I ragazzi sanno che la felicità non è possesso
Nei giovani si nota una presa di distanza molto netta rispetto all’immagine diffusa tra gli adulti della felicità legata a oggetti o obiettivi materiali. E' invece qualcosa che illumina, un'esperienza che coinvolge

Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire che cosa ci rivelano del nostro mondo
Felicità
felitʃiˈta/ s. f.
"Stato d’animo illuminato. Tutti aspiriamo a lei, ad assaporarne un momento, la rincorri da sempre. Non la tocchi, ma ti riempie, è tutta lì, si fa stretta stretta, concentrata in un attimo, non di certo nelle tue scarpe preferite o dentro le borse dei tuoi acquisti. Esci con gli amici, sta per arrivare l’estate, hai raggiunto un obiettivo da solo, chi sai tu ti fa un complimento pazzesco, un prof. si accorge che sei speciale in qualcosa, ti sembra di aver realizzato ogni tuo desiderio anche se non è vero, guardi la tua serie preferita, stai per partire per le vacanze, disegni perché è il tuo fuoco, hai studiato abbastanza e prendi un bel voto, ti dicono che chi ti piace ricambia, vai bene come sei a te stesso e a chi ti interessa, il resto resta fuori. Eccoci qua, ha mille colori e ognuno trova la sua sfumatura"
Se ci ponessimo l’obiettivo, noi adulti, di pervenire a una definizione scritta di felicità è innegabile che faremmo una certa fatica. Ingombrati e appesantiti da disillusioni, sconfitte e tradimenti impiegheremmo un po’ per trovare una formula che possa davvero soddisfarci, tutti presi da una lunga serie di distinguo, di se e di ma. Le ragazze e i ragazzi, invece, riescono a raccontarla in modo diretto. Ed è proprio questa semplicità a rendere la loro definizione così precisa, a tratti quasi disarmante. Evitano formule sofisticate così come la costruzione di teorie o categorie filosofiche e la riportano a ciò che vivono e a come lo vivono. Certo, partono pur sempre dal definirla uno «stato d’animo illuminato», ma l’idea stessa di porla come qualcosa che illumina è semplice e potente insieme. La felicità agisce come una luce che cambia il modo in cui si vede ciò che già esiste. Non modifica la realtà nei suoi elementi concreti, deriva da e al tempo stesso trasforma l’esperienza che se ne fa. Il mondo resta quello di prima, tuttavia acquista un’intensità diversa, come se, almeno per un istante tutto ritrovasse un ordine speciale, il suo ordine.
Non viene idealizzata come una condizione stabile, è vista infatti concentrarsi in un attimo. I ragazzi sembrano sapere bene che non perdura nel tempo, e ce lo dicono senza scandalo né malinconia. È qualcosa che si desidera, che si rincorre e che si riesce a incontrare per un momento, più o meno lungo. Tale consapevolezza la sottrae all’illusione e alla compulsione di dover essere continua. La felicità appare intermittente, arriva e sparisce, ed è proprio questa la caratteristica della sua natura. Il tempo della felicità è raccolto, concentrato. Non si distende lungo una continuità, si stringe in un attimo e in quell’attimo tutto finalmente brilla di una nuova luce. Il fatto che non c’è bisogno che duri all’infinito sposta il baricentro dell’attesa: la felicità non è uno stato da mantenere a forza, con il terrore che sfugga via dalle mani, ma una condizione da ricercare. Tale assenza di angoscia per la sua fine è possibile solo a condizione della certezza di una sua riproposizione successiva. Sembrano quasi indirettamente citare quel passo di Freud, nello scritto Caducità del 1915, in cui l’autore scrive: «Se un fiore fiorisce una sola notte, non perciò la sua fioritura ci appare meno splendida».
Troviamo poi una presa di distanza molto netta rispetto all’immagine diffusa della felicità in quanto legata al possesso degli oggetti. I ragazzi la escludono esplicitamente da quel territorio. Gli acquisti, le cose desiderate, ciò che si possiede restano fuori da questa esperienza. È una distinzione chiara, che segnala una consapevolezza che forse ci stupisce. Possesso e felicità non coincidono. Interessante anche che scelgano, fra gli oggetti, proprio le borse e le scarpe, ossia contenitori, come a dire che la felicità non si lascia contenere, non si accumula, va accettata nella sua natura temporanea e riproponibile. Quando la raccontano attraverso esempi, scelgono situazioni semplici e quotidiane. Stare con gli amici, vivere un momento atteso, raggiungere qualcosa con le proprie forze. La felicità piuttosto che collocarsi in eventi eccezionali, piuttosto che essere extra-ordinaria, si insinua e si nasconde dentro la trama quotidiana della vita. È diffusa, accessibile a chi se ne rende disponibile, riconoscibile dagli occhi che la intercettano. Ed è dentro la quotidianità, dove si colloca la possibilità della sua emergenza, che risalta con forza il tema dello sguardo degli altri. Essere visti, essere riconosciuti, essere nominati in qualcosa di proprio. La felicità passa anche da qui, soprattutto da qui. Non riguarda solo ciò che si fa, ma il fatto che qualcuno lo colga. Il riconoscimento diventa un momento in cui si prende forma anche per sé stessi. Tutto ciò è un’esperienza precoce: pensiamo a quanto renda felice un bambino non solo il piacere di imparare ad andare in bicicletta, ma l’attenzione e l’apprezzamento dell’adulto che risponde positivamente, con sincera ammirazione, all’invito, talora anche pressante, «Guarda! Guarda che cosa so fare!»
Accanto alle relazioni si apre anche una dimensione più intima. Ci sono attività che assorbono, che coinvolgono profondamente la persona, come disegnare o guardare qualcosa di bello. In quei momenti la felicità coincide con una forma di immersione totale. Non serve altro, è la soddisfazione in ciò che si sta facendo. È una felicità silenziosa, meno pubblica, ma altrettanto intensa, che si lega a un’esperienza interna di pienezza e non necessita di conferme esterne. Un altro elemento rilevante che emerge riguarda l’accettazione. Sentirsi adeguati a sé stessi e a chi conta davvero. Non c’è la ricerca di uno sguardo universale. Basta quello giusto, quello che ha valore, che sia di un adulto, come un prof, o un pari, come un amico o un incipiente amore. Da ultimo la felicità viene pensata come qualcosa di plurale. Ha molte forme, molte tonalità e sfumature, assume molte possibilità. Ognuno deve trovare la propria. Non esiste un modello predeterminato cui conformarsi, né una definizione valida per tutti. È un’esperienza personale, ogni volta unica. È qualcosa che si definisce nel rapporto con il reale, più che in un’idea astratta da raggiungere. Ecco quindi emergere da loro uno sguardo lucido, potremmo dire maturo, che in filigrana ci permette di intravedere anche una certa distanza dal nostro mondo adulto. Mentre molti di noi continuano a cercare la felicità in ciò che si accumula o si progetta - con il rischio di una perenne insoddisfazione legata al considerare sempre ciò che manca piuttosto che ciò che c’è e allo spostare continuamente in un tempo a venire la sua realizzazione - le ragazze e i ragazzi sembrano indicarci una possibile alternativa. Ci segnalano che la felicità accade ogni volta che si riesce a dire io, con soddisfazione, ogni volta che si vive con pienezza e intensità il quotidiano e si con-pone con un altro il proprio muoversi nel mondo favorendo e includendo all’interno dell’orizzonte il suo benefico apporto.
Luigi Ballerini è scrittore per ragazzi e medico psicoterapeuta
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