Culle vuote e speranza

Mentre molti giovani italiani vanno all'estero a cercare lavoro, calano le nascite anche tra gli immigrati. Lo sguardo nei confronti dell’immigrazione parla di noi, della nostra capacità di progettare, della nostra visione dell’avvenire
May 6, 2026
Culle vuote e speranza
Un operaio dell'Iveco/ IMAGOECONOMICA
In un Paese dalle culle sempre più vuote, i nuovi nati da genitori immigrati vanno in controtendenza, contenendo le perdite: quasi 50.000 nel 2024 su un complesso di 370.000 nascite (-10.000 rispetto al 2023). Non per tutti questa è una buona notizia: abbiamo assistito al rilancio della rumorosa campagna per la “remigrazione”, sotto lo spauracchio della Grande sostituzione etnica. Le nascite da famiglie immigrate sarebbero la punta di lancia di un fantomatico piano per sovvertire l’identità culturale del Paese, rimpiazzando la popolazione originaria con tribù di occupanti etnicamente e religiosamente estranei alle nostre tradizioni. Ma anche condividendo una visione più simpatetica del soccorso immigrato al nostro esangue bilancio demografico alcune riflessioni s’impongono: la natalità, anche per gli immigrati, rimanda a più ampie questioni sociali. Vanno considerati tre punti di attenzione.
Anzitutto, stanno calando le nascite anche tra gli immigrati. Nel 2012, dopo le grandi sanatorie dei governi di centro-destra nel primo decennio di questo secolo, le nuove culle avevano raggiunto quota 80.000. Ora il dato è calato di 30.000 unità, per diversi fattori: meno ingressi e meno ricongiungimenti familiari, in contrasto con la speculazione propagandistica sull’invasione; più acquisizioni di cittadinanza, malgrado i tempi lunghi e gli ostacoli normativi; ma pure forzato adeguamento ai vincoli di un sistema sociale in cui bassi salari, penuria di abitazioni a costi sopportabili, carenza di servizi per l’infanzia, alti costi della vita, obbligano anche le famiglie immigrate a ridimensionare le proprie aspirazioni di genitorialità. Cioè a ridurre il numero di figli. La seconda questione riguarda il profilo dei nuovi arrivati e le risorse che portano con sé. Se arrivassero prevalentemente persone con un’istruzione sommaria, aumenterebbero i problemi sul versante dell’integrazione sociale, per esempio nell’insegnamento della lingua italiana e nell’inserimento lavorativo. È vero che il nostro Paese ha attratto immigrati per compensare quasi soltanto le carenze di manodopera in occupazioni scarsamente qualificate, nei lavori delle cinque P: precari, pesanti, pericolosi, poco pagati, penalizzati socialmente. In totale, 2,5 milioni di occupati regolari, oltre il 10% del totale, ma pochi colletti bianchi. Questa tendenza non può però diventare una regola, anche perché i fabbisogni stanno ormai investendo pure occupazioni più qualificate. Fermo restando l’impegno ad accogliere chi fugge da guerre e persecuzioni, ossia il diritto di asilo, nel segmento più importante e governabile, quello dei nuovi ingressi per lavoro, è sensato orientare le politiche degli ingressi verso candidati dotati di una certa qualificazione e di competenze spendibili. La terza riflessione collega invece la questione demografica con i flussi in uscita. Il nostro Paese importa braccia, ma esporta in larga misura cervelli. Le partenze non coinvolgono soltanto cittadini italiani per discendenza, ma anche i cittadini per naturalizzazione e gli immigrati che optano per quelle che si definiscono “seconde migrazioni” verso altre destinazioni. Nel 2022, sono espatriati 17.000 italiani naturalizzati, nel 2023 oltre 23.000. Negli ultimi anni, circa un emigrante italiano su cinque è un nuovo italiano per acquisizione della cittadinanza. La perdita di risorse perlopiù giovani e istruite (150.000 nel 2024, non compensate da appena 50.000 rientri) investe in pieno le nuove generazioni di origine immigrata, che non trovano nel nostro Paese occupazioni rispondenti alle loro aspirazioni. Dal punto di vista dell’interesse pubblico, si spreca un investimento educativo di non poco conto.
Per un sistema-paese non basta quindi avere figli, e poi giovani istruiti e atti al lavoro, se poi non si è in grado di impiegarli in modo soddisfacente. Come spesso accade l’immigrazione mette a nudo contraddizioni e difetti della nostra società. Ma l’iniezione di giovinezza rappresentata dalle famiglie immigrate e dalle loro culle è anche e soprattutto un messaggio di speranza. Un Paese impaurito e ripiegato su sé stesso non attira immigrati perché non ha fiducia nel futuro. Un Paese capace di accogliere, facendo incontrare i propri fabbisogni con l’energia giovane che arriva dall’esterno, dimostra speranza e apertura al nuovo. Lo sguardo nei confronti dell’immigrazione in realtà parla di noi, della nostra capacità di progettare, della nostra visione dell’avvenire.

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