L’odio che entra da fessure piccole. Fermare quella parola che ferisce

L’audizione del direttore di Avvenire alla Commissione del Senato contro intolleranza, razzismo e antisemitismo. «Serve anche una risposta culturale. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo»
May 8, 2026
L’odio che entra da fessure piccole. Fermare quella parola che ferisce
/Withub
Pubblichiamo un’ampia parte dell’intervento tenuto martedì 5 maggio dal direttore di Avvenire, Marco Girardo, in occasione dell’audizione presso la Commissione straordinaria del Senato per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, presieduta dalla senatrice Liliana Segre. L’audizione si è tenuta nell’ambito dell’indagine conoscitiva avviata dalla Commissione sui discorsi d’odio con particolare attenzione all’impatto del linguaggio pubblico sulla diffusione dei discorsi d’odio.
Vorrei partire da una constatazione semplice: i discorsi d’odio non nascono nel vuoto di parole, nascono nel vuoto di senso. Non compaiono all’improvviso, come un incidente isolato dentro uno spazio pubblico altrimenti sano. Sono piuttosto il sintomo, spesso estremo, di un ambiente comunicativo che si è progressivamente deteriorato. Prima dell’odio dichiarato, c’è quasi sempre una lunga preparazione: mutano lentamente le parole, si modifica il tono, cambia anzitutto lo sguardo sull’altro (…). Per questo interrogarsi sull’impatto del linguaggio pubblico significa andare alla radice: non solo misurare quante parole d’odio circolano, ma domandarsi quale spazio pubblico le rende possibili, le premia, le accelera e infine le normalizza.

I connotati dello spazio pubblico

Questo spazio pubblico, oggi, ha alcune caratteristiche che vorrei brevemente richiamare. La prima è la polarizzazione. Il discorso pubblico tende sempre più a trasformare ogni questione in uno scontro binario: di qua o di là, amico o nemico, puro o impuro, traditore o fedele. Il “tifo calcistico” è diventato la modalità con cui affrontiamo problemi sempre più complessi. Piace perché semplifica, non costringe a pensare, conferisce identità “per contrasto”. Ma proprio lì l’odio si prepara: quando l’altro non è più una persona con cui condivido uno spazio comune, ma il segno di ciò che temo e respingo.
La seconda caratteristica è la paura, un materiale comunicativo potentissimo, perché cattura l’attenzione, crea appartenenza e produce reazione. Ma quando diventa il registro ordinario del discorso pubblico, la paura restringe lo sguardo. Non vediamo più persone, storie, cause, responsabilità: vediamo anzitutto minacce. Il migrante diventa così l’invasore, il povero un fastidio, il diverso un rischio. La paura semplifica, e l’odio trova terreno fertile nelle semplificazioni.
La terza caratteristica è la ridondanza. Non siamo mai stati così informati e, insieme, così disorientati. Ci sentiamo spesso sovraccarichi, “schiacciati”. Ma l’eccesso di informazione non produce automaticamente conoscenza. Anzi: tende a produrre assuefazione, stordimento, paralisi. La quarta caratteristica è la post-verità o, meglio, il groviglio nel quale oggi siamo immersi: disinformazione mirata, clickbaiting, fonti algoritmiche. L’informazione procede spesso per addizione e accumulo, ma non sempre genera senso. E “senso” significa anzitutto “direzione”. Dove manca la direzione, resta il rumore.
La quinta caratteristica è il fattore tempo. Vince il mordi e fuggi. Leggiamo titoli, anteprime, frammenti d’informazione, guardiamo video di pochi secondi. Ma il linguaggio in una democrazia ha bisogno di tempo, oltre che di verifica. Quando questo tempo scompare, resta la reazione. E la reazione, soprattutto negli ambienti digitali, tende facilmente a trasformarsi in aggressione. Ad essersi completamente “snaturato”, dunque, è lo spazio pubblico, prima ancora del “discorso pubblico”. Come ricorda Zygmunt Bauman (Il silenzio dell’opinione pubblica, dialogo con Ezio Mauro), nella polis greca tra la casa privata, l’oikos, e la sfera propriamente pubblica, l’ekklesia, si collocava l’agorà, il luogo della traduzione. Traduceva gli interessi privati in questioni comuni e, all’inverso, le questioni pubbliche in doveri e diritti delle persone. Ecco, oggi il punto è proprio questo: abbiamo moltissime opinioni private esposte in pubblico, ma fatichiamo ad avere una vera opinione pubblica. Abbiamo molte, troppe connessioni ma pochi legami. Abbiamo reazioni, non sempre giudizio. Abbiamo flussi, quasi mai “senso” – come si diceva, nella sua accezione originaria di “direzione”. Perché ci manca un’agorà.

Ruolo delle piattaforme: prima e dopo i social

Su tutto questo pesa il ruolo delle grandi piattaforme. C’è un prima e un dopo i social. Nati per connettere, in molti casi hanno finito per alimentarsi di scontro più che di incontro. La giornalista filippina-statunitense Maria Ressa, premio Nobel per la Pace, ha parlato nel suo intervento in Vaticano, in occasione del Giubileo della Comunicazione, di «strumenti di ingegneria comportamentale di massa»: piattaforme che monetizzano indignazione, odio, divisione, sfruttando le nostre vulnerabilità psicologiche. Barbara Kingsolver (Avvenire, 30 aprile) lo dice con grande chiarezza: quando una società si abitua a pensare che la forza sia una soluzione ‒ nelle relazioni internazionali, nella retorica, nella vita quotidiana ‒ prima o poi quella logica entra anche nella politica. E quando qualcosa diventa pensabile, può diventare praticabile. Ecco il punto: le parole non causano meccanicamente la violenza. Ma possono creare le condizioni perché la violenza appaia giustificabile (…).

Ruolo e responsabilità del giornalismo

Non credo che i media siano gli unici responsabili del deterioramento del linguaggio pubblico. Sarebbe ingiusto e troppo comodo dirlo. Ma il giornalismo ha una responsabilità specifica, perché lavora ogni giorno con la materia prima della democrazia: le parole, i fatti, il contesto, la gerarchia delle notizie. Ad Avvenire proviamo a rispondere a questa crisi non con una predica sul linguaggio, ma con un metodo che cerca di privilegiare il fondamentale sul sensazionale e il rilevante sul recente (anche perché recente significa ormai istantaneo...). Ecco alcuni attrezzi che utilizziamo.
Il primo attrezzo è la precisione. La precisione non è freddezza. È una forma di rispetto. Chiamare le cose con il loro nome, evitare parole che deformano, distinguere, contestualizzare, non confondere casi singoli e fenomeni generali. Non passare arbitrariamente ‒ e provocatoriamente ‒ dalla cronaca alla sociologia. Tutto questo è già un argine ai discorsi d’odio. Perché l’odio vive di indistinto. Il giornalismo, invece, deve saper restituire differenze.
Il secondo attrezzo è la gentilezza. So che questa parola può sembrare fragile, ingenua e quasi inadatta alla durezza del nostro tempo. La gentilezza, tuttavia, non è remissività o rinuncia al giudizio. È una disciplina del linguaggio. La scelta di non aggiungere veleno al veleno e di sfuggire al ricatto ideologico del “se non ti schieri così, se non la pensi come me, allora stai con quelli là”. Una parola pubblica può essere ferma sui principi ma disarmata nei toni.
Il terzo è la visione panoramica. Il buon giornalismo deve fare il contrario dello scrolling. Non aggiungere semplicemente pezzi al flusso, ma aiutare a vedere l’insieme, dare proporzione. Decidere che cosa conta davvero: anche la gerarchia delle notizie, oggi, è linguaggio pubblico. E proprio in questa particolare operazione i giornali quotidiani, per la loro natura e lo stesso processo di “fattura”, assumono a mio parere un ruolo fondamentale: è un direttore di lungo corso come Ezio Mauro, nel suo già citato dialogo con Bauman, a ricordare che «il giornale non è una stazione neutra nel percorso dell’informazione». Il quotidiano è oggi sempre più uno «strumento cognitivo». Se, infatti, in Rete l’informazione scorre come l’acqua di un fiume – contano quindi portata e velocità – il giornale, invece, sta fuori dal flusso perché sceglie, scarta, trattiene, ordina. Attribuisce una misura ai fatti. Tale gerarchia non è soltanto una tecnica professionale, è un’assunzione di responsabilità. Il giornale quotidiano è “neghentropia” e cioè la tendenza di un sistema aperto, come gli organismi viventi o le organizzazioni, a generare ordine, complessità e organizzazione opponendosi al naturale decadimento entropico verso il disordine.
Il quarto strumento nella cassetta è il giornalismo di comunità. Uso questa espressione con convinzione. Non significa parlare solo a chi la pensa come noi, né chiudersi in una comunità identitaria. Significa pensare il giornale come luogo di legame: piazza e ponte, non curva dello stadio. Il giornalismo deve parlare ai cittadini, alle persone, non ai clienti o ai follower. Deve costruire comunità, non soltanto community (…).
Il quinto “attrezzo” è il racconto lungo. In un ecosistema dominato dalla velocità, il racconto lungo è un atto controcorrente. Significa fermarsi quando tutto scappa, tornare sui luoghi, dare profondità storica ai fatti, cercare cause e non solo effetti. Ci stiamo investendo, ad Avvenire, con campagne giornalistiche della durata di un anno come “Donne per la pace”, “Figli di Haiti”, “Guerre dimenticate”, “Europa bene comune”. (…).

Una risposta culturale

Ecco perché davanti ai discorsi d’odio non basta una risposta repressiva, pur necessaria quando si oltrepassano i limiti della legge. Serve anche una risposta culturale. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo, tra conflitto democratico e delegittimazione dell’altro.
Una democrazia non vive senza conflitto. Non dobbiamo avere paura delle parole forti, delle opinioni nette, del dissenso e persino dello scontro. Ma c’è una soglia che non può essere varcata: quella in cui l’avversario diventa nemico assoluto, il diverso diventa una minaccia ontologica e la persona viene ridotta alla categoria che la contiene. Il problema non è il dissenso: è l’espulsione simbolica dell’altro dallo spazio comune (…).
Il filosofo Davide Assael (Avvenire, 30 aprile), riflettendo sui segnali di violenza politica e antisemitismo, ha parlato della necessità di «resistere ai meccanismi di importazione del conflitto e delle propagande organizzate» verso cui l’opinione pubblica mostra un cedimento quasi strutturale. È una definizione utile anche per questa sede: il linguaggio pubblico può diventare il luogo in cui conflitti lontani vengono importati, deformati, radicalizzati, vengono trasformati in identità aggressive. Per questo le istituzioni hanno una responsabilità speciale. La parola istituzionale pesa più delle altre. Non perché debba essere meno libera, ma perché produce effetti più larghi. Può rassicurare o incendiare. Può riconoscere o escludere. Può aprire un varco di convivenza o legittimare il sospetto.
Anche noi giornalisti abbiamo una responsabilità speciale. Non siamo custodi proprietari della verità. Ma siamo chiamati a custodire un metodo: verificare, distinguere, contestualizzare, dare voce, non cedere alla tentazione dell’incendio permanente (…).
Vorrei concludere con un’immagine. L’odio non entra quasi mai nella casa comune sfondando la porta. Entra da fessure piccole: una parola detta con leggerezza, una battuta ripetuta, una categoria usata al posto di un volto, una paura trasformata in identità, una notizia privata del suo contesto. Poi quelle fessure si allargano. E a un certo punto ci accorgiamo che l’aria è cambiata, diventando irrespirabile. Contrastare i discorsi d’odio significa allora riparare il linguaggio pubblico. Non per renderlo più debole, ma per renderlo più giusto. Non per cancellare il conflitto, ma per impedire che il conflitto cancelli l’umanità dell’altro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA