JFK, Morin e gli anticorpi della pace

Nel tempo dei riarmi e delle contrapposizioni, la lezione dell'ex presidente americano invita a superare demonizzazioni reciproche e schemi ideologici. Riscoprendo quei legami di fraternità che il filosofo considerava essenziali per resistere all'inumano
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June 3, 2026
JFK, Morin e gli anticorpi della pace
Il presidente John Fitzgerald Kennedy durante il suo discorso all’American University di Washington, il 10 giungo 1963
Oltre 60 anni fa, il 10 giugno 1963, nei mesi successivi alla crisi di Cuba che aveva fatto temere una nuova guerra mondiale, John Fitzgerald Kennedy pronunciò un discorso all’American University di Washington che sarebbe passato alla storia come il peace speech : «Ho scelto questo luogo e questo momento per parlare di un tema di cui troppo spesso non si coglie l’importanza, ovvero la pace nel mondo», esordì il presidente statunitense. Per poi continuare: «Quale pace intendo? Che tipo di pace cerchiamo? Non una pax americana , imposta al mondo con le nostre armi. Sto parlando di una pace autentica, il tipo di pace per cui vale la pena vivere. Non abbiamo nessun compito più urgente della ricerca di questa pace».
Si tratta di frasi che segnalano lo iato tra il nostro tempo – figlio invecchiato dell’ordine bipolare, attraversato da mille tensioni, assuefatto alla parola “riarmo” – e una stagione in cui, come ha scritto il Papa nella Magnifica humanitas , «permaneva la consapevolezza che occorresse evitare ad ogni costo un nuovo conflitto mondiale».
Ma il discorso kennediano offre anche altre ragioni per accostare quelle parole ai giorni nostri: «Qualcuno dice che non ha senso parlarne [di pace] finché i leader sovietici non adotteranno una politica più illuminata. Io spero che lo facciano. E credo possiamo aiutarli a farlo. Ma credo anche che dobbiamo riesaminare il nostro atteggiamento nei loro confronti». Non si tratta, oggi come allora, di confondere tra aggressori e aggrediti, ma di rifiutare la logica del “noi che abbiamo ragione” contro “loro che hanno torto”.
Da leader di una superpotenza che si è sempre considerata dalla parte del “bene”, Kennedy metteva infatti in discussione un modo di agire e un’autocoscienza consuetudinari. Quanta differenza con chi, oggi, non cessa di demonizzare gli altri, non si vergogna dei doppi standard di giudizio e dimette non solo ogni sforzo diplomatico, bensì ogni tentativo di comprensione dell’Altro, con i risultati che vediamo in Medio Oriente, dove si è finiti per cadere nella trappola della propria stessa propaganda. «Questo è un modo di pensare pericoloso», insisteva Kennedy, «perché porta a ritenere che la guerra sia inevitabile, che l’umanità sia condannata, che siamo preda di forze oltre il nostro controllo. E dunque, senza essere ciechi quanto alle differenze tra noi e loro, rivolgiamo l’attenzione a ciò che ci unisce, ai nostri comuni interessi, e ai modi con cui le differenze possono essere appianate. Perché, in ultima analisi, il legame fondamentale che abbiamo, noi e loro, è il fatto che abitiamo tutti questo piccolo pianeta. Che respiriamo tutti la stessa aria. Che ci prendiamo tutti cura del futuro dei nostri figli. E che siamo tutti mortali». Sono parole che, immersi nell’attuale clima geopolitico, ci paiono sorprendenti, ma sono semplicemente vere. Anche oggi «abitiamo tutti lo stesso piccolo pianeta» anche se ci siamo messi a giocare col fuoco accettando, come scrive Leone XIV, «una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre l’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione». «Senza una memoria viva degli orrori della guerra», aggiunge il Papa, «le decisioni politiche rischiano di essere prese sulla base di calcoli di forza, privi di una visione delle conseguenze a lungo termine».
Che fare, dunque oggi? Il grande filosofo appena scomparso, Edgar Morin, era molto preoccupato per un’epoca, la nostra, in cui si vive “da sonnambuli” ̶ come prima della Grande Guerra ̶ in cui «l’inumano dilaga, l’umano va a rotoli, il semplicismo trionfa, la complessità regredisce». Era però altrettanto convinto – così in una delle sue ultime interviste – che «abbiamo dentro di noi gli anticorpi» che devono essere nutriti da «amicizia, solidarietà, fraternità, comunione, amore, capolavori della poesia, della letteratura, della musica, della pittura, del cinema». In altre parole, abbiamo in noi stessi – se coltivati – gli strumenti per «resistere alla barbarie del mondo». Perché «tutte le vie nuove che ha conosciuto la storia sono state inattese, figlie di deviazioni che poi hanno potuto radicarsi, diventare tendenze e forze storiche». Sì, la storia può essere “piena di sorprese”. Può esserlo ancora se non cederemo al bellicismo, se disinnescheremo le narrazioni parziali e fuorvianti, se sapremo parlare delle mille cose preziose che ci rendono uomini, se sapremo, come sosteneva Morin, «creare oasi di resistenza fondate sulla fraternità, sulla solidarietà umana, sul rifiuto dell’egoismo trionfante».

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