Lo stato di salute delle società? L’Onu ha uno strumento oltre il Pil

Presentato il Rapporto “Contare ciò che conta”: 14 esperti propongono indicatori di benessere equo per un’idea (più umana) di progresso
May 8, 2026
Lo stato di salute delle società? L’Onu ha uno strumento oltre il Pil
/Foto Siciliani
Da cosa giudichiamo una persona? Da come si veste, da come parla, da come si relaziona con gli altri, o semplicemente da quanto guadagna? E allora, perché quando giudichiamo un Paese ci riferiamo alla sola dinamica del Prodotto interno lordo (Pil), cioè a quanta ricchezza viene generata ogni anno? E perché i politici chiedono agli statistici «un numero solo perché altrimenti è troppo complicato», mentre quando guidano un’auto sono in grado di leggere una molteplicità di indicatori?
Il motivo è che quando parliamo dello stato di un Paese siamo preda di una “distorsione cognitiva” dovuta al fatto che nel 1944, dovendo costruire un sistema internazionale di contabilità nazionale, il governo degli Stati Uniti scelse l’approccio inglese al calcolo del Pil basato sulla quantità di produzione, invece che quello proposto dagli economisti americani basato su consumi e benessere. E la scelta fu compiuta con un chiaro obiettivo politico in mente: dimostrare che il capitalismo era capace di produrre di più del comunismo.
Ovviamente, la crescita del Pil ha portato alla trasformazione del mondo: più reddito vuol dire migliore salute, più educazione, più occupazione, più libertà di scelta, ecc. Ma sappiamo anche che l’aumento del Pil non si trasforma automaticamente in benessere delle persone: uno sviluppo intensivo genera enormi danni ambientali, i cui danni sono pagati dai più poveri. Mercati non concorrenziali e politiche sbagliate rendono aumentano di disuguaglianze tra ricchi e poveri; e così via. E questa è esattamente la condizione in cui ci troviamo a livello globale, con uno sviluppo chiaramente insostenibile.
Ebbene, da ieri pomeriggio gli Stati membri dell’Onu hanno la possibilità di cambiare strada. Infatti, è stato presentato il Rapporto Contare ciò che conta. Un compasso per misurare il progresso per le persone e il Pianeta, redatto dal Gruppo di lavoro creato un anno fa, in attuazione del “Patto sul Futuro” di settembre 2024. Il Gruppo, composto da 14 esperti da tutto il mondo, ha lavorato intensamente beneficiando anche dell’enorme quantità di ricerche svolte sul tema negli ultimi 20 anni, da quando all’Ocse (di cui ero il Chief Statistician) lanciammo il progetto globale sulla “misura del progresso delle società”.
Nel Gruppo non sono mancati scontri su come procedere, tant’è vero che su alcuni aspetti non abbiamo raggiunto un consenso pieno. Peraltro, è interessante notare che il lavoro svolto nel nostro Paese e dal Joint Research Centre della Commissione europea sia stato molto valorizzato, come la bibliografia del Rapporto dimostra. Anche per questa ragione sono abbastanza soddisfatto delle raccomandazioni che abbiamo rivolto agli Stati Membri dell’Onu, alla comunità statistica internazionale, ma anche all’accademia e alla società civile globale. Il Rapporto propone di concentrarsi sulla misura del “benessere equo, inclusivo e sostenibile”, una dizione sostanzialmente identica a quella che nel 2010 adottammo all’Istat quanto sviluppammo il sistema Bes. Vuol dire misurare il benessere (attuale e futuro) delle persone e del Pianeta guardando a:
tre aspetti fondativi: pace, diritti umani e rispetto del Pianeta;
otto dimensioni relativi al benessere attuale: condizioni materiali e lavoro, salute, educazione, sicurezza, coesione sociale, qualità delle istituzioni, stato dell’ambiente e benessere soggettivo;
cinque forme di capitale (che connettono l’oggi al domani): umano, economico, sociale, naturale e istituzionale;
sei dimensioni rilevanti per l’equità: ricchezza, reddito, povertà, inclusione lavorativa, disuguaglianze territoriali, deprivazioni multiple.
Il Gruppo propone un insieme di indicatori che tutti i Paesi del mondo e le istituzioni internazionali dovrebbero utilizzare per valutare il loro progresso nel tempo. Inoltre, propone che ogni Paese avvii processi per la misura del Bes e per l’uso di tali indicatori nei processi politici (il caso italiano è citato come buona pratica). Rilevante è anche la proposta di avviare la costruzione di un nuovo sistema contabile nazionale centrato sul benessere delle persone e del Pianeta, che integri quello attuale da cui si deriva il calcolo del Pil.
Le nostre Raccomandazioni saranno discusse dall’Assemblea generale dell’Onu e speriamo in una Risoluzione entro il mese di settembre. Avendo lavorato sul tema negli ultimi 25 anni oggi è una bella giornata. Ma per renderla “storica” la strada è ancora lunga e irta di ostacoli, in primo luogo politici: ad esempio, è prevedibile che alcuni Paesi (tra cui gli Stati Uniti di Trump) si opporranno alla Risoluzione. Cambiare, dopo ottanta anni, il sistema con cui giudichiamo le nostre performance sarebbe un atto rivoluzionario. Ma guardando il mondo che ci circonda la domanda sorge spontanea: se non ora quando? E spetta all’Unione europea giocare questa partita politica, anche perché le dimensioni che proponiamo di usare per misurare il progresso sono (non casualmente) tutte scritte nel Trattato che ne regola il funzionamento.
Direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS)

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