Basket, Detroit rinasce: la lezione di Isiah Thomas

I Pistons tornano protagonisti in Nba riscoprendo lo spirito dei “Bad Boys” di una volta. Una storia di riscatto e di speranza che va oltre la pallacanestro
April 18, 2026
Basket, Detroit rinasce: la lezione di Isiah Thomas
Cade Cunningham, 24 anni, l’attuale trascinatore dei Detroit Pistons in Nba /Trevor Ruszkowski-Imagn Images
Ricominciare, sempre. Anche quando il tunnel sembra non finire mai e ti ritrovi a fari spenti sul ciglio della strada. Dopo tanti anni bui Detroit quest’anno ha cambiato marcia approdando ai playoff Nba (al via oggi) da dominatrice dell’Est (con ben 60 vittorie). I Pistons sono tornati, riaccendendo il “motore” di una passione da fasti d’altri tempi. È successo tante volte nella storia di una franchigia che, già nel nome, richiama l’industria americana delle automobili. “Pistons” come i pistoni prodotti dalla ditta di Fred Zollner. Così, su richiesta dei suoi operai, erano nati nel 1941 i Fort Wayne Zollner Pistons in Indiana, nella città appunto di Fort Wayne. Da club aziendale a squadra delle otto fondatrici della Nba nel 1949. Con il trasferimento quasi naturale nel 1957 a Detroit, città simbolo dell’industria automobilistica americana. Sotto canestro tante annate mediocri e pochi ma indimenticabili momenti di gloria come i tre titoli vinti (1989, 1990 e 2004). Con i primi due soprattutto, firmati dal leader di allora Isiah Thomas e i “Bad Boys” di Chuck Daly che segnarono un’epoca.
Ricordi ormai sbiaditi dal tempo anche per gli ultimi disastrosi anni. Come il record stabilito nella stagione 2023-24, quando la squadra ha registrato la peggior striscia di sconfitte consecutive della propria storia in una singola regular season: 28 sconfitte di fila. Il punto più basso della franchigia in epoca moderna. Maggiore è allora la sorpresa per la risalita veloce compiuta quest’anno che ha il volto in primis di Cade Cunningham e Jalen Duren. Una coppia cresciuta in maniera esplosiva che sta trascinando un gruppo giovane ma di talento guidato in panchina da J. B. Bickerstaff. I playoff diranno se la squadra è già matura per ambire al vertice ma finora i Pistons hanno superato ogni aspettativa consacrandosi come la vera rivelazione dell’anno. Colpisce che Detroit sia una delle migliori difese della lega, capace di riportare in campo quella durezza che fu il marchio di fabbrica dei “Bad Boys” di Isiah Thomas. Lui, il leader di tutti i tempi dei Pistons per minuti giocati, punti segnati, assist e palle rubate è diventato un’icona per Detroit che nel 1996 ha ritirato per sempre la sua maglia numero 11. «Era un giocatore feroce, lasciava tutto ciò che aveva in campo» ha detto Magic Johnson, uno dei suoi più grandi rivali. Un fuoriclasse ruvido allenato dalle asperità della vita: Isiah è il più giovane di 9 figli, nato il 30 aprile 1961 a Chicago, è cresciuto nei ghetti del West Side della città. Suo padre dopo aver perso il lavoro andò via di casa quando lui era ancora un bambino. Mary, sua madre, si caricò la famiglia sulle spalle affidando il piccolo alle scuole cattoliche la Our Lady of Sorrows School e la St. Joseph High School di Westchester, che distava un’ora e mezza di treno e autobus da casa sua. Isiah già a tre anni palleggiava e tirava a canestro durante l’intervallo delle partite della Catholic Youth Organization.
Non ha mai dimenticato i sacrifici di sua madre per permettergli di studiare e tenere la famiglia lontana dalla strada. A sei anni – ricorda - le gang del quartiere si presentavano con fare minaccioso a casa sua per reclutare lui e i suoi fratelli. La madre si oppose sempre con tutte le sue forze. Anche se alcuni dei suoi fratelli finirono per soccombere: alcol, droga, guai con la legge. Nonostante l’iniziale resistenza di Mary, che voleva vedergli completare gli studi universitari, Isiah lasciò l’università per giocare con i Detroit Pistons, la squadra che gli aveva offerto un contratto quadriennale da 1,6 milioni di dollari. «La cosa che mi dà più soddisfazione da quando sono diventato professionista è quando vado a casa di mia madre. Le bollette sono pagate», ha detto Thomas. «E c’è sempre cibo in frigo. Ricordo che quando ero piccolo, la maggior parte delle volte non entravo nemmeno in cucina. Non ce n’era motivo. Non c’era niente lì dentro». In campo trasferì tutto lo spirito di sacrificio del suo vissuto trascinando i Pistons alla conquista di due titoli consecutivi nel 1989 e nel 1990. Un esempio per la franchigia, un’eredità viva oggi anche oltre il basket: al termine della carriera ha creato in onore della madre la Mary’s Court Foundation per i ragazzi bisognosi per assicurargli soprattutto un piano di studi. E ha fatto nascere tante altre iniziative benefiche insieme con la chiesa di Santa Sabina come la Peace League il torneo di basket per togliere dalla strada i ragazzi delle gang. «Diamo da mangiare ai senzatetto ogni due domeniche alla Our Lady of Sorrows, proprio in fondo all’angolo – ha spiegato una volta - Siamo tutti servitori della comunità. È così che siamo stati cresciuti. È quello che ho sempre fatto».
“Bad” (cattivo) in fondo lo è stato solo sul parquet, un soprannome affibbiato a lui e a quella squadra di esuberante aggressività che poteva contare sulla sregolatezza geniale di gente del calibro di Joe Dumars, Bill Laimbeer e Dennis Rodman. Solo un saggio architetto come coach Chuck Daly (l’allenatore anche del Dream Team Usa del 1992) riuscì ad armonizzare quei talenti. Gioco fisico e difesa durissima: uno stile di gioco che irritò perfino sua maestà Michael Jordan il quale però a Espn ha definito Isiah Thomas il miglior playmaker di sempre dopo Magic Johnson. Disciplina e fiducia reciproca con queste armi i Pistons sono riusciti a fronteggiare le grandi dinastie della Nba: i Celtics di Bird, i Lakers di Jabbar e Johnson, i Bulls di Jordan. Thomas e compagni furono d’esempio anche nella conquista del titolo dell’anello del 2004 quando i Pistons di coach Larry Brown sconfissero i favoritissimi Lakers di Kobe e Shaq. Sono lontani i tempi dei “Bad Boys”, ma i giovani in campo oggi possono ancora far tesoro dell’esempio di quel gruppo: da soli non si va lontano. La storia di Thomas e di Detroit insegna. Non importa quanti ostacoli incontri e quante volte cadi. Vale per il basket, ma anche per la vita. Puoi fermarti tante volte, ciò che conta è rialzarti sempre per riprendere il cammino.

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