Paolo di Middelburg, il vescovo delle stelle

Al Concilio Lateranense V propose la riforma del calendario, visto che il calcolo del tempo non era più allineato con le stagioni. Lo ricorda un convegno a Urbino
May 5, 2026
Paolo di Middelburg, il vescovo delle stelle
La corte dei Montefeltro in un dipinto di Joos van Wassenhove / Royal Collection Enterprises Limited 2026 / Royal Collection Trust
Anticipiamo in questa pagina la riflessione di Flavia Marcacci docente dell’Università di Urbino al convegno internazionale, che si terrà nella città marchigiana giovedì e venerdì, dedicato a Paolo di Middelburg (1445?–1534). Figura centrale tra astronomia, astrologia e riforma del calendario tra Quattro e Cinquecento. Particolare attenzione sarà dedicata alle sue proposte di riforma del calendario e ai suoi studi su algebra e meccanica. Si discuterà inoltre il suo ricco corpus di pronostici e il legame tra calcolo, osservazione e previsione dei fenomeni celesti. L’obiettivo è ricostruire una vera e propria “scienza del tempo” nel suo pensiero e nel suo contesto culturale. Il programma riunisce studiosi italiani e internazionali tra cui Philipp Nothaft (Università di Oxford), Stephan Heilen (Università di Osnabrück), Elio Nenci (Università di Milano) e Anneke Pohle (Università di Osnabrück), Veronica Gavagna (Università di Firenze). Le sessioni si svolgeranno presso la Sala della Tartaruga di Palazzo Passionei a Urbino. L’evento sarà inserito all’interno delle attività del Centro studi “Urbino e la Prospettiva”, che ha mantenuto vivi gli studi su Paolo di Middelburg, soprattutto grazie alle ricerche di Enrico Gamba e Vico Montebelli.
Non doveva avere un carattere facile il vescovo Paolo (1445?-1534), originario di Middelburg in Zelanda, oggi Paesi Bassi, e giunto in Italia come professore di astronomia a Padova nel 1479. Eccentrico, dotto, era consapevole delle sue capacità matematiche e astronomiche, ma anche delle sue abilità politiche. Paolo sapeva fare pronostici di breve e lungo termine, tali da divenire protagonista indiscusso delle dispute astrologiche del tempo, come studiosi del calibro di Stephan Heilen hanno dimostrato. Paolo entrò in contatto diretto o indiretto, nonché polemizzò con figure di rilievo, tra cui Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Giovanni Barbus, Johannes Lichtenberger. Non aveva problemi ad attaccare o accusare di ignoranza chi a suo dire faceva oroscopi di basso livello, riducibili a superstizione e privi di basi scientifiche. A una di queste polemiche potrebbe addebitarsi l’attribuzione della nascita di Lutero al 1483, anziché al più probabile 1484 come recenti ricerche attestano. Paolo non aveva timori neanche a sfidare i matematici su problemi di meccanica, algebra, astronomia. Così, dopo il 1479 era riuscito a entrare nelle grazie del potente Federico da Montefeltro del Ducato di Urbino, garantendosi la fiducia della Corte anche sotto il successore Guidobaldo. Si trattava di anni gloriosi per Urbino, centro indiscusso della cultura umanistica, artistica, tecnologica e scientifica. La frequentazione della corte era per Paolo strategica anche a fini politici: già canonico quando si muoveva nei luoghi natii, fu a Urbino che riuscì a stringere i rapporti con Roma e il Papato. Così nel 1494 divenne vescovo di Fossombrone e fu convocato al Concilio Lateranense V (1512-1517), aperto da Giulio II e proseguito sotto Leone X, per guidare la commissione predisposta allo studio del calendario ecclesiastico. Paolo si era distinto per le sue conoscenze astronomiche applicate al calendario, sfociate nella voluminosa Paulina de recta Paschae celebratione, pubblicata a Fossombrone nel 1513. Si trattava di una summa delle discussioni che nei secoli erano state sempre più focose intorno al calendario, dato che il calcolo del tempo instauratosi con Giulio Cesare non era più allineato con le stagioni. In particolare, dopo il Concilio di Nicea del 325 d.C. era invalso l’uso di celebrare la Pasqua fissandola nella domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera. Ma il corso del sole e della luna non si allineava con i giorni civili. Paolo lavorò strenuamente ma non vide raggiunto il suo obiettivo di riforma. La sua proposta, di fatto basata su un tentativo di rendere forte il computo con calcoli astronomici migliori senza abbandonare il quadro ecclesiastico tradizionale, non ottenne consenso. Sarà papa Gregorio XIII nel 1582 a portare a termine il lavoro, rifacendosi ampiamente alle proposte di Luigi Lilio. Eppure, Paolo aveva smosso profondamente lo spirito cattolico, imponendo l’urgenza della riforma per non scadere nel ridicolo di celebrare la Resurrezione, magari fuori stagione: come potevano coloro per i quali questa festa era al centro della storia sbagliarsi sul corso naturale dei fenomeni celesti? Paolo si era convinto di dover dare alla Chiesa un nuovo e ben fondato calendario e contattò Copernico, lo fece conoscere, lo coinvolse – in che misura non è chiaro – al punto che Copernico stesso lo citò con ammirazione nella presentazione indirizzata a Paolo III del De revolutionibus orbium coelestium (1543). Paolo, vescovo di Fossombrone, esperto di astronomia, doveva averlo sollecitato in uno dei problemi caldi del tempo: fondare l’astronomia sul “riferimento reale” ai moti del Sole e della Luna, entro quello che è stato definito il computo “filosofico” che unisce calcolo e modelli astronomici, come Ruggero Bacone e altri ben prima di Paolo avevano suggerito (P. Nothaft, Scandalous Error: Calendar Reform and Calendrical Astronomy in Medieval Europe, Oxford 2018). Ma le tecniche di calcolo fallivano troppo spesso e rendevano questo auspicio irrealizzabile a inizio Cinquecento. La riforma non richiedeva di decidere se il Sole girasse intorno alla Terra o la Terra intorno al Sole e andò in porto con tecniche sofisticate e non ancora convertite all’eliocentrismo – sebbene più tardi trovarono la loro traduzione nel sistema di Copernico. Resta certo che Paolo inaugurò un secolo e radicalizzò una disputa che fu tra i tanti sconvolgimenti del passaggio all’età moderna.

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