Ness1 Escluso a Modena, lo sport oltre ogni barriera
L’iniziativa lanciata nel 2017 consente a 400 ragazzi con disabilità cognitiva di fare attività sportiva multidisciplinare senza nessuna spesa per le loro famiglie

Quasi quattrocento ragazzi, una quarantina di educatori, una ventina di strutture nelle quali svolgere attività sportiva multidisciplinare e, soprattutto, nessuna spesa per le famiglie. Il che, considerando come i ragazzi di cui sopra siano persone con disabilità cognitive, rappresenta un vero e proprio modello: Ness1 Escluso, progetto di inclusione attraverso lo sport avviato a Modena, nove anni fa, dall’imprenditore del ramo ottico Fabio Galvani, il prossimo 26 maggio sarà protagonista di un convegno che, in Senato, ne racconterà l’evoluzione e discuterà della sua replicabilità ed esportabilità.
Partendo dall’idea che lo sport sia diritto, non privilegio, con la gratuità come pilastro – fondamentale soprattutto considerando quanto una disabilità impegni finanziariamente le famiglie – e il sostegno di diverse grandi aziende che la rende possibile, Ness1 Escluso rappresenta un’esperienza di successo che nove anni fa, quando tutto iniziò nel 2017, era un sogno ancor più che una speranza: «Dopo tutti i passaggi per la creazione dell’ente del terzo settore, iniziammo l’attività con 12 ragazzi e due educatori – racconta Galvani – e vedere ciò che siamo diventati oggi, soprattutto per l’aiuto che siamo riusciti a dare a persone e famiglie, è una soddisfazione. Eravamo partiti coinvolgendo persone con disturbi dello spettro autistico, poi abbiamo aperto a diverse altre disabilità cognitive. Poco alla volta stiamo accogliendo anche altre disabilità».
Oggi, Ness1 Escluso propone corsi di venti discipline molto diverse tra loro, dal calcio al crossfit, dal karate al basket, dalla boxe al bowling, passando per la laser run e i corsi multisport, ma tutti hanno un collegamento con l’ambito terapeutico dei diversi utenti. A coordinare i progetti educativo-sportivi è Marcella Vaccari, e i corsi non si fermano alla sola pratica fisica delle discipline insegnate. «Vediamo costantemente i progressi che i ragazzi fanno sul piano relazionale – spiega ancora Galvani – e la nostra impostazione prevede, per esempio, che un ragazzo impari a giocare uno sport in via esclusiva, poi in via inclusiva, quindi con gli altri sportivi come lui, ma anche attraverso concentramenti che facciamo con normotipici. Questo migliora la qualità della vita di tutti. Abbiamo anche ragazzi con disabilità cognitive gravi, che necessitano di un rapporto uno a uno con un professionista, e in alcuni casi i nostri atleti li portiamo a disputare gare o tornei che durano uno o due giorni: per loro a livello di esperienza, e per le famiglie, che possono avere qualche ora per loro, sono momenti molto importanti. Bisogna sempre ricordarsi che le famiglie si caricano la disabilità 24 ore su 24, 7 giorni su 7, mentre il tempo passa, i genitori invecchiano e i ragazzi diventano adulti ed è più difficile gestirli, anche fisicamente».
In diversi casi la spinta per la costruzione di percorsi come quello di Ness1 Escluso è la presenza, in famiglia o nella cerchia relazionale, di persone affette da disabilità: spesso la prossimità ne è il motore, perché stimola la conoscenza del problema. Nel caso di Galvani il motivo è diverso: «Se lo ricorda il film Schindler’s list? Io lo vidi a scuola, e mi colpì per tanti motivi, come credo sia successo a molte persone. In particolare, mi impressionò la scena in cui, nonostante tutto il bene fatto, Schindler rimpiangesse di non essere riuscito a fare di più. Ero un ragazzino allora e mi ripromisi che, se mai fossi riuscito a guadagnare bene con una mia azienda, avrei fatto qualcosa di valore per la mia comunità».
Da Modena il progetto si è allargato intanto alla vicina Correggio, ma vuole andare oltre i propri confini, e il prossimo convegno in Senato servirà anche a questo: «Credo che questo progetto sia esportabile. Lavorando con fondi privati, possiamo avere una maggiore libertà in merito ai percorsi da attuare con i ragazzi rispetto alle rigidità dei bandi pubblici. Sempre rispettando la trasparenza e la comunicazione dei risultati raggiunti, perché è corretto essere chiari con ciò che si fa con il denaro di chi sostiene il progetto, siamo liberi di ad esempio di cambiare qualcosa a seconda delle necessità dei nostri utenti e della nostra comunità, cosa che un bando non permetterebbe. Noi intratteniamo relazioni costanti con medici e servizi sociali, e un’azienda che si avvicina al progetto ne percepisce il valore comunitario e sociale anche perché le famiglie non sono costrette a investire centinaia di euro al mese, considerando che la disabilità conduce a tante spese. Tutto ha a che fare con la qualità dell’offerta, che deve essere fatta in base alle esigenze terapeutiche appunto, con istruttori giusti che abbiano competenze, non solo buona volontà, e nelle migliori strutture possibili, che sono già presenti sul territorio e di solito affittiamo da privati. Ai ragazzi forniamo ovviamente la copertura assicurativa ma anche il vestiario, perché pure l’immagine è importante e vogliamo che si vedano belli».
Non essendo il welfare qualcosa di scontato, in una società egoista che va nella direzione opposta, che certi progetti gratuiti arrivino dal privato è una fiammella di speranza. «L’unica regola che diamo ai ragazzi – conclude Galvani – è quella della frequenza. Se non si viene per più di tre volte di seguito, senza motivi validi, parliamo con la famiglia per capire se l’attività va interrotta per dare la possibilità di cominciarla ad altri. Per la necessità di gestire istruttori e spazi servono disciplina e serietà, ciò che è necessario è non dare mai nulla per scontato».
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