Architettura e cura: alla Biennale un elogio della debolezza
Pubblicato il catalogo di “Opera Aperta”, progetto della Santa Sede alla Biennale 2025. Il restauro del tessuto urbano e sociale è azione efficace solo se sa creare un vuoto, disponibile ad accogliere senza saturarsi

Agibilità e abitabilità. Sono i termini con cui la burocrazia autorizza a entrare e restare in un edificio. L’uso è soggetto a una autorizzazione, in sua assenza è un abuso. Ma così i luoghi sono come un interruttore, che può essere solo acceso o spento. Solo quando un cantiere è “perfetto” può essere liberato e abitato. Ma la vita, splendidamente, etimologicamente imperfetta, è ciò che accade durante. Nella storia gli edifici prevedevano la possibilità di essere abitati e usati anche se incompiuti, trovando nell’uso la loro compiutezza. La modernità invece non contempla il “non finito” e lo relega in un limbo senza cittadinanza. Il nostro tempo non è più in grado di pensare a qualcosa che non abbia in sé la propria conclusione. C’è una strada diversa?
C’è un passaggio solo apparentemente collaterale in una delle conversazioni contenute in Opera Aperta. La riparazione come atto radicale, il libro che documenta il percorso del padiglione della Santa Sede all’ultima Biennale Architettura (Allemandi, pagine 400, euro 35,00), che ha visto in parallelo il restauro del complesso dell’ex oratorio di Santa Maria Ausiliatrice e, al suo interno, una lunga serie di attività volte a ricucire il tessuto sociale, popolare, cittadino anche con una forte componente musicale. Anna Puigjaner, una delle curatrici, racconta che «subito dopo aver iniziato a lavorare nello spazio, ci siamo resi conto che, dal punto di vista legale, era impossibile aprirlo al pubblico come avevamo immaginato». Renderlo accessibile «rappresentava per noi una priorità assoluta», resa però ardua dalla cornice giuridica della cantieristica: «Abbiamo quindi individuato una soluzione che si è rivelata decisiva: anziché restaurare tutta la struttura, abbiamo scelto di intervenire su singoli frammenti. Dal punto di vista legale, il padiglione è stato definito come un “cantiere frammentato”. In questo modo – scomponendo, per così dire, anche il tempo sul piano giuridico – siamo riusciti a trasformare un cantiere in uno spazio pubblico». La cura, per essere efficace, deve trovare l’interstizio in cui agire, così come riparare significa colmare lo iato di una frattura: ma per farlo sono necessarie leggerezza e duttilità.
Nato come padiglione-parabola per dare espressione concreta, nel campo della ricerca architettonica, alle intuizioni profetiche contenute nell’enciclica Laudato si’ e inaugurato tra le campane che festeggiavano l’elezione di papa Leone XIV, Opera Aperta nascondeva dietro il restauro di una casa per la comunità quello della Casa comune, facendo dell’architettura uno strumento di riparazione spirituale. Il costruire e il riparare cessavano di essere semplici atti tecnici, ma processi profondi capaci di sanare ferite interiori, relazionali e comunitarie. Il volume restituisce questa tensione evitando la struttura tradizionale per saggi e adottando la forma libera e partecipata di una serie di conversazioni, nelle quali intervengono, gradualmente, i curatori – oltre a Puigjaner, Tatiana Bilbao e Giovanna Zabotti – il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, oltre a numerose altre figure coinvolte nel padiglione. Queste pagine si assumono il compito di ricostruire e raccontare il processo, i risultati, l’eredità, oscillando continuamente tra i molteplici livelli, nei quali senso letterale e metafora finiscono per fondersi. A loro si alterna un’antologia di pagine critiche che, come pilastri teorici, danno fondamento alla riflessione sul rapporto tra architettura e cura. Le immagini, infine, documentano la progressività di un lavoro che non finisce.
In un certo senso, l’efficacia di Opera Aperta sta nella capacità di creare un vuoto, sempre disponibile a essere nuovamente colmato e mai saturato. Il prendersi cura di ciò che è fragile e vulnerabile significa accettare che il processo resti sempre, anche faticosamente, incompiuto: è il solo modo perché ci sia, continuamente, spazio altro, la possibilità di un’eccedenza. A ben vedere, è la prospettiva cristiana sul tempo, che conosce solo una volta la parola “fine” (e non sarà la morte). Ma è qualcosa che interroga in profondità l’idea stessa di progetto, forte se capace di restare agile, chiaro e sottile. Contro la dichiarazione di potenza che si annida dentro il costruire, lo stesso Tolentino suggerisce che l’architettura contemporanea possa «interrogare il sublime» attraverso la kenosis, il silenzio, l’assenza. Solo se scompare, se rinuncia a imporsi, può essere, come afferma Bilbao, «forma primaria di cura».
Il successo di questo tipo di esperienza, dunque, si misura in modo residuale nel ripristino di una bellezza perduta, quanto invece nella trasformazione interiore di chi lo ha abitato – a partire (e il catalogo lo dimostra), chi l’ha realizzato. La vera eredità è nella «porzione di fiducia reciproca», dice Tolentino, nell’onda nuova generata dalle relazioni, in quella che Bilbao chiama «permanenza dei rapporti». «Noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi» amava ripetere papa Francesco. Vale naturalmente anche nello scambio tra Chiesa e cultura (che è il sintomo più chiaro del legame tra Chiesa ed epoca), che non può più essere ricondotto e interpretato, come spesso accade, secondo le dinamiche mecenatistiche storiche proprie dell’antico regime. Non è, non può più essere questione di potere o di un (reciproco) uso strumentale, ma di riconoscimento: continuo e sempre nuovo. Con scelta lessicale acutissima, Montini nel suo Discorso agli artisti parlava di “amicizia”. Il termine torna nelle parole di Tolentino: «Accanto alla parola “collaborazione” metterei la parola “amicizia” come chiave decisiva in un processo di lavoro partecipativo che non ha paura delle differenze. Nell’amicizia la diversità di punti di vista è una ricchezza, una scoperta illuminante, non una competizione che infastidisce. E l’amicizia aiuta tantissimo nei momenti più delicati a mantenere la fiducia, la resilienza e il senso dell’umorismo».
La cura del bene comune, o meglio ancora la cura tout court, è simile allora a un gesto artigiano: semplice, esperto, capace. Ma ha anche bisogno di ciò che caratterizza un bravo artista: visione, sapienza, imprevedibilità. L’importante è che ci sia un tavolo, meglio se lungo. E magari una cucina e una tazza di caffè.
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