Per gli scout l'orientamento sessuale non è motivo di esclusione nella scelta degli educatori
di Luciano Moia
Il documento dell'Agesci che parla di accoglienza e inclusione delle persone omosessuali e transgender non rappresenta alcuno strappo, né una fuga in avanti. È «un'evoluzione consapevole dei nostri principi fondanti»

È un documento che arriva da lontano quello approvato qualche giorno fa dal Consiglio generale dell’Agesci e dedicato al tema “Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo”. Un testo nel quale le guide e gli scout cattolici danno voce a un sentimento largamente diffuso nello scautismo italiano che parla di accoglienza e di inclusione delle persone omosessuali e transgender come strada privilegiata per «sostenere la nostra credibilità educativa dell’accoglienza e della cura, quando queste si aprono al riconoscimento pieno del vissuto personale». Da qui la convinzione profonda che «nel profilo del capo cristiano educatore l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione nel discernimento». Ecco perché, spiegano, promuovere percorsi educativi volti al superamento di atteggiamenti e sentimenti discriminatori verso persone omoaffettive o transgender diventa esigenza irrinunciabile da parte dei capi Agesci.
Una scelta, dicevamo, che parte da lontano. Nel documento si pone, come data dell’inizio della riflessione, il 2019, con l’approvazione da parte del Consiglio generale del documento “La scelta di accogliere” in cui era già stata espressa la volontà di farsi carico delle storie personali di ciascuno, indipendentemente dall’orientamento sessuale. Nel 2022 poi il testo è servito come spunto per un sondaggio interno, finalizzato a creare momenti di ascolto rivolti alle persone Lgbtq presenti nel movimento o già usciti – capi, ragazze, ragazzi, comunità, famiglie – con l’obiettivo di raccogliere opinioni e testimonianze. Un’analisi coraggiosa su un campione vastissimo – gli iscritti Agesci sono circa 200mila da Nord a Sud, suddivisi in 1.800 gruppi – che non poteva essere messa in ombra. Quanto emerso – storie di esclusione e di sofferenza, pregiudizi e linguaggi non rispettosi – ha infatti convinto l’Agesci della necessità di andare avanti con coraggio sulla strada dell’inclusione. «Particolarmente significativi – si legge ancora nel testo diffuso ieri – sono i racconti di rover e scolte che hanno vissuto ostacoli nel proprio cammino verso la Partenza o addirittura inviti a lasciare il clan in ragione della propria identità o orientamento». Da qui la necessità di aprire spazi di dialogo, promuovere percorsi formativi più attenti, trasformare gli appelli all’inclusione da proclami formali e prassi vissuta e condivisa nei territori.
Nessuno “strappo”, nessuna fuga in avanti, come qualcuno purtroppo ha già scritto a proposito di questo documento che certamente segna un punto di svolta dello scautismo italiano. Ma solo estrema coerenza. Sia verso gli statuti interni, soprattutto laddove si dice che l’impegno educativo deve porre al centro la dignità, la libertà e l’uguaglianza di tutti gli associati. Sia verso il cammino intrapreso dalla Chiesa, da “Amoris laetitia” alla Relazione finale del Sinodo dei giovani (2018) dove, tra l’altro, si sottolineava da parte dei giovani «l’importanza di sentirsi accolti e riconosciuti nella propria interezza, incluse le dimensioni affettive e identitarie della propria esistenza». Nel nuovo testo si parla opportunamente di «evoluzione consapevole dei nostri principi fondanti» per sottolineare la freschezza e l’agilità di una realtà ecclesiale che intende continuare a parlare ai giovani, a tutti i giovani, senza preclusione e senza steccati, superando pregiudizi e sedimenti, donando pienezza evangelica qui e ora a quel concetto di fraternità che appartiene da sempre al dna degli scout italiani.
Nel nuovo documento larga parte è opportunamente dedicata al tema della formazione che dovrà permettere al capo o alla capo «di abitare la complessità con lucidità e serenità, senza semplificazioni ideologiche o posizioni precostituite». Facile intuirne i motivi. Per comprendere, discernere e accogliere le persone con diverso orientamento sessuale o diversa identità di genere è necessario un approccio formativo tutt’altro che agevole da mettere a fuoco. Da qui la necessità di inaugurare percorsi formativi «senza semplificazioni ideologiche o posizioni precostituite», fondati su elementi scientifici, biblici, teologici e pastorali per guardare alla realtà con profondità e competenza. «Ciò consente di essere accanto a ragazzi, ragazze e agli altri capi con uno stile autentico, capace di coniugare fermezza e delicatezza, autorevolezza e umiltà». Ma sarà importante, si fa ancora notare, curare il linguaggio, mettere al centro le storie personali, vigilare sulle dinamiche di gruppo, bullismo, esclusioni o derisioni. Obiettivo di sempre è quello di integrare, sostenere e accompagnare le persone che scelgono di affidarsi al mondo scout verso un futuro in cui ciascuno possa sentirsi accolto e riconosciuto.
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