre il 17 per cento pensava che si trattasse di un’organizzazione di stampo mafioso.
Nicola Guerra, docente universitario in Finlandia e in Olanda, ha scritto diversi saggi sul tema del radicalismo e della violenza politica nel nostro Paese ed è molto netto. «Non c’è nessuna volontà di parlare di quegli anni - spiega -. Quando ho fatto lezioni in Italia, ho provato a chiedere ai miei studenti: cosa sapete del caso Moro? E delle Br? Chi sono i responsabili della strage di Bologna? Silenzio. La verità è che gli insegnanti neppure ci arrivano, a quella parte del programma, in quinta liceo. La memoria è un fatto che ha riguardato per fortuna le istituzioni, una parte della politica e gli storici. Ma non è scesa nel cuore della società: né a scuola né nelle aule universitarie». La lontananza dalla storia recente e dal dibattito politico comincia dunque nelle classi delle medie e delle superiori e, secondo Guerra, restituisce un quadro in cui «tre periodi storici fondamentali, come il Risorgimento, la Resistenza e gli Anni di Piombo rimangono territori su cui non c’è alcuna riconciliazione e, anzi, in alcuni contesti, scorre sotterraneo un sentimento di contrapposizione e di odio non rimosso». È proprio questo, oggi, a rappresentare un potenziale ostacolo, alla luce del risorgere di atti di violenza politica. «Se manca un percorso condiviso - sottolinea Guerra - il radicalismo politico può diventare uno strumento di indebolimento e di frantumazione dello Stato». È l’ultimo fantasma della violenza politica: il ritorno alla dinamica del “tutti contro tutti”.
Lo storico Guzzo: «Ecco perché ha vinto un senso di rimozione collettiva»
Ci si ritrova sempre dentro vecchi schemi, quando si parla di Anni di Piombo. «È la logica dell’album di famiglia che evocava Rossana Rossanda» spiega lo storico Domenico Guzzo, che insegna Terrorismo e Violenza politica all’Università di Bologna. L’eversione nel nostro Paese si è nutrita anche di silenzi, collateralismi e tensioni. «Penso si debba partire dal fatto che gli anni Settanta, in questo Paese, hanno rappresentato la tempesta perfetta. Da un lato, le situazioni più problematiche si sono cicatrizzate, dall’altro tenere aperte condizioni di ambiguità ha fatto comodo».
A chi, in particolare?
Rispondo con un’altra domanda: a chi conveniva, finita la guerra fredda, riaprire questi vasi di pandora? L’unico modo per elaborare il lutto degli Anni di Piombo era risalire insieme alle cause di quella stagione. Non ci siamo m ai interrogati ad esempio sulle parole di Pier Paolo Pasolini che accusava gli studenti di essere figli della borghesia, che giocavano a fare la rivoluzione. Allo stesso modo, non ci siamo chiesti cosa spinse giovani e meno giovani a imbracciare le armi mentre l’Italia affrontava un nuovo benessere economico, dopo anni di difficile ricostruzione post-bellica. Penso che alla fine sia servito avere alcune zone grigie. È servito alla politica, all’informazione e anche ad alcune intelligenze straniere, il cui peso esterno in realtà è stato assai più limitato di quanto non si volle far credere all’inizio della stagione del terrorismo.
Come valuta invece i tentativi di riconciliazione portati avanti negli ultimi vent’anni soprattutto dal Quirinale?
L’opera prima di Napolitano e poi di Mattarella è stata importante, ci sono state anche nicchie dentro l’opinione pubblica in cui è stato fatto un percorso di riconciliazione. Ricordo anche le parole dell’allora presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia, il senatore Giovanni Pellegrino, che più volte citò il modello Sudafrica per il nostro Paese. L’occasione però venne persa prima, a mio parere: negli anni Novanta si ragionò a lungo su amnistie e indulti, sulla necessità cioè di una soluzione politica per chiudere gli Anni di Piombo. Non se ne fece nulla, anche perché la società civile pensava ad altro.
Perché questo dibattito sulla storia recente d’Italia non ha mai coinvolto le scuole?
Basta guardare i manuali scolastici delle superiori, basta sentire tanti insegnanti che nel completamento del programma di quinta fanno fatica ad andare oltre la Seconda guerra mondiale. Già prima del Duemila, figure come Renato Curcio, Toni Negri, Adriano Sofri erano sconosciute ai più. Ci fu un processo molto rapido di eliminazione, una sorta di rimozione collettiva.
Che ruolo hanno avuto le associazioni dei familiari delle vittime?
La frammentazione non ha aiutato, purtroppo. Ci sono state sigle diverse, altamente meritevoli peraltro, che hanno però rappresentato i familiari delle singole stragi, da Bologna a Brescia a Torino. Non c’è stata quella spinta unitaria della nazione, che ha fatto sì che in Francia e in Spagna la rappresentanza delle vittime diventasse un modello unico, valido per tutti i tipi di stragi e per tutti i tipi di terrorismo. Anche questa credo sia una filiazione diretta dell’Italia di 40 anni fa. Tutto è rimasto cristallizzato ad allora.
Quali sono invece le differenze più nette tra la violenza politica degli anni Settanta e i segnali di preoccupante riemersione di oggi?
Il vero rischio della violenza politica oggi riguarda la possibile presenza dei cosiddetti “lupi solitari”, cioè persone che in situazioni circoscritte sono mossi da intenti eversivi. I miei studenti ad esempio sono rimasti colpiti dalla figura di Luigi Mangione, l’ingegnere italo-americano accusato di aver ucciso negli Usa un manager del settore assicurativo. Ha un’enorme fama, dovuta al fatto che è divenuto una sorta di eroe “vendicatore” del sistema assicurativo sanitario statunitense. La sua però non è violenza politica, ma violenza sociale. Quanto al confronto storico sull’Italia, non dobbiamo dimenticarci che durante gli Anni di Piombo c’erano intere pagine dei quotidiani dedicate ad attentati, agguati e intimidazioni, di ogni colore. Questo ha finito anche per legittimare la violenza stessa. Adesso per fortuna non è più così.

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