Piero Angela: la scienza chiede consapevolezza

In un volume postumo il grande divulgatore ricorda come le società moderne non possono basarsi solo su macchine, serve un’educazione capace di vigilare sugli esiti
April 29, 2026
Piero Angela: la scienza chiede consapevolezza
Piero Angela (1928-2022) / ImagoEconomica
Pubblichiamo un brano estratto dal volume di Piero Angela Chiedetevi sempre perché, che esce oggi per Mondadori (pagine 512, euro 24,00). È stata la curiosità infantile, ha sempre detto Angela, a portarlo a studiare e poi a trasmettere conoscenza agli altri. Il libro parte dalle domande che sono il motore del metodo scientifico e arriva alle risposte ritrovate e selezionate dal giornalista scientifico Massimo Polidoro, amico e stretto collaboratore di Angela, cercando nell’archivio personale del grande divulgatore, scomparso nel 2022 a 93 anni. In esso sono conservati centinaia di testi, interviste, conferenze di settant’anni di carriera.
Il futuro, per sua natura, sfugge alla nostra capacità di previsione. Anche quando si tratta di eventi vicini nel tempo, molte trasformazioni importanti ci colgono di sorpresa. Quando ho cominciato a fare programmi di divulgazione scientifica, nessuno, all’epoca, avrebbe potuto prevedere quello che sarebbe successo nel campo dei computer, o della genetica, o delle nanotecnologie. E nessuno avrebbe previsto che in Italia sarebbero arrivati milioni di immigrati. Eppure, erano tutte cose vicine nel tempo. Questo non significa però che non si possa fare uno sforzo di immaginazione ragionata. Osservando le tendenze in atto – i cosiddetti “trend” – è possibile intravedere alcuni scenari, distinguendo tra ciò che può cambiare rapidamente e ciò che richiede tempi decisamente più lunghi. È un po’ come affacciarsi a una finestra sul domani: si vede molto, e al tempo stesso quasi niente. Ma si può imparare a intuire [...].
La scienza del futuro, come quella del passato, procederà lungo due binari: da un lato conquiste fondamentali, che arricchiscono la nostra comprensione del mondo, e dall’altro scoperte pratiche, spesso meno eclatanti ma capaci di trasformare concretamente il nostro modo di vivere. Nei prossimi anni, per esempio, potremmo finalmente compiere passi decisivi nel collegare la meccanica quantistica alla relatività generale, riunendo le due grandi teorie del Novecento in un’unica visione dell’Universo. Oppure potremmo individuare forme di vita primordiale su esopianeti, o fare luce sui misteri dell’origine della vita e dell’evoluzione umana, grazie a nuovi fossili o alle tecnologie di analisi genetica sempre più raffinate. Ma spesso le scoperte che cambiano davvero la vita di tutti i giorni non sono quelle che finiscono nei titoli dei giornali scientifici. Basti pensare all’intelligenza artificiale: stiamo già assistendo a una sua diffusione in ogni ambito – dalla medicina all’educazione, dalla ricerca alla creatività – e nei prossimi anni ci si aspetta un salto ulteriore, grazie all’integrazione con l’informatica quantistica, con la robotica molecolare o con le neuroscienze computazionali. Anche la fusione nucleare controllata, oggi in fase di test avanzati, potrebbe offrire una fonte inesauribile di energia pulita entro pochi decenni. E la biotecnologia – tra terapia genica, vaccini personalizzati, organi coltivati in laboratorio – potrebbe allungare radicalmente la durata e la qualità della vita. In altre parole, alcune scoperte saranno decisive per la storia della scienza, ma non incideranno direttamente sul nostro quotidiano. Altre, magari meno celebrate, trasformeranno la nostra esistenza senza che ce ne accorgiamo subito. E questo è sempre stato il bello – e la sorpresa – del progresso scientifico [...].
Il divario tra tecnologia e cultura è il fattore più destabilizzante per il prossimo futuro delle società umane. La ricerca ha infatti prodotto, in brevissimo tempo, un arsenale incredibile di tecnologie, che si stanno diffondendo ovunque senza che vi sia stata una parallela crescita culturale per gestirle in modo adeguato. Gli inquinamenti, le crisi di risorse, la sovrappopolazione, i rischi nucleari sono alcuni dei principali sottoprodotti di questa “forbice” fra tecnologia e cultura, una forbice che continua a divaricarsi. In altre parole, non meritiamo (mediamente) le tecnologie di cui disponiamo. Perché una società industriale – o postindustriale – non può essere costituita solo da macchine, da fertilizzanti, da centrali elettriche, da antibiotici, da elettronica, da ruspe ecc. Deve essere obbligatoriamente costituita anche e soprattutto da educazione diffusa, capacità di controllo e di gestione, politiche adeguate, “anticorpi” di vario tipo (ecologici, etici, comportamentali, giuridici), “centri di eccellenza”, comprensione delle conseguenze dei vari interventi, capacità continua di autocorrezione, rapidità nel riequilibrare le distorsioni, o eventualmente nel modificare la rotta [...].
A differenza della politica o dell’economia che possono mutare rapidamente, la demografia segue il ritmo delle generazioni. È come un orologio: se le lancette della politica corrispondono ai secondi e quelle dell’economia ai minuti, quelle della demografia si muovono lentamente, alla velocità delle ore. Un esempio concreto è l’Italia: negli ultimi decenni si sono fatti sempre meno figli e la struttura della nostra “piramide demografica” si è capovolta. Oggi ci sono molti più anziani che giovani, e questa tendenza – proprio per la sua lentezza – non potrà essere invertita in tempi brevi. Le conseguenze sono già visibili.

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