«Cattolici in Giappone oggi: vivere la fede tra shintoismo e Vangelo»

Il vescovo ausiliare di Tokyo, Andrea Lembo (originario della Bergamasca), racconta la vita della comunità cattolica nipponica: così giovani e stranieri fanno crescere la Chiesa
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May 30, 2026
Una Messa per le vittime dell'atomica nella Cattedrale di Nagasaki / ALAMY
Una Messa per le vittime dell'atomica nella Cattedrale di Nagasaki / ALAMY
«Il segreto dell’evangelizzazione in Giappone è l’amicizia personale. Anche Gesù va presentato come un amico che ti guida. Attraverso noi sacerdoti, la gente deve sentire il calore di Dio». Incontriamo monsignor Andrea Lembo negli uffici della diocesi di Tokyo. Cinquantadue anni, originario di Treviglio (provincia di Bergamo, diocesi di Milano), dal 2009 missionario del Pime in Giappone, è dal 2023 vescovo ausiliare nella capitale nipponica. Affianca l’arcivescovo Tarcisio Isao Kikuchi, che accompagna la comunità cattolica giapponese dal 2017. «Con l’arcivescovo mi trovo benissimo. Mi vuole un bene dell’anima. Questo mi incoraggia molto». Lembo è anche direttore del centro culturale cattolico di Tokyo, Shinsei-Kaikan, dedicato a san Filippo Neri. «Nato nel 1936 come dormitorio per gli universitari, oggi è aperto a tutti. Ispirato all’insegnamento di Cristo, è pienamente addentro alla società, che è molto veloce, frenetica. È importante per un missionario conoscerne le dinamiche. Il rischio per i giovani è il ritorno a una visione imperialista. A seguito della revisione dei testi scolastici voluta da Shinzo Abe, il primo ministro del Giappone post bellico, le giovani generazioni imparano che la loro nazione non ha invaso, si è espansa, come è naturale fare durante una guerra. Fortunatamente l’imperatore Naruhito è una brava persona come lo era il padre Akihito, che ha abdicato nel 2019. La moglie è cattolica. E Akihito, quando nel 2011 c’è stato il grande terremoto, si è rivolto alla nazione dalla tv a reti unificate, e ha usato più volte la parola kibou , che significa speranza, cioè una parola cristiana».
Come si trova in Giappone?
«Ne sono innamorato. Questi sono gli anni più belli della mia vita. Quando il Pime mi ha prospettato il Paese del Sol Levante, avevo già 35 anni, sicché era una grande sfida, ma io ne fui felicissimo. I primi due anni sono serviti a imparare la lingua. Un’esperienza bellissima perché sono andato a vivere in una comunità di giovani, dove ho conosciuto tanti amici. Mi trovo bene con le persone, con la lingua, in questa cultura. Sento forte la grazia divina».
Come siamo messi a Battesimi?
«Diventare cristiani è una scelta individuale. Il Battesimo lo chiedono a seguito di esperienze, sia di dolore (la morte di una persona cara, la malattia fisica o psicologica), che positive. Per questo la nostra testimonianza è fondamentale».
E i matrimoni?
«Qui c’è un detto: si nasce shintoisti, ci si sposa cristiani, si muore buddisti. Il matrimonio in chiesa “va di moda”. In Cattedrale ne celebriamo anche di non cattolici. Diventa un viatico per parlare dell’amore di Dio che si incarna nell’amore di uno sposo e di una sposa, e che diventa fecondo quando nascono i figli. Lo chiamiamo “matrimonio cattolico”, perché c’è la presenza di Dio in mezzo a noi, ma è un semi sacramento, perché in Giappone non esiste il matrimonio religioso. In generale, i matrimoni sono in calo, perché la società è anziana, ma anche perché sono costosi. Io invito i giovani a fare comunque una cerimonia, anche semplice, senza il banchetto, perché il matrimonio rappresenta un cambio di vita. E questo cambio di vita, soprattutto per chi è cattolico, dev’essere portato all’altare, dove si fa esperienza dell’amore di Dio che si è donato a noi, così noi ci doniamo l’uno all’altro».
Lei è incaricato anche della pastorale degli stranieri.
«In Giappone ci sono un milione di cristiani, 500mila cattolici registrati, altrettanti non registrati perché non possiedono la cittadinanza. La comunità coreana è in espansione, è una Chiesa spumeggiante. Stanno arrivando i cinesi, proporzionalmente anche cristiani cattolici. Ma il forte numero sono i vietnamiti: 650mila, di cui il 10% sono cristiani cattolici. Sono un’onda. Vengono in chiesa ogni domenica; la chiesa è la loro seconda casa. Parlo di Messe da 1.200 persone. I preti devono iniziare a confessare un’ora prima. Quando il coro canta, tremano le pareti. Nelle zone rurali, a Messa trovi dieci giapponesi anziani e cinquanta giovani vietnamiti. La splendida comunità cristiana coreana aiuta a rinvigorire quella giapponese».
Com’è il rapporto con le altre fedi?
«È un rapporto quotidiano, perché molte famiglie sono miste. Dal punto di vista liturgico, la Chiesa giapponese si è molto allineata con il mondo shintoista. E i nostri cimiteri accolgono le ceneri di tutti (qui è obbligatoria la cremazione). Il dialogo è continuo, a livello istituzionale, ma anche personale. Sono molto amico di un monaco buddista con il quale organizziamo conferenze a due voci su temi condivisi, quali la figura materna di Dio, la vita eterna, su elementi carichi di simbolismo quali acqua e fuoco. Naturalmente teniamo ferme le differenze, non annacquiamo».
Quanto pesa ancora la vicenda delle due bombe atomiche?
«Prima della seconda Guerra mondiale, il Giappone era fortemente imperialista, tutto centrato sull’imperatore. Si è espanso in Corea, in Manciuria, nelle Filippine, in Indonesia, comportandosi con le popolazioni come i nazisti. Anche la Chiesa ne ha fatto le spese. I giapponesi non si sarebbero mai fermati senza le due atomiche. Quella di Nagasaki ha colpito la cattedrale. C’è chi dice che l’obiettivo fosse il cuore della cristianità. Non lo sappiamo, ma è molto toccante per noi preti andare al memoriale della pace, costruito proprio dove c’era la cattedrale. Vi sono custodite le statue rovinate, i rosari e i calici sciolti dalla temperatura, ci sono i video con le testimonianze delle persone – molti cattolici – che hanno vissuto quei giorni».

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