Scoperta in Iraq la città di Qabra: è la Pompei della Mesopotamia
È una città di 4.000 anni fa distrutta all’improvviso dalla guerra. Per millenni è esistita solo come un nome inciso sulla pietra o su rari documenti

Per millenni è esistita solo come un nome inciso sulla pietra o su rari documenti: una città citata nelle iscrizioni di vittoria dei re che l'avevano distrutta, poi inghiottita dalla terra e dal silenzio. Qabra, nell'antica Mesopotamia settentrionale, era una di quelle presenze fantasma della storia: nota, eppure introvabile. Fino ad oggi.
Nel sito di Kurd Qaburstan, nella pianura di Erbil nel Kurdistan iracheno, durante due stagioni di scavo — 2024 e 2025 — condotte da un team dell'Università della Florida Centrale, hanno cominciato a restituirle un corpo. Quello che sta emergendo dal suolo è qualcosa di straordinario: il documento archeologico più completo dell'età del bronzo medio mai portato alla luce in tutta la Mesopotamia settentrionale. Una Pompei del passato lontano, non sepolta dalla lava, ma dal ferro e dal fuoco di una guerra d'assedio combattuta quattromila anni fa.

Nel Palazzo Est della Città Bassa, gli archeologi hanno recuperato 20 tavolette cuneiformi e oltre 100 sigilli amministrativi. I sigilli — i timbri ufficiali del palazzo — servivano ad autenticare i documenti e la maggior parte dei testi ha carattere amministrativo: registri di palazzo, tracce di un'economia in funzione. Ma il dettaglio che fa emozionare più di ogni altra cosa è un altro: diverse tavolette portano date a pochi giorni di distanza l'una dall'altra, una sequenza che si sovrappone alla cronologia della caduta della città. Come se qualcuno avesse continuato a scrivere, a tenere i conti, ad autenticare documenti mentre l'assedio si stringeva intorno alle mura. Alcune iscrizioni sembrano corrispondere alla distruzione narrata nella Stele della Vittoria di Dadusha — un monumento antico che celebra la vittoria militare su Qabra — trovando per la prima volta una controparte fisica nel terreno. Le tavolette sono attualmente studiate dagli epigrafisti Paul Delnero (Johns Hopkins) e Parker Zane (Yale), insieme alla storica dell'arte Marian Feldman, anch'essa della Johns Hopkins.

La distruzione non si è fermata all'archivio. Negli stessi strati del palazzo sono stati trovati i resti di 17 individui, nessuno sepolto in una tomba formale, nessuno accompagnato da oggetti funebri. Erano lì dove erano caduti. Uno di loro giaceva a faccia in giù sopra una bacinella di pietra — un dettaglio minuto, quasi domestico, che dà alla scena una dimensione umana difficile da tenere a distanza. “I detriti carbonizzati, la grande quantità di ceramiche e la presenza di persone morte di morte violenta negli strati di distruzione compongono - spiega la direttrice del progetto Tiffany Earley-Spadoni, professoressa associata di storia all'UCF - il caso archeologico più eloquente di guerra d'assedio dell'età del bronzo medio mai documentato in tutta la Mesopotamia settentrionale”. La bioarcheologa Andrea Zurek-Ost della Michigan State University si occupa dello studio dei resti: “Analisi isotopiche e del DNA antico sui 17 individui sono in corso – spiega - e potrebbero rivelare chi fossero, se erano imparentati, se appartenevano alla città o vi erano giunti da altrove”.
Un'indagine magnetometrica su oltre 80 ettari ha rilevato una poderosa cinta muraria con bastioni che abbraccia l'intero perimetro del sito. Per generazioni quella stele aveva raccontato una storia di cui si conosceva solo il lato del vincitore. Due livelli di distruzione sovrapposti corrispondono alla sequenza storica del doppio attacco: prima l'assedio da parte di Eshnunna, poi la conquista definitiva da parte del re assiro Shamshi-Adad I. Erano eventi che si conoscevano dai testi. Adesso li si legge nel suolo.

Oltre al palazzo, gli scavi hanno documentato una strada ben conservata dotata di un sistema di drenaggio appositamente progettato, spazi abitativi legati alla lavorazione degli alimenti e alla produzione tessile. Una città organizzata, amministrata, difesa — e infine bruciata.
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