Ciclismo: Vingegaard, il primo re danese del Giro

Primo successo per un ciclista della Danimarca. Le origini in un villaggio di pescatori,
la famiglia e l’amore
per la montagna: 
il ritratto del fuoriclasse pronto a sfidare ancora Pogacar
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May 31, 2026
Ciclismo: Vingegaard, il primo re danese del Giro
Il danese Jonas Vingegaard, 29 anni, dominatore del Giro d'Italia 2026 /ANSA/LUCA ZENNARO
Adesso la Danimarca ha due re: Federico X e Jonas Vingegaard. Un capo della nazione e simbolo dello sport danese nel mondo, che festeggia la conquista del suo primo Giro d’Italia, che poi è anche il primo di un corridore danese. Con questo successo, Vingegaard va ad affiancare il proprio nome a quelli di Jaques Anquetil e Eddy Merckx, Felice Gimondi e Bernard Hinault, Alberto Contador, Vincenzo Nibali e Chris Froome. Otto corridori che almeno una volta possono dire di aver vinto tutti e tre i Grandi Giri, un traguardo che nemmeno Tadej Pogacar. «Sono felice per me e per i miei compagni, per il mio team e per quanti mi vogliono bene, ma non penso a quello che fanno o non fanno gli altri, io sono solito solo a pensare quello che riesco a fare io», dice il danese.
La Danimarca ha due re, uno politico e l’altro sportivo, che quattro giorni fa vinse la quarta tappa a Carì, in Svizzera, nel giorno del 58° genetliaco del suo sovrano, anche se a specifica domanda, il corridore danese ha ammesso di non essere al corrente della ricorrenza. «Non lo sapevo», ha ammesso.
Cinque vittorie di tappa. La prima sul Blockhaus, la seconda a Corno alle Scale, la terza a Pila, che gli vale anche la maglia rosa, quella svizzera di Carì e, infine, sabato sul traguardo di Piancavallo. «È stato un bellissimo viaggio, in una terra bellissima, dove il ciclismo è cultura e dove la passione si sente», ha detto il corridore della Visma Lease a Bike che in carriera ha vinto due Tour e una Vuelta, prima aggiungerci questo Giro.
È felice Vingegaard, che in questa stagione aveva già vinto la Parigi-Nizza (con due tappe), la Volta Ciclista a Catalunya (con due tappe) e adesso la corsa rosa, con cinque tappe. «Sì, posso dire di essere tornato al mio livello o, forse, anche meglio perché il ciclismo continua a evolversi», ha detto felicissimo il danese che ora correrà il Delfinato prodromico al Tour, dove ritroverà l’avversario di sempre: Tadej Pogacar. Cinque baci per un Giro al bacio. Cinque vittorie celebrate sempre con quel rito del bacio alla fede e alla foto della famiglia posta sul manubrio per celebrare un Giro alla Pogacar, dove due anni fa lo sloveno dominò con il bonus di sei successi di giornata e venti giorni in maglia rosa. «Ma io non sono stato poi così male – dice sornione il danese in rosa -. Ho corso un ottimo Giro, facendo registrare degli ottimi dati, ma in Francia secondo i miei piani, dovrei riuscire a fare un ulteriore passo avanti e a fare anche meglio», dice.
Per tutti, da anni, è “il re pescatore”. Non perché ami andare a pescare, ma perché a Hillerslev, il suo paese, una delle attività principali è la pesca e Jonas Vingegaard ha lavorato a contatto con i pesci. Da adolescente, in un mercato ittico del porto di Hanstholm, uno dei più importanti del Paese. Sveglia alle 5, lo faceva dalle 6 alle 12 e poi si allenava in bicicletta. «Mi svegliavo alle cinque, ma mi piaceva – ha raccontato -. In qualche modo era rilassante. Principalmente sogliole, merluzzo e baccalà. Tra le 25 e le 30 ore per settimana, tra le 6 e mezzogiorno. Così avevo il pomeriggio per allenarmi. Non è che ne avessi bisogno, di lavorare. Ma un po’ il voler diventare professionista era aleatorio, in quel momento. Un po’, correvo principalmente in Danimarca e non c’erano che una-due corse nel fine settimana. Spesso ero a casa, mi annoiavo e volevo occupare bene il tempo».
I genitori si chiamano Claus e Karina, la sorella Michelle, di 4 anni più grande. Trine è l’amore della sua vita, conosciuta grazie al ciclismo: lei infatti lavorava nel campo del marketing ma non solo per la ColoQuick-Cult, la piccola squadra Continental (terza fascia) da cui ha cominciato a correre prima di passare nel 2019 alla Jumbo-Visma. Poi ci sono i “frutti” del loro amore: Frida e Hugo. Qualche tempo fa ha deciso di aggiungere al proprio cognome quello di sua moglie Trine: Hansen. «Volevamo semplicemente avere lo stesso, identico cognome – ha spiegato il danese -. Un suggello al fatto che vogliamo passare la vita assieme».
A differenza di molti suoi colleghi, che devono lottare con il peso, soprattutto nella fase invernale dedicato al riposo, Jonas non mette su un grammo. «È nei miei geni essere snello – ha raccontato una volta al quotidiano belga Het Nieuwsblad -. Dunque non ho problemi a restare magro. Anche se mi lascio andare nel mese successivo alla stagione, difficilmente prendo più di due chili».
C’è però una cosa nel suo fisico che sicuramente cambierebbe: «I miei piedi piatti. Mi hanno già causato alcuni problemi al ginocchio e al tendine d’Achille».
Prima della bicicletta il pallone. Attaccante: non era male. Solo che era sempre il più piccolo, il meno potente e gli arrivavano pochi palloni. «Mi sono divertito in ogni caso parecchio, ma poi ho scoperto il ciclismo e ho soprattutto apprezzato il fatto che molte cose le potevo fare da solo». Per esempio vincere.
Jonas Vingegaard viene da un paesino di 370 abitanti, Hillerslev, che si trova a ridosso del parco nazionale di Thy sulla costa occidentale dello Jutland: natura incontaminata e rigogliosa. Occhio alla pronuncia del cognome, a cui tiene in modo particolare: gli stranieri lo dicono più o meno come Vin-ge-gaard, mentre in danese il modo corretto è Vin-ge-go. «Michael Valgren (re dell’Amstel 2018 e bronzo iridato 2021, ndr) e vincitore di una tappa in questo Giro, era un vicino di casa e facevamo parte della stessa squadra giovanile. Ora vive a Monaco, io in Danimarca, ma resta un interlocutore importante specie quando sono alle corse».
La Danimarca è una terra completamente piatta, o quasi. Il punto più alto del Regno è la collina Møllehøj, nei pressi di Skanderborg nel bel mezzo della penisola dello Jutland. Il Møllehøj è stato riconosciuto come punto più alto della Danimarca soltanto nel 2005: si tocca l’inebriante quota di 170,86 metri sul livello del mare. Appare quindi paradossale: il più grande scalatore al mondo (Cit. Pogacar) è nato nel Paese privo di montagne. «Ho sempre amato scalare le montagne, ho sempre adorato la pace: ora mi godrò questa vittoria con la mia famiglia. Cosa mi resterà di questo Giro? Tutto: la maglia rosa e l’affetto della gente. Ieri negli ultimi chilometri mi sono goduto tutto questo amore. Io mi sono concesso al loro abbraccio, alla loro passione: che gioia. Mi hanno parlato di questa terra fantastica. Del terremoto del 1976, della loro forza: io li ho voluti onorare, con la gioia del mio essere corridore». Il migliore.

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