Invecchiano anche le badanti
Studio di Centro Idos e Assindatcolf: anche chi aiuta gli anziani sta diventando anziano. Da qui al 2029 servirebbero 2,2 milioni di collaboratori domestici, i decreti flussi non bastano

Sono indispensabili ma anche sottovalutati. Badanti e colf da soli reggono il carico del welfare italiano, in un Paese che invecchia sempre più velocemente e che a causa della denatalità ha sempre meno persone disposte a farsi carico dei più anziani e bisognosi. Ma attenzione: non sono solo i “datori di lavoro” a invecchiare, ma anche i lavoratori stessi. La quota di over 65 tra i domestici, la gran parte stranieri, è quasi triplicata dal 2012. Nel 2024, oltre l’11% del settore era presidiato da chi è già in età pensionabile e continua a occuparsi degli anziani solo per una necessità economica. Con un’aggravante in più: le badanti ultra-sessantacinquenni sono passate dal 4,3% del 2015 al 16% del 2024. Tutto ciò crea un “cortocircuito assistenziale”: persone che avrebbero esse stesse bisogno di cura sono chiamate ad assistere anziani non autosufficienti.
È un quadro a tinte fosche quello delineato nell’ultimo report Family (Net) Work, realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS per Assindatcolf, l’associazione che raggruppa i datori di lavoro domestico. Lo studio rivela come entro il 2029 l’Italia avrà bisogno di 2 milioni e 211 mila collaboratori domestici, con un incremento netto di 122 mila unità rispetto a oggi. L’analisi parte da un dato strutturale: la popolazione over 65 cresce e continuerà a farlo per i prossimi quindici anni, trascinata soprattutto dalla generazione del baby boom, ovvero di chi è nato durante il miracolo economico tricolore e che a breve andrà in pensione. Già alla fine di questo anno, su 15 milioni di anziani, circa 2,2 milioni necessiteranno di un aiuto diretto. In particolare, serviranno un milione e 68 mila badanti insieme a un milione e 144 mila colf.
Riguardo alla distribuzione territoriale la concentrazione di queste figure appare inversa a quella dei bisogni, con punte tra il 50 e il 52% nel Centro-Nord (Toscana, Umbria, Marche, Lazio) e con Campania, Sicilia e Calabria che si attestano sul 32%. Ma quel che è certo è che di tutti questi lavoratori il 69% sarà di origine straniera, in massima parte non comunitaria. In termini numerici, servirebbero 40mila nuovi ingressi all'anno: la stragrande maggioranza, 33mila stranieri, di cui circa 24mila non comunitari. Ed è qui che i nodi vengono al pettine, perché il meccanismo dei flussi in ingresso non funziona come dovrebbe, con le quote che sono ampiamente sottodimensionate rispetto al fabbisogno.
Lo dice apertamente Alessandro Lupi, vicepresidente di Assindatcolf: "La programmazione attuale dei flussi si ferma al 2028. Senza una prosecuzione, rischiamo l’implosione di un pilastro del welfare pubblico, con famiglie sempre più anziane che non riescono a trovare sul mercato del lavoro una manodopera disponibile, anch’essa sempre più anziana”. Serve allora una “visione” calata sull’Italia che Eurostat ha recentemente certificato essere “il Paese più vecchio d’Europa”, con una quota d’anziani pari al 24,7% mentre i giovani (sotto i 15 anni) sono appena l’11,9%. E cosa non funziona l’Assindatcolf lo ha denunciato più volte: bisogna superare il meccanismo del “click day” sul modello delle 'quote extra' e abbattere i tempi di attesa dovuti alla gestione delle amministrazioni pubbliche, che arrivano anche ad otto mesi ed oltre, assolutamente non conciliabili con le esigenze delle famiglie. Non si tratta solo di numeri, ma di legalità. Luca Di Sciullo, presidente di IDOS, presentando lo studio ha sottolineato come sia urgente una “revisione dei meccanismi di ingresso e di assunzione per combattere abusi e irregolarità che da decenni affliggono il comparto”. Ancora oggi, infatti, quasi una persona su due nel settore domestico lavora senza contratto e senza tutele.
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