Luisito Bianchi, la Resistenza come resa alla Parola
Torna "La messa dell'uomo disarmato", romanzo con il quale il sacerdote lombardo faceva i conti con il rimorso di non aver combattuto. Ma nel protagonista traspare l'aiuto portato ai "ribelli per amore"

Potrebbe sembrare una storia del secolo scorso, poi uno si guarda intorno, dà un’occhiata alle notizie e gli sembra che tutto sia cronaca: i cortei, le minacce, la violenza più o meno latente e l’alternativa della pace - della mitezza - sempre rinviata, sempre disputata. E allora raccontiamola da capo, questa storia che non ancora appartiene al passato. Magari cominciando a metà strada tra l’antefatto e l’epilogo. Siamo all’abbazia di Viboldone, alle porte di Milano, negli anni Ottanta del Novecento, in una stagione di ottimismi non necessariamente ben riposti. Tra la foresteria e la chiesa (bellissima nella sua semplicità lombarda e nell’eleganza trattenuta degli affreschi trecenteschi), si incontrano e si frequentano un poeta e un sacerdote che è anche scrittore, ma sembra non voglia ammetterlo. Ha portato a termine un romanzo poderoso, per certi aspetti simile al poderoso romanzo che il poeta continua a sognare e che invece non porterà mai a termine. Il sacerdote si chiama Luisito Bianchi, e quel nome curioso è proprio il suo, registrato all’anagrafe in omaggio allo zio che aveva trovato un po’ di fortuna in Argentina. Il poeta è Elio Fiore, il dolce visionario balenato come una stella di San Lorenzo nel cielo burrascoso della nostra letteratura. Bianchi traduce i versi di Elie Wiesel, Fiore li ingloba in una sua composizione dedicata all’amico. È una piccola ballata che vale da confessione e da autoritratto: «A piazza Fontana una mendicante / mi sorride mentre imposto / la corrispondenza delle benedettine / di Viboldone. Piove mentre cammino / con i pugni chiusi, piove / sulle strade del Signore».
Confessio generalis è il termine con cui Bianchi amava riferirsi a quello che, fin dalla prima edizione in forma privata nel 1989, è stato considerato il suo capolavoro, La messa dell’uomo disarmato. Un romanzo sulla Resistenza, che ora torna disponibile da Ares (pagine 864, euro 25). Rilanciato da Sironi nel 2003, fu un non trascurabile caso letterario al quale l’autore guardava con il consueto distacco. «Mi bastava essere arrivato in fondo, averlo scritto, a pubblicarlo non pensavo neppure – spiegava Bianchi ad Avvenire nel 2004 –. Anzi, quando fu il momento di stamparlo, se fosse stato per me, il mio nome non l’avrei neppure messo in copertina. Sono stati gli altri a insistere».
Nel libro un personaggio che si chiami Luisito non c’è, ma basta fare due conti, confrontando gli eventi della vita di Bianchi con la vicenda immaginaria del narratore Franco, e l’elemento autobiografico emerge in tutta la sua evidenza. La scena è alla Campanella, la cascina di famiglia dove Franco è tornato a vivere dopo aver abbandonato il noviziato in un vicino monastero benedettino. Le origini sono le stesse di Bianchi, nato nel 1927 a Vescovato, in provincia di Cremona, e seminarista negli anni in cui si svolge La messa dell’uomo disarmato. Anche lui ritorna a casa nel fatidico 1943, ma non per un ripensamento vocazionale. Con la guerra civile che incombe, i superiori ritengono più prudente sospendere la formazione dei futuri sacerdoti. Prima di congedare gli studenti, però, li mettono sull’avviso: a nessuno salti in testa di unirsi ai partigiani, altrimenti non verrà più ordinato. Luisito obbedisce e quell’obbedienza diventa il suo tormento. Il romanzo, sosterrà in seguito, è il tentativo di perdonare a sé stesso «di non aver combattuto e, in definitiva, di essere sopravvissuto».
Franco condivide il medesimo destino. A differenza del fratello maggiore Piero, medico e già sposato, non prende la strada della montagna, ma non per questo si limita a fare da spettatore. In cascina, per esempio, viene ospitato e protetto Balilla, il partigiano ragazzino che indossa con la dovuta ironia il nome di battaglia che gli è stato affibbiato per via dell’età. E anche il monastero sta dalla parte dei “ribelli per amore”, con una scelta di campo che non esclude la testimonianza estrema del martirio. Il titolo stesso del romanzo deriva dal diario di dom Luca, il monaco che inizialmente si affianca a Piero nella cura dei feriti e che si consegna al digiuno eucaristico dopo aver imbracciato a sua volta il fucile. Il diario nel quale dom Luca si sofferma sulla rinuncia a celebrare la messa è uno dei momenti più alti della letteratura spirituale del secondo Novecento, in aperta continuità con un’altra celebre confessio generalis, quella resa da Georges Bernanos per il tramite del suo curato di campagna.
Agitato dalle inquietudini dell’ideologia anche e specialmente quando la trama si inoltra nel dopoguerra, La messa dell’uomo disarmato non è un romanzo politico. Semmai partigiano, nel senso che Bianchi dava al termine per difendere le proprie convinzioni sulla radicale gratuità del ministero sacerdotale. Da ultimo, il libro è un atto di resa alla Parola, vera protagonista del resoconto che Franco presenta al padre spirituale alternando la prima e la terza persona: pudicamente, si serve di quest’ultima soluzione per ribadire anzitutto a sé stesso di non aver partecipato direttamente alla Resistenza. La sua, afferma, è «come la voce cui spetta solo il compito di indicare l’altrui mietitura».
La Parola – nella progressione dal gemito al silenzio e, infine, allo svelamento – scandisce le tre sezioni in cui il romanzo è diviso. A garantire la coerenza dell’intonazione complessiva è un frammento della Regola di san Benedetto incastonato nelle primissime righe: Obsculta fili, ascolta figlio. Solo in virtù di questa quieta sottomissione (la resa alla Parola non può essere che consapevole e, di conseguenza, gioiosa), La messa dell’uomo disarmato riesce a evocare il mistero del male senza lasciarsi soggiogare dal suo fascino. Perché la Parola è ovunque, in ogni dramma e in ogni meraviglia dell’umanità. Alla Parola don Luisito Bianchi ha sempre saputo prestare ascolto, sulla Parola ha sempre modellato la propria esistenza, anche per quella parte alla quale il romanzo neppure accenna. L’ordinazione sacerdotale nel 1950, la laurea in Scienze politiche per meglio comprendere la civiltà contadina da cui proveniva, la missione in Belgio, l’impegno nelle Acli, gli anni da prete operaio e da prete infermiere, la lunga stagiona da cappellano a Viboldone, la morte a Melegnano nel 2012. Per non essere uno scrittore, ha scritto moltissimo (meriterebbero una riscoperta, fra gli altri, Come un atomo sulla bilancia, diario dell’esperienza in fabbrica e le sorridenti divagazioni di Quando si pensa con i piedi e un cane ti attraversa la strada). In tutto quello che ha fatto, ha sempre cercato di attenersi alla raccomandazione impartitagli dal padre: se davvero voleva essere prete, che fosse almeno “un prete giusto”.
Il ritorno della Messa dell’uomo disarmato è un ritorno importante, anche per la nuova collocazione editoriale del romanzo. Nel catalogo di Ares, infatti, non figura soltanto Il cavallo rosso di Eugenio Corti, altra fortunatissima epopea lombarda ambientata tra le contraddizioni della Seconda guerra mondiale. Più appartata, come si addice alla letteratura in versi, c’è anche L’opera poetica di Elio Fiore, apparsa nel 2016 per la curatela di Silvia Cavalli. I due amici di Viboldone si sono ritrovati, insomma. Ma sarebbe più giusto dire che non si erano mai separati.
Confessio generalis è il termine con cui Bianchi amava riferirsi a quello che, fin dalla prima edizione in forma privata nel 1989, è stato considerato il suo capolavoro, La messa dell’uomo disarmato. Un romanzo sulla Resistenza, che ora torna disponibile da Ares (pagine 864, euro 25). Rilanciato da Sironi nel 2003, fu un non trascurabile caso letterario al quale l’autore guardava con il consueto distacco. «Mi bastava essere arrivato in fondo, averlo scritto, a pubblicarlo non pensavo neppure – spiegava Bianchi ad Avvenire nel 2004 –. Anzi, quando fu il momento di stamparlo, se fosse stato per me, il mio nome non l’avrei neppure messo in copertina. Sono stati gli altri a insistere».
Nel libro un personaggio che si chiami Luisito non c’è, ma basta fare due conti, confrontando gli eventi della vita di Bianchi con la vicenda immaginaria del narratore Franco, e l’elemento autobiografico emerge in tutta la sua evidenza. La scena è alla Campanella, la cascina di famiglia dove Franco è tornato a vivere dopo aver abbandonato il noviziato in un vicino monastero benedettino. Le origini sono le stesse di Bianchi, nato nel 1927 a Vescovato, in provincia di Cremona, e seminarista negli anni in cui si svolge La messa dell’uomo disarmato. Anche lui ritorna a casa nel fatidico 1943, ma non per un ripensamento vocazionale. Con la guerra civile che incombe, i superiori ritengono più prudente sospendere la formazione dei futuri sacerdoti. Prima di congedare gli studenti, però, li mettono sull’avviso: a nessuno salti in testa di unirsi ai partigiani, altrimenti non verrà più ordinato. Luisito obbedisce e quell’obbedienza diventa il suo tormento. Il romanzo, sosterrà in seguito, è il tentativo di perdonare a sé stesso «di non aver combattuto e, in definitiva, di essere sopravvissuto».
Franco condivide il medesimo destino. A differenza del fratello maggiore Piero, medico e già sposato, non prende la strada della montagna, ma non per questo si limita a fare da spettatore. In cascina, per esempio, viene ospitato e protetto Balilla, il partigiano ragazzino che indossa con la dovuta ironia il nome di battaglia che gli è stato affibbiato per via dell’età. E anche il monastero sta dalla parte dei “ribelli per amore”, con una scelta di campo che non esclude la testimonianza estrema del martirio. Il titolo stesso del romanzo deriva dal diario di dom Luca, il monaco che inizialmente si affianca a Piero nella cura dei feriti e che si consegna al digiuno eucaristico dopo aver imbracciato a sua volta il fucile. Il diario nel quale dom Luca si sofferma sulla rinuncia a celebrare la messa è uno dei momenti più alti della letteratura spirituale del secondo Novecento, in aperta continuità con un’altra celebre confessio generalis, quella resa da Georges Bernanos per il tramite del suo curato di campagna.
Agitato dalle inquietudini dell’ideologia anche e specialmente quando la trama si inoltra nel dopoguerra, La messa dell’uomo disarmato non è un romanzo politico. Semmai partigiano, nel senso che Bianchi dava al termine per difendere le proprie convinzioni sulla radicale gratuità del ministero sacerdotale. Da ultimo, il libro è un atto di resa alla Parola, vera protagonista del resoconto che Franco presenta al padre spirituale alternando la prima e la terza persona: pudicamente, si serve di quest’ultima soluzione per ribadire anzitutto a sé stesso di non aver partecipato direttamente alla Resistenza. La sua, afferma, è «come la voce cui spetta solo il compito di indicare l’altrui mietitura».
La Parola – nella progressione dal gemito al silenzio e, infine, allo svelamento – scandisce le tre sezioni in cui il romanzo è diviso. A garantire la coerenza dell’intonazione complessiva è un frammento della Regola di san Benedetto incastonato nelle primissime righe: Obsculta fili, ascolta figlio. Solo in virtù di questa quieta sottomissione (la resa alla Parola non può essere che consapevole e, di conseguenza, gioiosa), La messa dell’uomo disarmato riesce a evocare il mistero del male senza lasciarsi soggiogare dal suo fascino. Perché la Parola è ovunque, in ogni dramma e in ogni meraviglia dell’umanità. Alla Parola don Luisito Bianchi ha sempre saputo prestare ascolto, sulla Parola ha sempre modellato la propria esistenza, anche per quella parte alla quale il romanzo neppure accenna. L’ordinazione sacerdotale nel 1950, la laurea in Scienze politiche per meglio comprendere la civiltà contadina da cui proveniva, la missione in Belgio, l’impegno nelle Acli, gli anni da prete operaio e da prete infermiere, la lunga stagiona da cappellano a Viboldone, la morte a Melegnano nel 2012. Per non essere uno scrittore, ha scritto moltissimo (meriterebbero una riscoperta, fra gli altri, Come un atomo sulla bilancia, diario dell’esperienza in fabbrica e le sorridenti divagazioni di Quando si pensa con i piedi e un cane ti attraversa la strada). In tutto quello che ha fatto, ha sempre cercato di attenersi alla raccomandazione impartitagli dal padre: se davvero voleva essere prete, che fosse almeno “un prete giusto”.
Il ritorno della Messa dell’uomo disarmato è un ritorno importante, anche per la nuova collocazione editoriale del romanzo. Nel catalogo di Ares, infatti, non figura soltanto Il cavallo rosso di Eugenio Corti, altra fortunatissima epopea lombarda ambientata tra le contraddizioni della Seconda guerra mondiale. Più appartata, come si addice alla letteratura in versi, c’è anche L’opera poetica di Elio Fiore, apparsa nel 2016 per la curatela di Silvia Cavalli. I due amici di Viboldone si sono ritrovati, insomma. Ma sarebbe più giusto dire che non si erano mai separati.
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