Scoperte a Megiddo nuove tracce della Bibbia
Dagli scavi condotti nella piana di Yezreel, nel nord di Israele, emergono indizi sulla battaglia, narrata dalle Scritture, in cui perse la vita il re Giosia

Per la prima volta, l’archeologia sembra avvicinarsi in modo concreto a uno degli episodi più drammatici della storia biblica: la battaglia di Megiddo, lo scontro in cui perse la vita il re Giosia, narrato nel Secondo libro dei Re e nel Secondo libro delle Cronache.
Gli scavi condotti negli ultimi anni nel sito, che si trova nella piana di Yezreel, nel nord di Israele, hanno restituito una quantità senza precedenti di ceramiche egiziane databili al VII secolo a.C. Un dato che, come spiega ad Avvenire l’archeologo Israel Finkelstein, condirettore del progetto di ricerca avviato negli anni Novanta (e tuttora in corso) dall’Università di Tel Aviv, «rappresenta un collegamento concreto con il breve periodo di dominio egiziano nella regione durante la XXVI dinastia saitica». Sull’argomento Finkelstein, insieme ai colleghi Matthew J. Adams, Alexander Fantalkin e Assaf Kleiman, ha pubblicato di recente un importante studio sullo "Scandinavian Journal of the Old Testament" (Josiah at Megiddo: New Evidence from the Field).
Il contesto storico è quello della tarda età del Ferro, una fase cruciale per il Vicino Oriente antico. Nel VII secolo a.C. l’impero assiro, che aveva dominato la regione per oltre un secolo, stava rapidamente collassando. Questo vuoto di potere aprì la strada alla competizione tra le grandi potenze del tempo: da un lato l’Egitto faraonico, dall’altro la Babilonia emergente. È in questo scenario che si colloca il regno di Giosia, sedicesimo sovrano di Giuda, ricordato dai testi biblici come modello di re giusto e fedele.
Secondo il racconto biblico, Giosia salì al trono da giovanissimo e si distinse come un sovrano profondamente devoto. I capitoli 22 e 23 del Secondo libro dei Re e i capitoli 34 e 35 del Secondo libro delle Cronache descrivono le sue riforme religiose: l’eliminazione dei culti non yahwisti, la centralizzazione del culto a Gerusalemme, la distruzione dei santuari locali, la cancellazione di ogni forma d’idolatria e la riscoperta del «libro della Legge», identificato da molti studiosi con una forma primitiva del Deuteronomio. Giosia incarna, nella teologia biblica, la fedeltà all’alleanza davidica.
Tuttavia, nonostante la sua pietà, il destino del regno di Giuda appare segnato. La Bibbia racconta che l’ira divina non si placò a causa dei peccati commessi nei secoli precedenti. È in questo clima che avviene lo scontro con il faraone Necao II. Nel 609 a.C. il sovrano egizio marciava verso nord per soccorrere gli ultimi resti dell’impero assiro contro l’avanzata babilonese. Giosia decise di affrontarlo a Megiddo, probabilmente nel tentativo di bloccare il passaggio egiziano attraverso una delle principali vie strategiche della regione. Lo scontro fu fatale: il re di Giuda venne ucciso in circostanze oscure. Nel Secondo libro dei Re si legge solo che Giosia andò incontro a Necao (forse per tentare una qualche mediazione), ma il faraone «lo uccise appena lo vide». Di fatto la sua morte segnò l’inizio della fine dell’autonomia di Giuda.
Per lungo tempo, la storicità di questo episodio è stata discussa quasi esclusivamente sulla base dei testi biblici, senza il conforto di fonti extra-bibliche. Oggi però i nuovi dati archeologici offrono un importante riscontro materiale. «I ritrovamenti – osserva Finkelstein – gettano una luce indiretta sull’evento del 609 a.C., indicando la presenza di una guarnigione egiziana nel sito».
Gli archeologi, nei pressi di quella che viene identificata come Area X, non lontano dal cosiddetto Palazzo assiro meridionale, hanno rinvenuto infatti oltre un centinaio di frammenti di ceramica egiziana: recipienti grezzi, destinati alla vita quotidiana, prodotti con tecniche tipiche del Nilo e confermati da analisi petrografiche. «Si potrebbe ipotizzare la presenza di mercanti - precisa lo studioso - ma l’insieme dei dati è più coerente con un contesto militare».
A rafforzare questa interpretazione contribuiscono altri elementi: ceramiche dell’Egeo orientale databili tra il 630 e il 610 a.C. e perfino una scaglia d’armatura rinvenuta nello stesso contesto. Indizi che aprono alla possibilità della presenza di mercenari greci. «L’ipotesi è supportata da diversi fattori – spiega Finkelstein –: studi petrografici collegano alcuni materiali all’area di Mileto e fonti extra-bibliche attestano l’impiego di milizie provenienti dalla Lidia e dalla Grecia a servizio dell’Egitto». Evidenze simili sono state individuate anche in un piccolo forte costiero tra l’odierna Tel Aviv e Ashdod, suggerendo un modello più ampio di presenza militare egiziana nella regione.
Le nuove scoperte, insomma, contribuiscono a collocare i racconti biblici in un quadro storico più realistico. «Il testo del Libro dei Re – sottolinea Finkelstein – è generalmente più affidabile, mentre i brani di Cronache riflettono elaborazioni più tarde, legate all’ideologia dell’autore».
Megiddo, del resto, non è un sito qualsiasi. È l’unico luogo citato sia nella Bibbia sia nelle grandi cronache del Vicino Oriente antico. La sua identificazione con l’Armageddon dell’Apocalisse (dal greco Har Megiddo, «monte di Megiddo») ne ha fatto un simbolo universale dello scontro finale tra il bene e il male. Secondo Finkelstein, «l’idea apocalittica potrebbe derivare proprio dalla memoria della morte di Giosia, considerato il più giusto dei re davidici: il luogo della sua fine sarebbe stato reinterpretato come scenario dell’ultima battaglia della storia».
Dal punto di vista metodologico gli scavi si avvalgono di un uso sempre più raffinato degli strumenti tecnici disponibili. «Le analisi petrografiche - conclude l’archeologo - hanno permesso di identificare con precisione l’origine dei materiali. In altri contesti utilizziamo anche indagini sul Dna, analisi dei residui organici e datazioni al radiocarbonio».
Quanto al rapporto tra archeologia e testi biblici, la cautela resta d’obbligo: «Non esiste una regola generale - avverte Finkelstein -. Ogni caso deve essere valutato nel contesto dei dati archeologici, dell’esegesi moderna e delle fonti del Vicino Oriente antico». Eppure, proprio a Megiddo, per un momento, questi diversi piani sembrano dialogare. E illuminare, insieme, uno dei passaggi più tragici e densi di significato dell’Antico Testamento.
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