Vela, la Formula 1 del mare dove lo spionaggio è legale

A Cagliari, con Luna Rossa dietro alle quinte dei preliminari di America's Cup, tra scienza dei materiali, dettagli maniacali e aerodinamica da motorsport
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May 27, 2026
Vela, la Formula 1 del mare dove lo spionaggio è legale
Luna Rossa e New Zealand durante la finale regate preliminari Louis Vuitton America's Cup / Ansa/Francesco Nonnoi
C’è un momento esatto, nel Golfo degli Angeli, in cui la realtà smette di seguire le leggi della fisica comune per entrare nel territorio della fantascienza. Succede quando il vento di Cagliari smette di essere solo aria e diventa benzina. Lo scafo si solleva, l’attrito scompare e sessantacinque metri quadrati di carbonio bagnato si riducono, in un secondo, a meno di due. La barca non naviga più, ma vola a cento chilometri orari. Una velocità che sull’acqua è quasi supersonica.
Per il pubblico che guarda, la Coppa America è questo: un brivido estetico di linee scure che tagliano l’orizzonte, uno show che assomiglia all’ultima curva della MotoGP. Ma per capire cosa c’è davvero dietro quel volo, bisogna spegnere i riflettori, superare i cancelli della base di Cagliari e ascoltare il silenzio industriale degli hangar dove si lavora notte e giorno. È qui che prende forma un affresco tecnologico fatto di sacrifici invisibili, dove uomini e donne, velisti, ingegneri e operai specializzati da anni vivono lontani da casa, sospesi su un filo teso tra il decimo di millimetro e l’ossessione per la vittoria.
«Parliamo sempre della “famiglia” di Luna Rossa perché, semplicemente, passiamo tantissime ore insieme», racconta Max Sirena, Team Principal e amministratore delegato della squadra italiana, l’uomo che di questa sfida è insieme il cervello e il motore.
Dietro le quinte c’è la quotidianità di 127 persone – destinate a diventare presto 150 con il trasferimento a Napoli – che hanno ridisegnato le proprie vite in funzione di un trofeo che l’Italia insegue da trent’anni, in vista della competizione vera e propria dell’estate 2027 a Napoli. Non è un’operazione di marketing, non è solo sport. C’è una radice profonda, quasi romantica, che muove l’anima del gruppo che fa capo a Prada di Patrizio Bertelli. «Il team cerca ogni volta di partecipare con l’obiettivo di vincere la Coppa America, non è mai nato con uno scopo di pura pubblicità o comunicazione», spiega Sirena con la schiettezza di chi ha il mare in faccia ogni giorno. «In Italia siamo molto bravi a creare dei supereroi e un minuto dopo a distruggerli. Si dà molta più enfasi a quando si perde che a quando si vince. Ci piacerebbe cambiare questo modo di pensare, e l’unico modo che abbiamo per farlo è vincere».
Da tempo Luna Rossa ha abbandonato l'improvvisazione delle startup per trasformarsi in una corazzata culturale. Se i rivali storici di Team New Zealand vincono da quarant'anni è perché hanno creato un nucleo immutabile dagli anni '80. Luna Rossa sta facendo lo stesso a Cagliari: radici profonde per resistere alla pressione di un ambiente dove la competizione è spietata, anche prima di scendere in acqua.
La Coppa America rappresenta il vertice tecnologico applicato alla vela e Luna Rossa lo affronta rivendicando con forza la propria identità. Se Sirena è il comandante, Alessandro Franceschetti è l'alchimista che calcola la resistenza dei sogni del team. Responsabile del dipartimento strutturale, vive in un mondo dove lo spazio si misura al microscopio. Con l'avvento della terza generazione degli AC75, la tecnologia ha livellato le prestazioni visibili. Gli scafi esterni sembrano identici, ma l'anima interna della barca è stata rivoluzionata. «Il diavolo è nel dettaglio», spiega Franceschetti, citando il vecchio adagio inglese. L’unica parte visibile su cui i progettisti hanno ancora carta bianca sono le appendici della barca: le ali e il timone immersi nell’acqua. Un “box virtuale” dove 36 ingegneri strutturali cercano le “zone grigie” del regolamento, per strappare quel balzo in avanti capace di fare la differenza. Perché la regola aurea della Coppa America non è mai cambiata: la barca più veloce ha sempre vinto.
La differenza è che un tempo le barche scivolavano nell'acqua, oggi volano. «L'aria è la nostra benzina. Un tempo - continua Franceschetti - i velisti gestivano l'aria a velocità ridotte, ma negli ultimi dieci anni, con l'avvento del foiling (i “voli” sull’acqua), i parametri sono cambiati. Oggi queste barche superano i 55 nodi (oltre i 100 km/h). Se calcoliamo il “vento apparente”, cioè la somma della velocità della barca e quella del vento reale, l'impatto dell'aria è devastante. Per questo i flussi vanno trattati come nel Motorsport ad alte prestazioni. Noterete che la fisionomia degli scafi è cambiata e gli equipaggi non sono più esposti al vento come un tempo nei leggendari match-race ravvicinati. Oggi i marinai sono completamente immersi all'interno di cockpit protetti, quasi invisibili dall'esterno, per ridurre al minimo l'attrito aerodinamico. L'analogia con le auto da corsa è totale».
In questa caccia all’oro tecnologico, Luna Rossa ha stretto un’alleanza strategica con Pirelli, un ponte gettato tra la Formula 1 e il mare. Il segreto è nella scienza dei materiali polimerici, le resine sintetiche che tengono insieme la fibra di carbonio. «Un’azienda come Pirelli, col know-how in gomme, elastomeri e polimeri, fa la differenza per aprirci la porta a realtà che nel nostro ambiente non usiamo per abitudine», continua Franceschetti.
Ma la vera rivoluzione dell'ultima generazione è energetica e, di riflesso, umana. A Barcellona l'impianto idraulico della barca era alimentato dai ciclisti. «Poveretti, sembravano dei criceti, giravano la ruota nascosti», ricorda Max Sirena con un sorriso amaro. Nella nuova configurazione, un power pack elettrico sostituisce i muscoli delle gambe per mantenere in pressione i sistemi. Una scelta tecnica che ha spalancato le porte a una svolta storica: l’ingresso stabile delle donne a bordo e la nascita degli equipaggi misti.
C’è un aspetto di questa sfida poi che rasenta la letteratura di spionaggio, un gioco a scacchi dove i segreti industriali vengono protetti e violati alla luce del sole. A differenza della Formula 1, dove fotografare il fondo di una vettura avversaria può scatenare scandali internazionali, in Coppa America lo spionaggio è una voce del regolamento. Si chiama “recon”. «È una cosa molto particolare», spiega Franceschetti. «Siamo abituati a spiare e a farci spiare, e devi sviluppare delle contromisure per tutto questo. Nelle ultime edizioni si è creato un gruppo di spie che hanno accessi ben precisi, con zone anche nella nostra base delimitate in rosso da dove osservare è lecito». È un sistema centralizzato, quasi kafkiano. Fotografi e velisti esperti vengono assegnati ai team e si muovono come agenti segreti legali. Luna Rossa può inviare una richiesta ufficiale per avere dettagli della poppa degli inglesi o della testa dell’albero degli svizzeri, e i ricognitori sono obbligati a scattare quelle foto, seguendo le barche in mare a distanze stabilite.
Ma con tutta questa tecnologia in gioco, conta più l'uomo o la barca? E che ruolo ha l'Intelligenza Artificiale? «La tecnologia e il mezzo materiale sono fondamentali, ma se riduciamo tutto ai minimi termini è ancora l'uomo a fare la differenza. Senza un “direttore d’orchestra” umano, senza una sinergia di pensiero dietro le scelte progettuali e tattiche, non si riuscirebbero a unire i pezzi per creare la barca perfetta».

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