Casti, poveri, obbedienti, ma non perfetti. Così si diventa preti oggi
di Matteo Liut, inviato a Posillipo (Napoli)
La seconda fase della formazione dei futuri sacerdoti è quella chiamata “configuratrice”. Gli educatori
e i seminaristi
del Seminario
di Posillipo
la raccontano
a partire dalla loro esperienza. E nel percorso sono coinvolti anche gli sposi
Sulla collina di Posillipo arriva il profumo del mare e la brezza del golfo sul quale si affaccia Napoli. La città è là sotto, brulicante e indaffarata, trafficata e piena di vita. Lo sguardo percorre vie, palazzi antichi e moderni, monumenti, moli, imbarcazioni e poi sale verso le pendici del Vesuvio. Anche lì vive aggrappata un’umanità bisognosa di speranza, quella umanità che attende testimoni e compagni di viaggio. A quella umanità è destinata la missione dei futuri sacerdoti che fra le mura del Seminario interregionale di Posillipo si preparano al ministero. Li attende un compito complesso e variegato, appassionante ma impegnativo, semplice eppure difficilissimo. Un servizio all’umanità che richiede prima di tutto di “essere” ponti verso la vita di Dio, ma anche di “fare”: diventare preti, ai nostri tempi, di fatto chiede competenze e abilità sempre più ampie. Perché quando si ha a che fare con la vita delle persone, con la loro interiorità, bisogna sapere dare i nomi giusti alle cose, gestire nel modo corretto i rapporti e saper mettere al centro l’essenziale. Che in fondo altro non è che il Dio di Gesù Cristo, l’infinito che ha scelto di entrare nella storia.

È questo l’orizzonte entro cui si inscrivono le indicazioni delle linee guida della Chiesa italiana per la formazione dei sacerdoti. Un percorso che per il terzo, il quarto e il quinto anno prevede l’approfondimento di questioni fondamentali come povertà, castità e obbedienza, insieme a temi concreti della vita pastorale. Il tutto con il coinvolgimento di laici, sposi, professionisti della psicologia e dell’educazione. La grande sfida dei formatori è calare tutto questo complesso di obiettivi e percorsi dentro alla singola vita di ogni seminarista. Non per farli diventare perfetti, ma per aiutarli a farsi strumenti dell’amore di Dio nel mondo.
Padre Andrea Piccolo, 50 anni, rettore del Seminario di Posillipo, ci accoglie sulle scale che portano all’ingresso del grande edificio restaurato pochi anni fa e che, nonostante le grandi dimensioni, trasmette un profondo senso di comunità e di accoglienza. Ci offre il caffè in una sala comune e poi ci accompagna al suo ufficio. Prima però ci mostra la sala dove i vescovi delle diocesi che mandano qui i loro seminaristi si riuniscono regolarmente: «L’esperienza di questo Seminario è l’espressione dell’universalità della Chiesa ed è già “formativa” nella sua stessa struttura – spiega il rettore – perché vede la partecipazione di più comunità diocesane e nasce dall’intreccio e dalla collaborazione del carisma della Compagnia di Gesù, alla cui gestione è affidato il Seminario stesso, con la spiritualità tipica delle comunità diocesane sul territorio».

«Configurarsi a Cristo significa prendere forma», spiega Manuel Bastiano, 24 anni, della diocesi di Matera-Irsina, uno dei seminaristi che stanno vivendo questa fase del percorso. «Ma non è prendere semplicemente la forma di qualcun altro. Significa riscoprire la propria forma e fare in modo che attraverso la propria vita passi la luce di Gesù». È una sintesi efficace di ciò che padre Piccolo descrive come il cuore della Tappa configuratrice: il passaggio da una fede coltivata nell’interiorità a uno stile di vita coltivato in ogni ambito del ministero.
Per don Vincenzo Micillo, formatore proveniente dalla diocesi di Aversa, l’immagine di riferimento resta quella di Cristo buon Pastore. È qui che entrano in gioco i consigli evangelici della castità, della povertà e dell’obbedienza, che non portano con sé delle rinunce, ma alimentano una modalità nuova di abitare la propria umanità. «La castità è una saggia arte dell’intimità – osserva il sacerdote –. Significa amare senza possedere». La povertà, invece, diventa esercizio di sobrietà in una società segnata dal consumismo, mentre l’obbedienza è l’incontro tra la libertà personale e il servizio alla Chiesa.
Temi che potrebbero apparire lontani dall’esperienza quotidiana dei giovani e che invece vengono affrontati partendo dalla vita concreta. Antonino Imperato, 24 anni, dell’arcidiocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia, racconta come il lavoro sulla castità sia passato soprattutto attraverso l’incontro con persone e storie. «Abbiamo ascoltato l’esperienza di sacerdoti, di sposi, di uomini e donne che hanno condiviso con noi il loro cammino. Ho capito che non esiste una formula capace di garantire una scelta per tutta la vita. È una decisione che va rinnovata ogni giorno».
Don Umberto Guerriero, della diocesi di Nola, anche lui formatore del triennio, sottolinea l’importanza dei laboratori dedicati alla confessione e all’omiletica. «Oggi le persone hanno un grande bisogno di essere ascoltate. Noi prepariamo i futuri sacerdoti ad accogliere queste fragilità con responsabilità e rispetto». Per questo tra i temi affrontati durante la formazione c’è anche quello degli abusi.
Alessio Alfano, 28 anni, anche lui dell’arcidiocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia, racconta come durante uno dei laboratori i seminaristi siano stati chiamati a confrontarsi con situazioni reali. «Ci siamo messi nei panni di chi accoglie persone che vivono fragilità affettive, periodi di deserto spirituale o un rapporto difficile con il senso di colpa. È stato un modo concreto per capire che cosa significhi riflettere la misericordia di Dio nella vita delle persone».
Il percorso verso il sacerdozio non sempre è facile, ma la comunità del Seminario si offre come uno spazio anche per trovare aiuto e supporto. «La bellezza più evidente è proprio la vita comune», racconta ancora Imperato. «È una bellezza che richiede di accettare la diversità degli altri e di costruire ogni giorno relazioni autentiche». Un apprendistato concreto a quella fraternità sacerdotale sulla quale il Seminario di Posillipo investe molto, come nota il rettore, nella convinzione che il futuro del ministero passi sempre più dalla capacità dei presbiteri di collaborare e camminare assieme. Una vera e propria scuola che non richiede “perfezione” ma la disponibilità a lasciarsi trasformare dal Vangelo anche grazie alle persone con cui si condivide il percorso.
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