Iris, Nora e l’online come rifugio: «Così curiamo i giovani isolati»

di Costanza Oliva, Milano
Il centro Re.Te (Fondazione Carolina) in un anno di attività ha seguito 55 adolescenti in ritiro sociale per uso eccessivo della Rete, offrendo percorsi che uniscono psicologia ed educazione
May 8, 2026
Iris, Nora e l’online come rifugio: «Così curiamo i giovani isolati»
Iris parla poco ma disegna molto. Ha quindici anni e il telefono sempre stretto in mano. Cammina cercando di occupare meno spazio possibile, nascosta dentro vestiti trascurati e capelli spesso sporchi. Frequenta il liceo artistico, ma la sua aula è sempre più spesso la cameretta. I professori, a turno, varcano quella soglia per garantire una continuità degli studi. Da due anni è in ritiro sociale: uscire, parlare, esserci, per lei hanno un peso insostenibile. Iris è una dei cinquantacinque ragazzi tra gli 11 e i 21 anni accolti in un anno dal Centro Re.Te., nato all’interno delle attività della Fondazione Carolina, istituita nel nome di Carolina Picchio, che nel 2013 si tolse la vita dopo la diffusione online, a sua insaputa, di un video umiliante. Qui arrivano storie diverse, ma con un tratto comune: una fatica crescente a stare nel mondo.
All’inizio l’obiettivo era contrastare la dipendenza da tecnologia. «Poi ci siamo accorti che non era quella la radice del problema», spiega Ivano Zoppi, direttore del Centro e segretario generale della Fondazione. «Oltre il 90% dei ragazzi ha un uso eccessivo di internet, ma è una conseguenza: nei social cercano uno sfogo o una risposta». Dietro gli schermi si affacciano famiglie fragili, ansia diffusa, isolamento, difficoltà scolastiche. L’80% presenta sintomi ansioso-depressivi, il 30% è in ritiro o a rischio di abbandono scolastico, il 10% vive una condizione di isolamento totale, un altro 10% porta ferite legate alla violenza digitale.
La scommessa è stata unire due mondi che raramente dialogano: psicologia ed educazione. «I tempi non coincidono – osserva Zoppi – e ogni settimana nelle riunioni di équipe tra educatori e psicologi cerchiamo un punto di equilibrio». Da questo confronto prende forma il metodo: oggi, su trentasette ragazzi seguiti, trentatré partecipano a un percorso strutturato fatto di supporto educativo individuale e di gruppo, laboratori relazionali e sostegno psicologico. Per i casi più gravi, come gli hikikomori, il centro entra nelle case: educatori accanto ai ragazzi, psicologi a supporto delle famiglie. È il caso di Nora, quattordici anni, ritirata sociale da quando ne aveva dodici. Vive tra ansia e depressione, dorme di giorno e resta sveglia la notte. Sui social recensisce videogiochi e anima personaggi degli anime. A volte il disagio si traduce in gesti autolesivi. Eppure, nel tempo, emergono piccoli segnali: una passeggiata fino alla fumetteria, una stanza rimessa in ordine, una progettualità che torna a farsi strada come il desiderio di diventare un giorno game designer.
Quello del Centro Re.Te. è un sostegno a tutto campo, anche economico: il percorso, che costa in media quattromila euro per ragazzo, è interamente sostenuto dalla struttura. Il 70% ha aderito, il 15% è stato indirizzato ad altri servizi, un altro 15% non ha accettato. «Non proponiamo interventi a compartimenti stagni», chiarisce lo psicologo Marco Bernardi. «Funzionano solo se stanno insieme: è un ecosistema in cui la relazione è già cura». Per questo i laboratori diventano spazi protetti dove sperimentare che stare con gli altri può non far male. «La cura si compie quando il ragazzo scopre di poter essere risorsa a sua volta». Anche le famiglie sono coinvolte. «La difficoltà più grande è accettare i tempi», spiegano gli operatori. Nei casi più gravi i cambiamenti arrivano dopo circa sei mesi. Ma arrivano: oggi tutti e quattro i ragazzi seguiti a domicilio frequentano il centro. Il lavoro si intreccia con quello delle strutture sanitarie – Sacco, Policlinico, Niguarda – in una presa in carico condivisa. Un modello articolato, che però richiede continuità. «Non bastano interventi occasionali», osserva Zoppi, «serve una regia e un investimento sull’educazione emotiva e digitale».
Dentro il centro, si sta seduti sui pouf, si parla quando si riesce, si costruisce con i Lego, si gioca, si fanno i compiti. Alla fine si scrive o si disegna un diario, per lasciare uscire ciò che pesa. «Alcuni usano le parole, altri i disegni», raccontano gli educatori. «Ma tutti si alleggeriscono un po’». A ricordare il senso di questo impegno è anche Paolo Picchio, padre di Carolina: «Questo luogo per me è la chiusura di un cerchio: spero che la stella di Carolina possa aiutare tanti ragazzi, come avrebbe desiderato fare». Da anni incontra studenti in tutta Italia, per ascoltare davvero le loro esigenze. C’è anche Paolo, quindici anni, con ADHD e disturbo dell’apprendimento. La scuola è una fatica, il telefono un rifugio. Eppure qui partecipa, si espone: un giorno ha chiesto uno specchio per fare un autoritratto. Un modo, forse, per iniziare a guardarsi davvero. Il progetto ora guarda oltre con l’apertura di una nuova struttura nel Centro Italia e si studia la possibilità di portare questo modello in altri territori, costruendo una rete diffusa. Iris, intanto, continua a disegnare. Parla ancora poco, ma nei suoi fogli qualcosa si muove.

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