Emanuele Severino e la soglia
tra verità e linguaggio

di Marco RoncalliEmanuele Severino
Torna ampliato
e con un inedito
del filosofo, il volume di Giulio Goggi che sintetizza
una avventura intellettuale problematica
ma fondamentale dell'ultimo Novecento
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June 13, 2026
Emanuele Severino e la soglia
tra verità e linguaggio
Emanuele Severino / Alamy
Uscito nel 2015 nella collana della Lateran University Press dedicata ai filosofi italiani del ’900, il volume di Giulio Goggi Emanuele Severino. Il filosofo dell’eternità torna in libreria con i tipi di Marcianum Press-Studium (pagine 594, euro 38). Si tratta di una riedizione ampliata dall’autore alla luce degli sviluppi emersi nelle opere del filosofo pubblicate successivamente (Dike; Storia, Gioia; Testimoniando il destino), nonché arricchita da altri testi. Ossia due prefazioni: una firmata da Graham Priest, l’altra da Ines Testoni e Damiano Sacco; e due postfazioni: una di Leonardo Messinese, l’altra – inedita – dello stesso Severino. Uno scritto, quest’ultimo, che il primo editore decise di non includere e del quale si pubblica qui sotto un ampio stralcio.
L’opera, in questa nuova edizione corrispondente a quella inglese pubblicata da Bloomsbury, offre una guida completa al pensiero severiniano. Un lavoro che parte dalla vita, attraversa i contesti, scandaglia gli scritti di un pensatore che, con la ragione, ha indicato una visione controintuitiva della realtà, i cui tratti fondativi Goggi analizza con acribia. Tenendo sullo sfondo il dialogo del suo maestro con i giganti del passato: da Parmenide a Heidegger, passando per Platone e Aristotele, Tommaso d’Aquino, Hegel, Leopardi, Marx, Nietzsche (senza dimenticare i confronti con Gentile e Bontadini, né le critiche di altri autori sul piano fenomenologico o logico-ontologico circa la semantizzazione dell’essere). E vagliando le complesse problematiche affrontate da Severino: dalla struttura originaria dell’essere alla questione della verità dell’essere, dal senso del mondo ai fondamenti dell’eternità di ogni essente, dal rapporto tra apparire finito e apparire infinito nella storia al nesso verità-salvezza coinvolgente il tema della libertà.
Ed ecco allora le riflessioni di Goggi che, costellando questa lunga esplorazione severiniana, ne esplicitano – sino a farne un’esegesi più che un’esposizione – il pensiero autentico sul nichilismo e il suo superamento; la tecnica e le forze chiamate a servirsene, ma destinate a servirla; l’aporetica del nulla, il significato dell’identità, l’ethos dell’Occidente, la destinazione alla salvezza. Una monografia impegnativa nella lettura. Più che per la mole, per il linguaggio, pur supportato da un singolare glossario finale (le cui voci non offrono definizioni lessicali, ma un’articolazione concettuale costruita su rinvii e collegamenti tra lemmi e testi ). E, soprattutto, per la densità di implicazioni epistemologiche e ontologiche nelle prospettive richiamate, per i temi che si diradano dal nucleo fondativo centrale: la verità e le diverse forme di verità come saperi.
Di grande interesse in queste pagine i chiarimenti circa il “destino della verità”, a partire dalla critica all’idea di divenire inteso come oscillazione tra essere e nulla. La disamina di Goggi, osservano Testoni e Sacco, «pur mantenendo ferma l’impossibilità di creazione e annientamento, espressione della fede più autentica in cui consiste la volontà di potenza, approfondisce l’insegnamento severiniano anche nella sua cuspide raggiunta nella parte “costruens” a partire da La Gloria , insieme a tutte le implicazioni che risolvono il senso della storia del pensiero».
Risalto va dato anche all’inedito di Severino, del luglio 2012, centrato sul rapporto tra la verità e il linguaggio, testimonianza del legame teoretico con Goggi. Per Severino diventa pure l’occasione per ricordare l’allontanamento dall’Università Cattolica per la sua critica ai capisaldi del cristianesimo («come forse finora nessun ateismo ed eresia hanno mai fatto», scrisse Cornelio Fabro). In realtà Severino preoccupato di indicare il senso dell’incontrovertibile – e persino convinto che la stessa storicizzazione del Cristo non ne convalidasse la rivelazione di verità – non solo non riconosceva alla fede la possibilità di escludere la pluralità di ogni senso del mondo alternativo, ma ne spiegava la collocazione dentro la sua visione di “non verità”, non superando il test dell’incontrovertibilità. «Se il contenuto della fede fosse incontrovertibile, non ci sarebbe la Grazia della Rivelazione», affermava Severino nelle ultime lezioni a Ca’ Foscari. E, citando Dante, aggiungeva: «Se potuto aveste veder tutto / mestier non era parturir Maria». Inoltre, andando oltre la contrapposizione tra teismo e ateismo, configurava «l’alienazione del cristianesimo» come parte dell’«alienazione della civiltà occidentale» al pari di ogni forma di ateismo.

L'inedito. Quando il destino parla nella terra isolata

Emanuele Severino
Molto opportunamente il poderoso saggio di Giulio Goggi si conclude considerando l’obiezione che si può muovere anche ai miei scritti (sebbene, sembra, in misura consistentemente inferiore rispetto a molte altre scritture filosofiche): di essere anch’essi uno sviluppo dove il linguaggio giunge a dire qualcosa che in qualche modo esso dapprima negava. Con la rilevante puntualità e competenza con cui conduce questo suo saggio, Goggi ha indicato il senso di quell’obiezione e la risposta adeguata. Obiezione e risposta hanno in questo caso un peso particolare perché riguardano il rapporto tra il senso radicale della verità e il linguaggio che la indica. In margine al modo in cui Goggi richiama tale obiezione e risposta si può ribadire che i molti significati della parola “verità” non tolgono di mezzo la differenza tra la verità, intesa come sapere il cui contenuto «non può essere altrimenti da come è» (Aristotele), e tutti gli altri sensi, nei quali, alla luce della verità così intesa, le diverse forme di “verità” appaiono invece come saperi il cui contenuto non è qualcosa che non possa essere diversamente da come è. “Saperi”, si è detto (si pensi ad esempio alla “verità morale”, alla “verità dell’arte”, alla “verità della fede”), ma anche intuizioni, emozioni, certezze, fedi, impulsi profondi, desideri, costumi, tradizioni, ecc.
Certo, la gran questione – come Goggi mette in chiaro – è il senso di quel “non poter essere altrimenti” – il senso dell’“incontrovertibile”. Ma, rispetto all’incontrovertibile autentico, ogni modo di avvertire le cose che differisca da esso è un modo del “controvertibile”, cioè tien stretto un mondo che d’altra parte può sottrarsi alla stretta ed essere diversamente da come è – per quanto alto e nobile sia o per quanto profondo e preteso dalle viscere e dal cuore.
Nei “miei scritti” l’incontrovertibile autentico è chiamato destino; e struttura originaria del destino è chiamato il centro da cui si irradia la multiforme pianura infinita del destino. Nella sua essenza autentica l’uomo – ogni uomo – ne è l’eterno apparire (che è una forma a sua volta appartenente a quella multiforme infinità).
Il saggio di Goggi mostra che la risposta all’obiezione sopra indicata si fonda sul rapporto tra destino e “terra”. Nel destino appare la “terra” – ossia ciò che sopraggiunge nell’eterno apparire del destino –; ma appare nel suo esser isolata dal destino, appare cioè come il luogo originario del controvertibile. All’interno della terra isolata si crede che il linguaggio non parli d’altro che delle cose della terra (lo si crede, senza poter sapere che sono le cose – umane e divine – della terra isolata dal destino).
E tuttavia nello sguardo del destino appare che nella terra isolata anche il linguaggio che testimonia il destino riesce ad affacciarsi, e appare che non è impossibile che tale linguaggio sia presente anche in linguaggi che sembrano essere – nelle interpretazioni del mondo che crescono e dominano all’interno dell’isolamento della terra – le negazioni più perentorie dei tratti del destino. Quella forma di testimonianza del destino che sono i “miei scritti” sono eventi della terra isolata, che nello sguardo del destino appaiono all’interno dell’interpretare, ossia della fede che costituisce l’isolamento della terra – appaiono all’interno dello sconfinato contenuto dell’isolamento.
L’obiezione di cui si diceva è una voce dell’isolamento, cioè del controvertibile. Che la testimonianza del destino sia uno sviluppo dove il linguaggio giunge a dire qualcosa che prima negava è un presupposto controvertibile. Ma nessun controvertibile è qualcosa che – nella configurazione che attualmente gli compete – potrebbe venire a mostrarsi come incontrovertibile: quella configurazione è una negazione dell’incontrovertibile. Tutte le più incrollabili certezze della “vita” (che appaiono tutte nella terra isolata) – tutte le forme del controvertibile sono alienazioni della verità del destino.
L’analisi di Goggi percorre l’intero sviluppo del mio discorso filosofico, fino agli scritti più recenti. […]. Come ho detto altre volte, nel tragitto la “svolta” (così è stata chiamata) consiste nella sopraggiunta consapevolezza, per un verso, che quel centro richiede la messa in questione dell’intera storia dell’uomo e, per altro verso, che l’alienazione (del senso autentico della verità) che domina tale storia lascia per un certo tempo le sue tracce anche nell’alone che nei miei scritti avvolge quel centro. Goggi lo mostra in modo esemplare.
L’alienazione del senso autentico della verità investe quindi anche il cristianesimo. Ma anche il “cristianesimo”, come ogni altro evento “storico” appare all’interno dell’interpretare secondo cui si costituisce la terra isolata dal destino della verità. Che il cristianesimo esista e che degli uomini abbiano una “fede cristiana” è cioè il contenuto di una fede – della fede in cui consiste l’isolamento della terra. (Nello sguardo del destino non è invece il contenuto di una fede l’esistenza di quella fede e dell’interpretare che compete all’isolamento della terra. L’esistenza di tutto ciò che chiamiamo “la nostra vita” è contenuto della fede interpretante). Ovviamente, appare all’interno di quella fede anche l’intera vicenda che è stata riassunta dal titolo redazionale di un mio libro: Il mio scontro con la Chiesa (Rizzoli).
Tuttavia questo “scontro”, che appare all’interno della fede della terra isolata, sussiste, propriamente, tra la testimonianza del destino della verità e quella grandiosa forma dell’alienazione della verità che è il cristianesimo e la sua configurazione storico-istituzionale. […] Fondamentalmente, quello “scontro” è cioè la negazione, da parte del destino della verità, della verità di ogni contenuto della terra isolata – e quindi anche del cristianesimo, in quanto appartenente a tale contenuto.

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