Bergonzoni insegna: più che i politici dobbiamo ascoltare "l'Altrista"

L'attore porta in scena "Arrivano i dunque", in cui traccia un manifesto di resistenza civile fondato sulla "Crealtà" e sul "Tavolo delle trattative", che per gambe ha le protesi dei mutilati di guerra
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May 30, 2026
Bergonzoni insegna: più che i politici dobbiamo ascoltare "l'Altrista"
L'attore e drammaturgo Alessandro Bergonzoni, in scena al Teatro dell'Elfo di Milano fino a domenica 31 maggio con lo spettacolo "Arrivano i Dunque" (Avannotti, sole Blu e la storia della giovane saracinesca)
In un tempo bellico come il nostro, pieno di interrogativi e di rarissime risposte, per aggrapparci a qualche certezza, dobbiamo provare a leggere, chi sa ancora scrivere e parlare, e soprattutto cercare di ascoltare chi anche stasera recita per divertire tutti coloro che hanno smesso di sorridere, e non perché hanno i denti sporchi. Del resto lo scrittore avverte: c’è poco da stare allegri, siamo in piena Caducità. Così si intitola la raccolta di racconti editi e inediti (pubblicati da La Nave di Teseo) di Sandro Veronesi, per il quale, questo è il «tempo dell’Ormai. Minaccioso, malinconico, ma in grado di essere usato come detergente della lente per guardare a ciò che accade». Una fotografia che penso starebbe bene nell’album teatrale di Alessandro Bergonzoni, per brevità chiamato artista, anzi no «Altrista: perché ormai lavoro per gli Altri a teatro, che diventa “Te-altro”, cioè il te e l’altro», proclama dal Teatro Elfo di Milano. Per lui il nostro tempo al momento si è cristallizzato nell’Arrivano i Dunque (Avannotti, sole Blu e la storia della giovane Saracinesca). Ultimo spettacolo, generato da questo irregolarissimo Altrista, che definire surreale ci costringe a evocare il surrealismo di Breton, che per lui dal palco diventerebbe una razza canina incrociata con un quattro zampe veneto.
Che sia il tempo dell’Ormai o dei Dunque, poco importa, quello che fa male, e Bergonzoni ce lo rammenta e «rammenda», cucendolo nella coscienza che dovrebbe farsi memoria, è che siamo tutti in guerra. E chi ignora questa condizione da tutti contro tutti, allora vuol dire che è residente su un altro pianeta. Siamo in guerra con noi stessi, prima di tutto. La nostra mente è il primo campo di battaglia e il nostro corpo è tatuato di croci, di amici perduti, di destini incrociati male e di milioni di possibilità, che a volte però non ne contengono neppure una. La tv ha ancora il suo peso, ma mai quanto il cellulare e con questo infinitamente piccolo mostro si combatte tutti i giorni. L’oggetto elettronico è diventato quello che Bergonzoni chiama «mezzo di distrazione di massa». Con somma indifferenza generale lì dentro, tra social e asocial passano continuamente le immagini delle guerre in corso, le vittime insanguinate, i popoli interi e i bambini sacrificati per un «matto che comanna», direbbe il poeta Trilussa. L’intelligenza naturale, più umana e più vera di qualsiasi altra forma di elaborazione dati, pensieri, parole o missioni, riesce a disinnescare qualche mina e a sdrammatizzare, il tempo di uno spettacolo con il pubblico fedele alleato, il dramma attuale del genocidio dilagante. L’attore dalla sua torre di controllo lo fa denunciando il «Genio-cidio», il sacrificio tollerato eppure intollerabile della genialità creativa. È anche questo, il Genio-cidio, una delle origini delle guerre più note e pure delle tante celate o dimenticate (di cui ci occupiamo ad Avvenire) in cui l’umanità, o quel che resta di essa, non la smette più di «scarnarsi e divinizzarsi».
L’Altrista esorta a mantenere in gioco il sano divertimento, quindi il suo unico grido di battaglia è: «Sbellichiamoci!». Tradotto pacificamente: «smettiamo di fare la guerra, e ridiamo a crepapelle!». Alla Caducità di Veronesi e al suo non ci resta che piangere, Bergonzoni risponde con una disperata vitalità che si è fatta movimento politico: la «Crealtà». E quando arrivano i Dunque allora, dobbiamo essere pronti a ritrovare quel senso di comunità che si è smarrito. L’occhio deve riabituarsi a quello che è il manifesto esistenziale della «Congiungi-vite» che per Bergonzoni non è una malattia che va curata, ma lasciata libera di diventare virale in una dimensione che sia “ultra-video”. Sconnettiamoci da questi vetri opachi in cui abbiamo imprigionato ogni frammento di intimità. Recuperiamo anche quella sana utopia che è l’europeismo e l’Occidente non diventi ciò che l’Altrista paventa come la minaccia dell’«Uccidente». Il “Tavolo delle trattative”, l’installazione creata da Bergonzoni, ha gambe che sono le protesi che si è fatto arrivare da tutti quei luoghi di guerra in cui o si uccide o si crea disabilità permanente. Quel “Tavolo” a cui tempo fa si è seduto anche il nostro cardinale Zuppi, sbattendo contro una di quelle protesi, a fine giugno arriverà a Bruxelles, al Parlamento Europeo, e noi siamo curiosi quanto Bergonzoni di vedere l’effetto che farà ai parlamentari che sedendosi urteranno quegli arti. Dagli arti all’arte, quella dell’Altrista, che ci invita a riflettere, a «Trascendere, per risalire e poi scavare verso l’Alto. Aprimi cielo!», per non rassegnarci mai, all’Ormai, il meglio è passato.

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