«Io prete congolese in "missione" in Italia per dare un futuro ai giovani del mio Paese»

Don Dieudonné Kambale ha avuto diversi incontri per trovare un sostegno concreto all’università cattolica di Kisangani: «Un segno di speranza per una terra segnata da guerre, instabilità e ora anche da Ebola»
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May 31, 2026
Il sacerdote congolese don Dieudonné Kambale assieme
al cardinale Matteo Zuppi
Il sacerdote congolese don Dieudonné Kambale assieme
al cardinale Matteo Zuppi
Un ponte che attraversa il Mediterraneo per mettere in collegamento alcuni atenei italiani con la nuova Università Cattolica di Kisangani, affidata alla protezione di San Giovanni Paolo II. Un progetto che ha mosso i primi passi in questo mese di maggio. A gettare le basi, e a tessere i primi rapporti istituzionali e accademici, è stato don Dieudonné Kambale, 47enne sacerdote congolese, oggi segretario generale accademico dell’università nata su iniziativa dell’arcidiocesi di Kisangani, nella Repubblica Democratica del Congo. In queste settimane il presbitero, che si occupa anche della pastorale giovanile e universitaria, ha attraversato l’Italia da nord a sud per una precisa missione affidatagli dal suo vescovo, monsignor Marcel Utembi Tapa: prendere contatti e stringere una rete di collaborazioni e gemellaggi per formare docenti e far crescere la realtà accademica fondata nel 2020 e ancora agli albori.
L’intento dell’ateneo dell’Africa centrale è quello di diventare un polo educativo e culturale di riferimento per la città e l’intera regione nord-orientale congolese. Al momento sono attive le facoltà di Economia, Giurisprudenza e il Politecnico. Gli studenti iscritti sono 179. Il legame tra don Dieudonné e l’Italia affonda le radici in un passato fatto di studio, servizio e accoglienza. Dal 2012 al 2018 ha vissuto a Roma dove si è laureato alla Pontificia Università della Santa Croce. Successivamente è stato trasferito nell’arcidiocesi di Bologna, dove fino al 2019 ha guidato come parroco la comunità di Pianoro. In quell’occasione ha conosciuto il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, con il quale si è instaurato «un rapporto di profonda stima e sincera amicizia» che si è rivelato decisivo anche per il futuro dell’ateneo congolese.
«L’idea del gemellaggio con le università italiane per formare docenti è stata suggerita proprio dal cardinale – spiega don Dieudonné –. C’è ancora tanto lavoro da fare per la nostra università». Durante questa sua missione don Dieudonné è stato prima a Bologna, dove ha «ricevuto l’incoraggiamento» di Zuppi e del vicario generale per la sinodalità don Angelo Baldassarri. Poi a Milano per l’incontro con Marco Caselli, direttore del Centro di ateneo per la Solidarietà Internazionale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e infine a Lecce per dialogare con la delegata alla Proiezione Internazionale dell’Università del Salento, Manuela De Giorgi. Venerdì scorso, dopo una breve tappa a Roma, è ripartito «molto soddisfatto» perché dagli atenei italiani ha «ricevuto la promessa di appoggio e di accompagnamento» afferma.
Tornare in Italia dopo quasi sei anni «è stato molto emozionante – prosegue il sacerdote –, ho ritrovato tanti amici che mi hanno accolto con grande calore. Persone che mi vogliono bene con le quali in questi anni ho mantenuto i contatti. È stato come ritornare a casa. Il mio cuore è diviso tra l’Italia e il Congo». Il dovere lo chiama a Kisangani, dove si vive un contesto drammatico tra la “guerra dimenticata” del Congo, che si trascina da oltre 30 anni e che ha visto una pesante recrudescenza nel 2021, e l’epidemia di ebola. «Si vive quotidianamente sotto tensione – dichiara don Kambale –. Kisangani è militarizzata. La popolazione ha costantemente paura. La guerra che non finisce, gli accordi di Washington e quelli di Doha, in Qatar (entrambi trattati internazionali siglati nel 2020 per cercare di dare stabilità al Medio Oriente, ndr ), non hanno prodotto alcun risultato. Le violenze proseguono, il numero dei morti e degli sfollati sale. Domenica 24 maggio c’è stato un nuovo attacco con droni e alcune esplosioni hanno colpito l’aeroporto di Bangboka a Kisangani, e non è la prima volta».
Uno scenario che disorienta soprattutto i più giovani che sono «costantemente in cerca di guide, di punti di riferimento. Si chiedono che futuro avranno e se le cose miglioreranno. Noi – afferma ancora il prete congolese – cerchiamo di infondere speranza, di portare a tutti il Vangelo di pace». Alla guerra si sommano l’instabilità politica, legata ai tentativi del presidente di modificare la Costituzione pur di candidarsi per un terzo mandato (il limite attuale è due), e l’emergenza sanitaria dell’Ebola. «A Kisangani attualmente sono stati accertati una decina di casi – dice don Kambale – ma al momento fortunatamente non ci sono vittime. Questa nuova epidemia fa molta paura perché non c’è ancora un vaccino, non esiste una cura. La popolazione cerca di proteggersi come può rispettando tutte le misure sanitarie». Uno scenario cupo nel quale però si cominciano a raccogliere i frutti del viaggio apostolico di papa Francesco nella Repubblica Democratica del Congo nel gennaio 2023.
«Tanta gente che si era allontanata dalla Chiesa cattolica è tornata a partecipare alle celebrazioni – osserva il sacerdote –. Cresce anche il numero delle vocazioni sacerdotali. Purtroppo, al momento sono rimasti inascoltati i suoi appelli alla pace ai quali il mese scorso si sono aggiunti quelli di papa Leone XIV durante il viaggio in Africa. Un viaggio che ha reso felici gli africani».

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